Lidia Vivoli: la sua testimonianza a Campofelice di Roccella

Di Rossella Vasta

Si è svolto ieri pomeriggio, presso l’aula consiliare del Comune di Campofelice di Roccella, l’incontro con Lidia Vivoli, una donna sopravvissuta all’efferata violenza di una mente malata.

0 240

 

Si è svolto ieri pomeriggio, presso l’aula consiliare del Comune di Campofelice di Roccella, l’incontro con Lidia Vivoli, una donna sopravvissuta all’efferata violenza di una mente malata.

L’incontro è stato organizzato da Giacomo Scognamillo, presidente dell’associazione culturale Opra, in collaborazione con l’Amministrazione comunale di Campofelice di Roccella e con l’associazione PerLaRosa, presieduta da Silvia Modica. Presenti anche l’avvocato Giulio Cusumano, consigliere comunale del Comune di Palermo, da sempre vicino a questa causa, e la Dottoressa Debora La Barbera, psicologa.

Un’aula gremita di donne e uomini stretti attorno ad una vittima che a testa alta ci ha lasciato la testimonianza del suo dolore più intimo e privato, per denunciare. Una donna apparentemente felice, circondata dall’amore e dall’allegria dei suoi due bambini di soli due anni e affiancata dal suo nuovo compagno, che la guarda orgoglioso dalla platea. Nessuno si aspetta quelle immagini che da lì a poco, a corredo delle sue parole, ci faranno sbattere la faccia contro la violenza vera e concreta: non quella per sentito dire e neanche quella dei dati statistici. Lidia non può più tollerare il fatto che i media mostrino soltanto le foto delle coppie felici prima dell’aggressione, Lidia sente la necessità e il dovere di far toccare con mano la violenza, l’orrore e la follia del “narcisista maligno”, dell’uomo che “vuole manipolarci, che pensa che la donna sia un oggetto di sua proprietà, che gioca sulle nostre debolezze”, afferma la donna. Un brutale e buio delirio di superiorità e raggiro, rappresentato da uno scatto che, più di tutti gli altri, ci lascia attoniti e sconvolti: un mazzo di rose rosse su un comodino, basta abbassare lo sguardo per vedere il rosso tutto intorno, il sangue, la morte.

Lidia è una donna bagherese di 47 anni e il 24 giugno del 2012 la sua vita è cambiata per sempre.

La donna, con vece ferma e severa, interrotta da un solo grande sospiro e dalla voce dei suoi bambini, ripercorre il giorno più brutto della sua vita; “il giorno in cui ho perso tutto”. E pensare che quella era stata una delle giornate forse più serene trascorse in compagnia del suo uomo, che le aveva promesso amore eterno al santuario della Madonna di Tindari e che nel giro di qualche ora, senza alcun preavviso, si sarebbe trasformato nel suo carnefice. Lidia ha il corpo ricoperto da tagli, pugnalate, ematomi, fratture e cuciture, ma chi ricucirà la sua vita, la sua anima, la sua normalità? Tuttavia Lidia è salva. Salva, solo perché promise a quell’uomo che non lo avrebbe mai denunciato. Lidia si è salvata dalla morte in quel frangente, ma non è ancora riuscita a venir fuori dall’incubo. Il suo boia, condannato in via definitiva a quattro anni e sei mesi per tentato omicidio e sequestro di persona, dopo soli 5 mesi è stato messo fuori dal carcere, ai domiciliari. Nonostante il provvedimento a suo carico utilizzava internet, la contattava, senza controllo tecnologico le si presentava in ogni luogo, fin quando non viene nuovamente incarcerato per stalking. Ma il giudice che segue il caso, a Palermo, con un’ordinanza inconcepibile, ha modificato nuovamente la misura del carcere con quella dei domiciliari con braccialetto elettronico (se solo questi fossero disponibili in Italia!).

Lidia è prigioniera di un incubo senza fine, amplificato dalla responsabilità di essere finalmente madre e donna amata, “lo Stato non riesce a garantirmi la serenità che merito, ho pensato di andare via da qui”.

Il Sindaco Michela Taravella – “occorre promuovere una cultura del rispetto di genere, fin dalle giovani generazioni, attraverso la formazione e la riflessione, perché si rispetti la dignità dell’essere umano in senso lato. Occorre denunciare e divulgare questi fatti perché siano fermamente condannati dalla società, nella speranza di un’evoluzione in positivo. Occorre non lasciare sole le vittime e aiutarle a ritrovare il loro equilibrio e a ristabilire la normalità violata. Su questo dovrebbe intervenire il legislatore. Sono queste le battaglie di civiltà che dobbiamo promuovere e per cui vale la pena lottare, la ricerca della felicità per la donna coincide non tanto con l’affermazione del potere ma con l’ottenimento della piena libertà e dignità”.

“Sempre a testa alta” è stato il monito e il motto di questa giornata di riflessione e di denuncia, così come riportato sulle t-shirt rosse indossate dalle donne dell’Amministrazione comunale campofelicese.

Sfoglia la gallery

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.