L’immagine logica dei fatti

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di Rossella Vasta

È stata inaugurata giovedì 4 aprile L’immagine logica dei fatti, la suggestiva istallazione di Raffaele Quida. L’esposizione, a cura di Daniela Bigi, si trova nella Sala Angelo Iervolino, al secondo piano di Palazzo Mazzarino – sede palermitana dell’Università Telematica Pegaso – ed è aperta al pubblico fino al 21 aprile, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18,00.

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Raffaele Quida è un artista salentino, classe 1969, la sua è un’arte che vuole apertamente rompere gli equilibri già esistenti per generarne di nuovi, per suscitare interrogativi e riflessioni.
Punto focale, in duplice senso, di questa istallazione sono gli specchi, disposti sul pavimento e rivolti verso il sontuoso affresco che Gaspare Serenario realizzò, a metà Settecento, in ossequio alla prassi decorativa per un salone delle feste, quello di Palazzo Mazzarino appunto.


Attraverso il gioco di specchi Quida riesce a mettere in luce quell’elemento, anche culturale, che sta sulle nostre teste e che viene fruito nella disattenzione della quotidianità, svela non solo ciò che fino a oggi è stato considerato “naturale” da una cultura, ciò che ha creato assuefazione, ma attraverso quest’opera di sottolineature e note a margine, ci fa riconoscere nell’Altro, ciò che pure noi siamo hic et nunc, senza rendercene conto.


Gli specchi, inclinati a creare e offrire angolazioni e punti di vista differenti, anche rispetto alla luce, diventano testo narrativo con una forte valenza comunicativa che va molto oltre il già detto. Gli specchi sono lo strumento di narrazione che si fa luogo specifico di mediazione tra soggetti e storie diverse (i visitatori, l’autore, i semplici passanti, l’affresco, l’autore dell’affresco, se stessi), in una reciproca disponibilità all’ascolto, che lascia intravedere le enormi differenze senza però circoscriverle o accettarle del tutto.

Lo specchio non è solo mezzo ma vero e proprio “medium” che, in grado di recuperare tutto ciò che di magico e sovrannaturale esiste in questa parola, sta mettendo in comunicazione e in collegamento mondi diversi. L’istallazione diviene una rappresentazione, che sfugge a determinate regole e ne impone di nuove, inaugura sinapsi tra cose umane e divine, sfida le leggi della linearità del disegno e della sua coerenza. Non solo medium dunque ma anche pensiero filosofico, un rizoma alla maniera di Gilles Deleuze e Félix Guattari. Una proliferazione di discorsi, ciascuno dei quali può essere connesso a qualsiasi altro, ciò che fa si che nulla sia più singolare, in cui tutto si attraversa reciprocamente, in cui le cesure non interrompono i significati anzi li riproducono all’infinito, in un’assoluta modernità anche, per certi aspetti, sovversiva.


L’immagine logica dei fatti, infatti, rompe i vecchi canoni, anche in senso verticale. In passato la verticalità aveva un significato etico, racchiuso nella contrapposizione tra vita terrena (in basso) e vita celeste (in alto), l’opera di Quida si pone nel mezzo, come interfaccia che incarna l’ambivalenza di prossimità e separazione. Lo specchio allora è anche metaforicamente un ponte, che manifesta la volontà dell’artista di unire luoghi disgiunti, un elemento ambiguo che unisce due spazi ma allo stesso tempo li oppone. Quida è allora un “Pontefice” (pons facere), il Pontefice nell’antica Roma era il sacerdote deputato alla costruzione e alla manutenzione dei ponti, anticamente concepiti come elementi che violavano la sacralità dell’acqua e la discontinuità naturale della terra. Costruirlo era quasi un sacrilegio, per questo la sua edificazione veniva affidata ad un Pontefice e a un rituale. Il ponte, come questi specchi, è a cavallo tra un’area concentrata e isolata, appunto inaccessibile (il tetto) e una contigua alla terra ferma (il pavimento); distingue una zona intima e privata, cui può accedere solo chi ne ha diritto (metaforicamente la volta celeste), e una pubblica su cui si muove una pluralità di soggetti. Media tra uno spazio ordinario e uno spazio altro. Gli specchi come i ponti sono, in questo caso, zone di passaggio, sempre teatro di negoziazione e aperti a una pluralità di sensi possibili.

Insomma nonostante la rievocazione di un caposaldo del pensiero di Ludwig Wittgenstein, “l’immagine logica dei fatti” appunto, Quida sembra proprio aver dato un colpo di coda alla teoria del filosofo secondo cui “Il mondo è tutto ciò che accade, il mondo si divide in fatti, ciò che accade, il fatto, il sussistere di stati di cose, l’immagine logica dei fatti e il pensiero, il pensiero è la proposizione munita di senso, la proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari, su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.”
Quida non tace rispetto all’inesplorato o rispetto a ciò che sfugge a spiegazioni scientifiche. L’autore alza la testa e servendosi degli specchi, (ovvero di dispositivi che riflettono la realtà delle cose), offre punti di vista altri al fruitore, lasciando libero di esplorare dentro di sè e oltre. Lo specchio, facendo il verso a Wittgenstein, attraverso le angolazioni che assume, non sta più rispecchiando la realtà dei fatti, ma diventa un linguaggio altro che sconfina nella filosofia, nell’esplorazione del sé, suscita interrogativi e rompe ogni certezza.


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