Lotto, Tabacchi e Castrato

Di Franco Vasta

L’ennesimo sabato in compagnia dei tempi antichi e degli antichi ricordi; dispute tra bottegai, tabacchini e locandieri. Vediamo cosa successe nell’estate del 1906.

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In un paese in fermento per l’annuncio che il giorno 6 maggio 1906 si sarebbe disputata la prima edizione della Targa Florio, con partenza da Campofelice e nelle tribune appositamente costruite nella contrada Pistavecchia, c’era spazio anche per dispute commerciali tra bottegai, locandieri e macellai.

Accadde che tale Versace Giuseppe pensò di aprire, nell’anno 1906, una macelleria, la cosa non fu presa bene dai due storici macellai Campofelicesi, Carlino Domenico e Giglio Filippo, i quali tuttavia dovevano fare buon viso a cattivo gioco e soprattutto dimostravano di rispettare le leggi annonarie, agendo sempre in piena collaborazione con il Municipio. Il Comune, allora, aveva il pieno controllo sulla vendita della carne, non solo sotto il profilo dell’igiene e della salute pubblica, ma anche sotto il profilo prettamente commerciale. Versace aveva “‘u malu carattiri”, si mostrava restio alla legge ed era un po’ arrogante, l’amministrazione comunale decise di intervenire. L’assessore Lanza non era il tipo da farsi intimidire, pensò di convocare i tre macellai al Comune, per fare delle obbligazioni della vendita della carne vaccina in mancanza del castrato, onde metterla in vendita a turno, cioè una settimana cadauno, non essendo possibile nella stagione estiva venderla tutti e tre i macellai, per il poco smercio e perché suscettibile di putrefazione…”.  Il Versace non aderì a tale richiesta e nonostante fu chiamato più volte dalla guardia municipale, anche per mezzo di biglietto dinvito, non si presentò alla riunione al Comune. Lanza detto “testa ri lignu” non gradì il rifiuto: “ il macellaio Versace Giuseppe non è questa la prima volta che dà mostra a doglianze nella sua qualità di esercente macellaio. Da parte mia, Assessore allannona, ho cercato ogni mezzo di trattare ogni cosa alla buona, con esso ed altri due esercenti macellai, per evitare misure di rigore e contentare nello stesso tempo il pubblico. Tra tutti è il Versace che crea imbarazzi col suo carattere arrogante e poco rispettoso presso l’autorità costituita. La sua ostinazione fu causa che gli ammalati per tanto tempo sono stati privi della suddetta carne vaccina, cotanto necessaria in questa eccezionale stagione calorosa. E di più avendo il Municipio stabilito un orario per la visita dell’ufficiale sanitario, in luogo del veterinario assente, il predetto Versace condusse al macello un castrato di sua proprietà, e siccome il medico non andò a visitarlo, egli se ne adontò e non si curò né di chiamare il medico, né di reclamare al Municipio, anzi invitato dalla Guardia Municipale a ritirarlo, lo abbandonò. Fu allora che io credetti regolare di invitarlo a venire in ufficio con apposito biglietto a ciò si rifiutò. Due giorni dopo e precisamente il 14 andante, poi il Sindaco informato dell’accaduto, diede disposizione di dare il castrato, abbandonato dal Versace, al macellaio Giglio per alimentarlo e dissetarlo temporaneamente…”. 

Venuto a conoscenza di tale decisione, Versace, con tanto di coltello alle mani e imbrattato di sangue della Vacca che aveva quartiato” nel suo negozio, si presentò al Comune, minacciando impiegati, guardie e lo stesso Sindaco, perché voleva indietro il suo castrato. Giglio glielo consegnò e Versace passò dalla Piazza Garibaldi, con coltello, grembiule e castrato al seguito. Il fatto produsse malumori in tutto il paese, furono interessate le autorità e la questione arrivò sul tavolo della Giunta comunale. Lanza Luigi assessore all’annona, prese la parola: “…propongo il ritiro temporaneo della patente di macellaio di Giuseppe Versace, ai sensi dell’articolo 36 del regolamento sulla polizia municipale tuttora vigente, per il comportamento del Versace e per le minacce all’autorità costituita…”.

