Terra

Per il weekend vi consigliamo la lettura del racconto Terra di Carmelo Modica. Una breve storia alquanto drammatica che vede la terra, con il suo odore, la sua consistenza, diventare l’ancora di salvezza di un’adolescente!

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di Carmelo Modica

Avevo temuto di  non riuscire a sopravvivere senza gin. Alla fine me l’ero cavata con un occhio pesto e un taglietto sulla guancia che mi faceva una strana smorfia da Halloween. La prima volta era andata che la cassiera non aveva voluto vendermi la bottiglia. Sei minorenne. Convincerla del contrario fu una perdita di tempo e dopo avermi chiesto un documento me ne andai scoraggiata. L’unico modo per tenerlo a bada era il gin. Prima era lui a recuperarselo, come non lo so. Non che avesse soldi. Men che meno lavorava. Però, tornava sempre con una bottiglia in mezzo a due lattughe o alle patate. Ogni volta mi sorprendevo a sperare che gli andassero in fiamme la gola e lo stomaco. Che l’alcol gli squarciasse le viscere una buona volta e quel po’ che gli restava dell’anima!

Dopo che mia madre ebbe la felice idea di andarsene con un tipo conosciuto alle corse dei cavalli, uno che ci andava giù di brutto con le donne e con le scommesse, non mi rimase che occuparmi dell’alloggio che il comune ci concedeva e di mio padre che di paternità non è che se ne intendesse molto tranne che per quella affidata al suo seme quando, una sera di Agosto, in preda alle inquiete leggerezze dell’ hashish e alle lievitanti brame di una dozzina di birre, aveva pensato bene di procedere di continuità con la linea riproduttiva assicurandosi tra l’altro una percentuale in più di quanto gli concedesse il welfare per continuare a rompere i coglioni a quella umanità di cui anche lui in qualche modo faceva parte.

Dopo qualche giorno, di nuovo al Penny a recuperare qualcosa da mettere sotto i denti per me che non dovevo mai esagerare e una bottiglia di gin per lui che poteva sempre farlo. Come quella volta che mi aveva sorpresa nel sonno a toccarmi in mezzo alle gambe mentre mi farfugliava cose indicibili che per lungo tempo presero a viaggiare nella mia mente lungo una scia di fiato rancido. Non riuscii più a dormire per mesi o meglio chiudevo gli occhi, un po’ come i cavalli, e i sensi all’erta, soprattutto l’olfatto. Quando avvertivo solo un minimo di puzza (aglio, alcol o di fritto quando mi sentivo più fortunata) riuscivo a divincolarmi in tempo e a farmi un giro nel cortile.

La volta dopo, la stessa tipa alla cassa amica. Amica. Mi guarda. Torna a lanciare uno sguardo alla bottiglia. Mi chiede cosa mi sia successo. Le rispondo che qualche giorno prima non ero riuscita a comprare il gin per mio padre.

Una guardata fugace attorno e mi fa cenno di avvolgere la bottiglia in un foglio di carta. Mi viene incontro dal suo posto totemico dove controlla qualcosa come tre o quattro casse e mi dà un foglio dentro il quale era stata avvolta una pianta: c’erano ancora tracce di terra. Non feci in tempo per ringraziarla per due motivi: primo perché mi sentivo osservata malgrado non ci fosse nessuno – andavo sempre negli orari meno battuti se dovevo prendere il gin, in quelli più affollati qualora avessi potuto infilarmi qualcosa nello zainetto –  secondo perché con un gesto del tutto inconsapevole mi misi a odorare quel pezzettino di terra che sembrava intrecciato da tante piccole dita che ne trattenevano un aroma umido e muschiato.

Uscii dal supermercato che conoscevo una cosa nuova: l’odore della terra. Non l’avevo mai sentito prima. Neanche quando lui portava le patate a casa o le verdure che raccattava nei campi di Palmisano quando meno ubriaco del solito “si ammazzava la vita a portare avanti una famiglia”. Era l’odore che preferivo immaginare quando lui si sfogava con qualche donnina di sua conoscenza che portava a casa e , nonostante non gli dicessi nulla perché dopotutto non me ne fregava un cazzo, mi guardava come a scusarsi e mi diceva che ne aveva diritto dopo che “si spezzava la schiena a mantenermi”. Le notti che non dormivo, quelle in cui non tenevo neanche gli occhi chiusi, immaginavo l’odore della terra. Volevo mangiarla la terra. Di cosa poteva sapere?

Una notte che lui era sfatto dall’alcol e stordito da qualche analgesico, una notte che pregavo fosse quella buona perché finalmente il diavolo se lo portasse, uscii piano piano, le infradito alle mani. Per fortuna quella libertà non mi era mai stata preclusa: la libertà di potere andare dove volessi tanto non avevamo chiavi. Vivevamo senza chiavi da sempre. I rumori della notte erano sempre quelli: qualcuno che smontava i pezzi di una macchina, lo schianto di schiaffi, lamenti di vecchi, bottiglie che si rompevano. Piano piano me li lasciai alle spalle e una volta sulla statale mi riinfilai le ciabatte. Fu la notte più bella della mia vita. Di tanto in tanto i fanali di un’automobile mi illuminavano tutta. Arrivai nelle campagne di Palmisano nel silenzio più assoluto. In quel silenzio respirai l’odore della terra. Stavo per inciampare su una canaletta di scolo, un’acqua vi scorreva lenta e riposata. Mi tuffai sull’erba in prossimità di un casale. Un cane abbaiava quasi con prudenza. Le stelle tra i rami degli alberi che si sbracciavano verso l’alto, come a restituire al cielo quello che raccoglievano dalla terra. Lanciai gli infradito da qualche parte. Non li avrei più ritrovati.  Immersi i piedi nella terra umida e sollevai le mani al cielo. Più affondavo i piedi e più sentivo l’odore di quel pezzettino di zolla rimasta sulla carta un giorno dei vecchi giorni miei e mi sentivo possedere dall’abbraccio della natura e dalla prepotenza della quiete. Fui perfino in grado di augurare una bella vita a mio padre. Mi bastava solo quello. Perché la mia – ne ebbi subito coscienza – sarebbe presto cambiata. Per un attimo mi sembrò che dalle dita si lanciasse una luce diafana, dello stesso colore della luna e che a lei tornasse. Poteva anche essere che fosse la luce a trasfondersi attraverso le mie mani nella terra e mi sentii un tutt’uno con la vita, con l’universo e con me stessa.

2 Commenti
  1. Cinzia Capitani dice

    Racconto meraviglioso e ottimamente confezionato. Grande sensibilita’ e bravura. Eccellente prova di scrittore e autore. Tantissimi complimenti.

    1. Carmelo dice

      Grazie, Cinzia. Di cuore!

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