La Vecchia di li Fusa e li jorna di li sdirri

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di Redazione

Qualcuno ha mai sentito parlare di li jorna di li sdirri? E del Carnevale di Modica? Ebbene si, Modica non è famosa soltanto per il cioccolato, anche questa città, infatti, ha una curiosa tradizione legata al Carnevale e in particolare a una maschera che ha suscitato la nostra curiosità. Si tratta di la Vecchia di li fusa, una strega dallo sguardo letale. Scopriamo insieme di cosa si tratta.

A Modica esiste una maschera carnescialesca risalente a tempi molto antichi, un personaggio legato a racconti leggendari e anche alquanto lugubre. È la Vecchia di li fusa, una strega mostruosa, simbolo della prossima morte del Carnevale prima del periodo quaresimale. Si tratta probabilmente di una reminiscenza delle mitologiche Moire, le tre dee che con i loro fusi filano il destino di ciascun essere umano.

C’è un antropologo siciliano, tale Serafino Amabile Guastella, che in un suo scritto risalente al 1877 ha raccontato “L’antico Carnevale nella Contea di Modica”, parlando appunto della Vecchia vestita di nero. Fu lui, infatti, uno dei più grandi antropologi interessati ad analizzare a fondo gli usi, le superstizioni e la precarietà dell’uomo siciliano, facendo di questi elementi un metro di saggezza.

Guastella narra come tanto tempo fa, nel periodo clou del carnevale, una vecchia signora dallo sguardo letale si aggirava per le strade della Contea di Modica. La donna viveva in una grande caverna nascosta in luoghi reconditi, e qui trascorreva il suo tempo facendo la guardia al suo immenso tesoro.

Tutti i modicani stavano ben attenti a tenersene alla larga, tutti tranne i bambini, attratti e incuriositi dai racconti che su di lei facevano i nonni. I ragazzini avrebbero tanto voluto vederla e intrappolarla, per verificare con i propri occhi che fosse vera la diceria secondo cui quella brutta donna col mantello, con i lunghi capelli bianchi coperti da un lugubre velo nero, quella strega col volto scuro e rugoso, il naso grande e ricurvo e la fronte bitorzoluta, portava tra le sue mani ossute il bioccolo di lana nera che non smetteva mai di filare mediante un fuso che teneva nascosto tra le pieghe della lunga gonna.

I nonni del paese raccontavano che la Vecchia tesseva il destino degli uomini e degli eventi; anche il Carnevale ne sarebbe stato vittima, cosa che i bambini non avrebbero mai permesso.

Il giorno dello Sdirrimarti (il martedì grasso) era il giorno degli scherzi.

Scusate, ci preme a questo punto fare un inciso.

In Sicilia tutti i giorni di festa del periodo carnescialesco assumevano dei nomignoli molto particolari, preceduti da prefisso ‘sdirri (sdirriruminica, sdirriluni e sdirrimarti), si chiamavano li jorna di li sdirri. Ma cosa significa? Qualcuno sostiene che questo vocabolo derivi dal francese dernier (ultimo) e quindi li sdirri sarebbero gli ultimi giorni di carnevale. Se pensiamo, però, ad altre parole siciliane col medesimo prefisso (sdirrinatusdi+reni; sdisangatusdi+sangue) notiamo come, in realtà, il prefisso serva più che altro a dare un significato inverso alla parola che segue e quindi assuma una funzione grammaticale quasi privativa (sdirrinatu = senza spina dorsale e anche, per metonimia, “rotto”; sdisangatu = privo di sangue e anche “anaffettivo”, “incapace di provare forti sentimenti”). Se guardiamo la parola sdirri, notiamo l’unione di sdi+irri (funzione privativa di sdi+ iniziale di irritare), si tratta allora del contrario di rabbia e quindi “gioia” o “festa”.

Ma torniamo al racconto e al giorno dello sdirrimarti. Quel giorno, come dicevamo, era il giorno degli scherzi. I bambini pensarono che sarebbe stato il giorno adatto per incastrare la Vecchia. Quando la videro passare, infatti, col passo svelto e il mantello nero svolazzante, in un balzo la accerchiarono e iniziarono a strattonarla, poi terrorizzati dal suo sguardo fuggirono via, al riparo. I bambini erano molto delusi dall’ agguato fallito, ma uno di loro saltò in piedi e guardandosi le mani si accorse che sotto le unghie portava i resti del filo nero di lana. Tutti gli altri, a loro volta, analizzando con cura le proprie mani, con grande sorpresa si accorsero di avere anche loro dei residui di quel filo.

Quei ragazzini erano riusciti a tenere per sé e per il Carnevale, un pezzetto di destino che, in questo modo, non sarebbe mai andato perduto.

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