Intervista ad Alex Astegiano e scopriamo insieme la sua visione della Sicilia

di Carlo Baiamonte

Intervistiamo Alex Astegiano. Nell’album Malacarne, dedicato alla Sicilia, coglie nei segni urbani la relazione profonda tra la dimensione umana e il contesto, anche quello (solo apparentemente) residenziale della periferia palermitana.

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Alex Astegiano, Free lance, grafico pubblicitario e fotografo, cofondatore e primo cantante del gruppo rock cuneese Marlene Kuntz, è un artista eclettico, dotato di una grande sensibilità che lo ha orientato verso percorsi esperienziali differenti, dalla ritrattistica nell’ambiente musicale e culturale alla documentazione di contesti geopolitici lontani come le regioni indo-tibetane. All’attivo varie mostre di pittura e fotografiche come “Senza Posa: il Rock a Scatti” (2007), “Diversamente Bianca” (2010), “LIVE” Nuvolari Libera Tribù (2011),  “X TRAFFIC” OGR (2013) e più recentemente “Daft Punk: a french touch”  presso ONO Gallery a Bologna.

Alex Astegiano, la tua esperienza artistica,  estremamente variegata sembra suggerire una vocazione permanente verso la sperimentazione e la contaminazione di espressioni diverse. Ti appartiene da sempre,  è cresciuta con la fotografia, il teatro o con la musica?

Da sempre sono interessato a varie forme d’arte, da tutto quello che è immagine, prima influenzato dalla natura, dalla musica poi, frequentando gruppi e festival musicali. Trovo molto interessante unire il più possibile queste forme artistiche come il cinema che le lega insieme forse al meglio.

La fotografia ieri e oggi. Come consideri la fotografia rispetto al nostro tempo? Quali aggettivi utilizzeresti per caratterizzarla?

Ho sempre pensato alla fotografia come documento, una storia. La fotografia deve raccontare una storia, documentare. Non credo sia cambiata molto questa idea se non a livello tecnico, fruibile a tutti oramai.

Tu hai una grande esperienza fotografica, sia dentro il panorama musicale dei grandi artisti che hai fotografato e coinvolto nei tuoi progetti, sia a contatto con altri settori dell’arte contemporanea.  Per Alex però che cosa significa fotografare? C’è interferenza tra la dimensione esperienziale, umana, di incontro con un luogo nuovo e l’aspettativa artistica?

Non ho una grande esperienza tecnica, ma quella dell’incontro, della condivisione del pensiero. Conoscere e comunicare con il soggetto molto prima di scattare. Ci sono state situazioni di incontro, a volte così importanti, che non ho neanche fotografato. Il più delle volte, specie nei ritratti è come fotografare me stesso.  Nessuna interferenza, in ogni luogo cerco bellezza.

La prima volta che hai fotografato la Sicilia?

La prima volta è stato da ragazzino con una analogica rubata a mio padre, poche diapositive amatoriali. Quella decisiva, dove ho sentito di più la famigliarità con l’isola (la mia bisnonna è stata l’unica superstite della famiglia dal terremoto del 1908) è stato nel 2014, dove ospite di cari amici ho avuto il tempo di mappare la Scala dei Turchi e l’Agrigentino.

Quali pregiudizi  hai incontrato prima di fotografarla?

Nessun pregiudizio, è stata una delle scoperte più belle. Dopo anni a viaggiare per il mondo, riuscire a godere della Trinacria, scoprire un paese come Poggioreale antica che “grazie” al terremoto presenta una cittadina come era prima della cementificazione degli anni ’60 e ’70. Il Cretto di Burri a Gibellina, il Teatro Andromeda a Santo Stefano Quisquina e l’Eremo di Santa Rosalia, un patrimonio da salvare.

Invece Palermo, città del sud, quali prime impressioni ti ha suscitato?

Palermo è una cosa a sé… città che adoro, unione tra sacro e profano, ha subito così tante influenze nei secoli. Ballarò e la Vucciria mi ricordano molto le aree mercatali di Parganjii a Old Dehli. Sono realmente innamorato della luce di Palermo, dell’architettura e soprattutto dei suoi abitanti.

Il lavoro fotografico per il progetto La Malacarne rivela aspetti  inediti della Sicilia. Scorrendo gli scatti mi venivano in mente i miti greci ma anche l’idea di una terra che dalla sua ferita non riesce a sanguinare. Sembra che il tempo si sia fermato in modo da non determinare alcuna differenza tra la periferia urbana degradata e gli spazi monumentali. E’ una Sicilia ed una Palermo incantata e decadente o sbaglio?

Incantata forse ma non decadente, a meno che si parli dell’Italia intera, è la realtà dei nostri giorni. Io la presento solo con i miei occhi che cercano un po’ di bellezza anche in un quartiere degradato e dimenticato dalla società.

Sembra che i Quattro canti siano diventati il paradigma turistico di Palermo.  I tuoi Quattro canti sembrano uno spazio immenso, un elemento che non teme l’infinito, tutto il contrario della percezione usuale…

I Quattro Canti sono per me il punto verso l’infinito, una rosa dei venti. Uno “spazio aperto”. In antichità era chiamato il Teatro del Sole, durante il giorno almeno una delle facciate viene illuminata dal sole. Ho usato volutamente il grandangolo per avere massima profondità e visuale aperta.

Ho apprezzato  alcune foto di Brancaccio e Romagnolo, una luce straordinaria che le trasforma nelle periferie del mondo, con una desolazione a tratti metafisica.  E’ difficile che un fotografo si interessi alla parte sud est di Palermo, uno spazio urbanistico per noi residenti  ‘fantasma’.

Anche qui ti rispondo sulla ricerca della bellezza, il fattore umano è sempre il più importante. Come gli abitanti vivono la quotidianità dell’architettura che li circonda, antichi e/o nuovi palazzi come in alcuni scatti di Favara e Agrigento. Forse alcuni quartieri possono essere definiti “fantasma”, ma sono i residenti a renderli vivi.

A quali progetti stai lavorando in questo momento?

Continuo a lavorare sui ritratti, vorrei lavorare su Palermo in particolare ritraendo persone al lavoro e successivamente in studio, dualizzare il ritratto, dalla persona che lavora per strada all’assessore nel suo ufficio, per poi riportare gli stessi in studio con “l’abito a festa”.

Foto di Alex Astegiano: Giovanni Gastel

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