Il potere dell’espressione

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di Pitteranera,  pittore, designer

L’epigrafe sul timpano del Teatro Massimo di Palermo credo sia una delle frasi ‘storiche’ più citate negli ultimi vent’ anni:  <<L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita/ vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire>>.

E io credo ci consegni dal passato, nonostante la sua inappellabile compiutezza, interrogativi ancora irrisolti dalla società in cui viviamo.  Il presupposto sfondo armonico tra individuo e società cela una svolta epocale, antropologica, della società moderna. Da un certo momento in poi l’arte, l’intelligenza creativa, la libertà moderna di espressione, vengono poste di fronte ad una scelta; ad un bivio. In questo bivio si ritrovano continuamente. Da un lato la prospettiva sociale, l’ integrazione dell’arte nel modo di vedere e di vedersi della società: integrazione dello sguardo dell’individuo nell’ingranaggio sociale che garantisce l’avvenire,  il “preparar  l’avvenire”, poiché l’individuo aderisce ai linguaggi, ai principi, ai modi di vedere convenzionali e strutturati socialmente. Dall’altro, la creatività come costante rivelazione dell’essere. Solo ciò che è vero può rivelarsi. Il potere spirituale dell’espressione libera incondizionata, consapevole, genera  luce nuova, per sua natura, nella mente e nell’agire proprio e altrui. Osserva con occhi nuovi se stessi e la società in cui ci muoviamo. Può generare effetti concreti in chi guarda, in chi ascolta, nel sentire e nel sentirsi  parte di qualcosa di più grande. Questo spirito artistico è rivelazione: rivela chi siamo,  come realmente viviamo, le forze oscure che si agitano nel profondo dell’individuo,  nei suoi modi di relazionarsi. Ma l’esistenza di un avvenire da tenere a mente, un domani a cui aggrappasi, da controllare in nome di una legge superiore, distrae da tutto questo. Distrae dalla rivelazione. L’epigrafe nasconde dunque il bivio moderno, l’imposizione o l’autoimposizione della scelta, la scelta tra ciò che realmente è,   nella sua concreta realtà, e ciò che dovrebbe essere, ciò che invece ci si aspetta di essere o di vedere per preservazione un certo  futuro, le attese di un domani.

Spinta all’estremo, questo chiedere garanzie (sul futuro) alle libertà d’espressione ha prodotto e produce un’ espressione senza libertà. O una finta libertà di espressione, poiché la preparazione dell’avvenire diventa forma e desiderio di controllo; controllo dell’immaginazione, delle motivazioni e degli stessi strumenti dell’arte. Seguendo questo estremo l’arte si ritrova silenziosamente, con molta eleganza, ad essere una equilibrata appendice narrativa dello sfondo sociale cui appartiene.  E questo controllo, avviene sempre in nome di un’ideologia sociale, politica, o religiosa; motivato dal bisogno di una relazione ‘produttiva’, senza traumi,  tra le  azioni, per quanto artistiche,  delle persone, e il loro ambiente. Deve perciò, in questo caso, mantenere lo status quo ‘per competenza’, attraverso lo stesso linguaggio mediatico, adeguarsi allo stesso immaginario dominante, iconologico del sistema in sui si muove l’individuo. Nelle dittature diventa volontà gerarchica di programmazione di quanto più possibile può accadere nella mente delle persone. Si impartiscono allora dei modelli cui adeguarsi, fin dalla tenera età. E l’arte, viene etichettata come un modo di riprodurre e imitare ciò che già è stato detto o è stato fatto. Si procede alla monumentalizzazione (anche estetica) di una memoria individuale e collettiva che possa  garantire la visione del futuro attraverso la continuazione del passato.

Allora ecco la reincarnazione continua dei suoi idoli, simboli, immagini ‘più rappresentative’,  modelli da seguire, definiti con termini come bello, ideale, necessario, antico, in stile, rappresentativo, di moda, contemporaneo;e, molto più raramente, poiché più difficile da definire, ‘moderno’. Ma sono parole spesso abusate,  inflazionate per far sì che la cosa che stiamo guardando, l’opera d’arte che stiamo osservando, il problema che stiamo focalizzando, acquisiscano tutto il loro senso prima di noi, e a prescindere da noi, dal nostro sguardo, dalla nostra libera osservazione. E  trovino i loro perché in un tempo e in uno spazio lontano dal nostro vivo presente.  Che questo spazio-tempo sia estremamente passato o un probabile futuro, non ha molta importanza. La censura e la cesura ad opera del pensiero sono comunque avviate. Ai fini del controllo basta sradicare l’energia creativa dalla sua immediatezza, dal suo respiro presente, e depotenziarne, o estinguerne,  lo spirito rivelativo che può trasparire realmente solo in condizioni di libertà. Può nascere solo dalla piena consapevolezza del valore umano dell’essere liberi e accogliendo nel corpo e nella mente tutta la nostra condizione attuale.  Non nasce dai condizionamenti della società, o per giuramento di fedeltà a regole, o a  prescrizioni linguistiche imposte da una qualche forma di scuola o di autorità politica, religiosa o artistica. Lo spirito rivelativo dell’arte nasce da una necessità profonda di trasformazione dell’essere individuale, come di un intero popolo.

Quando studiamo o condividiamo con gli altri, nelle scuole d’arte, o nel lavoro; o durante le manifestazioni artistiche e culturali di cui siamo appassionati osservatori, o che ci coinvolgono direttamente; o nei nostri laboratori, nei nostri progetti culturali, nelle nostre strategie di comunicazione, cosa accade realmente? Ci autoimponiamo di seguire, di emulare e imitare stili, ricette, sull’onda delle mode, delle più contemporanee ‘tendenze’ che esibiscono  i musei o più propagandate dai media? Oppure cerchiamo serenamente di osservare dentro di noi, con molta attenzione, e fuori dagli schemi sociali, dai condizionamenti esterni, dalle formule estetiche dominanti,  cosa può veramente spingerci a raccontare qualcosa di vivo,  come la vita che osserviamo quotidianamente  e  i nostri conflitti interiori che sono qualcosa di altrettanto vivo? Se per noi arte o la creatività  sono un’ evasione, una forma di intrattenimento, una mera distrazione da ciò che si agita dentro di noi, dentro l’essere, qualcosa di diverso dalla scoperta di ciò che è, saremo spensierati turisti della cultura e del settore artistico, saremo sempre pronti ad un selfie veloce, prima di passare in un’ altra stanza, prima di procedere oltre, un clic e via. Saremo sempre spettatori passivi. Adatteremo la nostra mente a qualunque cosa ci venga proposta come ‘da vedere’, ‘importante’, ‘contemporaneo’.

Ma appena cominciamo a osservare ciò che abbiamo davanti (e non importa se sia un”opera’  di una rassegna internazionale, o la mostra di un nostro caro amico, o il nostro stesso disegno in corso), appena osserveremo ciò che si pone di fronte  a noi senza mai smettere di osservare cosa accade nella nostra mente, dentro di noi, simultaneamente, il significato del vedere, del  fare, cambia radicalmente. Ci si svuota delle dipendenze del passato o del futuro.

L’arte cessa di essere un immagine, un prodotto, qualcosa che si può vendere o comprare; e affiora la creatività come specchio della realtà.  


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