La Giunta all’unanimità deliberò il ritiro della patente di esercente macellaio a Giuseppe Versace fu Domenico, conforme al prescritto dell’articolo 36bis del regolamento di polizia municipale di Campofelice. In Paese si mormorò che l’azione della Giunta era votata a salvaguardare le posizioni commerciali di Carlino e Giglio, anche se unanimemente si deplorava l’atteggiamento del Versace, non incline al rispetto delle regole. Il “caso castrato” non fu l’unica questione che interessò i negozianti del paese, l’amministrazione comunale si trovò di fronte ad un altro problema legato alla vendita di tabacchi e generi di privativa. Le invidie e le gelosie commerciali sono sempre esistite, forse all’epoca erano più frequenti, considerato che il Paese era in espansione: era arrivata l’acqua potabile, c’era la stazione ferroviaria, insomma Campofelice diventava sempre più centro commerciale appetibile a chi aveva intenzione d’intraprendere. Nonostante ciò, era pur sempre un piccolo centro, con i difetti propri dei piccoli centri di provincia, ove le maldicenze, “‘u curtigghiu”, giocavano purtroppo un ruolo non secondario. Così fu il caso del gestore dell’unica rivendita di Sale e Tabacchi presente in Paese. Antipatie personali, invidie commerciali, gelosie di ogni genere, non rimanevano confinate nel recinto delle chiacchiere di piazza ma, purtroppo, interessavano anche l’autorità comunale. Non c’era giorno, in quel caldo agosto del 1906, che qualche cittadino non si recasse nella casa comunale per lamentare disservizi dell’unica tabaccheria del paese, perorando l’apertura di una seconda rivendita di Sale e Tabacchi. Il ventuno di agosto del 1906, dopo l’ennesima protesta, la Giunta Comunale prese in esame la proposta dell’assessore Enrico Caputo, per fare voto di preghiera per una nuova rivendita di Sale e Tabacchi in  Campofelice. L’unica rivendita di Campofelice era gestita dalla moglie del Segretario Comunale Antonino Vaccaro, ragione per cui lo stesso si astenne dal partecipare alla riunione di Giunta, al suo posto fu chiamato a fungere da Segretario verbalizzante, l’assessore comunale Antonio Di Gesare detto u Isiniddaru. Il Sindaco Rao, presenta alla Giunta una nota dell‘intendenza di Finanza di Palermo del 26 aprile 1905, n.17239 e riferisce quanto appresso: “…non è da poco tempo che questo Comune sente il bisogno di avere un’altra rivendita di Tabacchi. La sua popolazione, a malgrado la continua emigrazione, è tale che con una sola rivendita non può avere tutta la libertà dello acquisto dei generi di privativa, cioè non si dà il libero sfogo ai compratori di andare piuttosto dall’uno che dall’altro, determinando così una specie di privilegiato e forzato accesso dove talvolta non si vorrebbe andare e per lo più si rimane privi del genere o si va incaricandone altrui pietendo favore. Ciò che in altri termini significa schiavitù assoluta e forzata di servirsi di quel solo smercio o astensione totale positiva, con perdita delle Finanze dello Stato e con palese violazione della libertà del commercio dei generi di privativa. Poiché è risaputo che fra 2548 abitanti (tanti erano i Campofelicesi bel 1906), corrono le simpatie e le antipatie di recarsi ad un solo luogo. È queste considerazioni determinano le differenti correnti di opinione di personalità che non si possono alleviare quando c’è una sola e forzosa bottega aperta. Io perciò (è Nzulu Rao che parla) sono di avviso che l’apertura di un’altra privativa in questo Comune, s’impone di somma necessità, tanto per il libero accesso dei compratori, quanto per l’interesse delle Finanze…”.

Quanto interesse per le entrate dello Stato da parte del Sindaco Rao, ma cosa si cela dietro a questo interesse nazionale? Perché la Giunta Comunale di Campofelice si lascia andare ad un deliberato scadente sotto la forma, mediocre nella grammatica ed inopportuno sotto il profilo politico? Niente di trascendentale, il Sindaco Rao si vendicò semplicemente del Segretario Comunale Antonino Vaccaro, che era amico di Cipolla, che lo aveva votato, che era uno dei patrioti più in vista del paese e che, soprattutto, era il fautore della rivendicazione dei diritti di promiscuità. Così tra castrati abbandonati, minacce e piccole vendette trascorrevano le giornate dei primi del Novecento, nel paese fondato da Don Gaspare La Grutta. Alla prossima!

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