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Palermo, rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi?

Ti ricordi, Palermo, quant’eri bella l’estate scorsa nei tuoi abiti Dolce e Gabbana in occasione dell’evento più cool e mondano dell’anno, firmato dai due stilisti? Uno spazio ovattato, una preziosa atmosfera onirica e anacronistica. Tripudio di sicilianità: luminarie tipiche e flora rigogliosa, maioliche, ori e terraglie, arance, limoni e fichi d’India, fichi d’India, limoni e arance e ancora arance … arance … arance. Quanto erano belli i tuoi lussuosi palazzi, pedissequamente tirati a lucido per l’occasione, agghindati con interminabili tappeti rossi e pronti ad accogliere i due sarti, oh pardon, le due fashion stars, con l’enorme parterre di clienti internazionali, selezionatissimi, fighissimi e ricchissimi …

Perfino la tua Piazza Pretoria, amabilmente chiamata “Piazza della Vergogna” (per via delle sue evidenti nudità) è stata costretta a ripudiare per giorni quel nome, perché coperta da abiti griffati e ricercate moquette.

Ah che magnificenza … ah che albagia … ma a un tratto quel sogno svanisce, peraltro in maniera così celere che di D&G, per chi se lo potesse permettere, ci è rimasto solo il profumo. Così Palermo si risveglia con l’amaro in bocca, come se di quelle copiose arance avesse ingerito soltanto la buccia e alla fine le “Alte Artigianalità” – così è stata chiamata la grande kermesse festaiola e modaiola – lasciano e concedono il posto a quelle che a questo punto, per esclusione, dobbiamo definire le “Basse Artigianalità”. Quest’ultime non vengono accolte con i tappeti rossi nelle fastose location panormite, ma sono quelle che orgogliosamente ricettiamo qui, nella nostra rivista, umile dimora per tutti coloro che non hanno ancora rinunciato a guardare al futuro e a puntare in alto, nonostante il brevilineo profilo. Ecco, questo è uno spazio dedicato a tutti noi e nato con lo scopo precipuo di creare una minima prospettiva di investimento su questa terra e in un contesto più ampio caratterizzato da crescente competizione e dove, ormai è chiaro, i creativi sono i punti chiave dello sviluppo sia economico che culturale. Un coworking che non condivide spazi ma idee e progetti, talento e abilità, un ambiente connettivo in cui lo scambio di sapere e competenze sarà la password per il successo, un openspace per l’open source e per le open minds.