Il Miracolo di Santa Rosalia

Di Franco Vasta

Il commovente racconto di un piccolo miracolo avvenuto nella cittadina madonita di Campofelice di Roccella. Anche questo sabato si accendono i ricordi.

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 Il culto di Santa Rosalia a Campofelice ha origini antichissime. Nel 1699, allorché il Principe Don Gaspare La Grutta Guccio, della famiglia Rivarola, chiese ed ottenne la licentia populandi, edificò la Chiesa Madre intitolandola a Santa Rosalia. Grande era l’eco del miracolo della pestilenza a Palermo, avvenuto 70 anni prima, e il Principe La Grutta volle consacrare la Chiesa e l’intera comunità, al culto ed alla venerazione di Rosalia Sinibaldi, vergine palermitana trovata morta nella grotta di Montepellegrino, la notte del 4 settembre 1170. Campofelice dunque come Palermo, legati dalla venerazione della Santuzza. Durante gli anni di fine ottocento, le autorità locali di Campofelice furono costrette a rinviare i festeggiamenti e la famosa fiera del bestiame, che si teneva nei pressi di Piazza Croce, per problemi igienico sanitari legati alla mancanza cronica dell’acqua potabile e alla diffusione di pericolose epidemie. Nel 1903, finalmente, tre litri di acqua potabile, provenienti dalla vicina Collesano, arrivavano a Campofelice, fu un evento eccezionale! Troppa sofferenza aveva provocato la mancanza di acqua potabile nel paese, il Comune era costretto ad acquistarla, con notevole esborso di pubblico danaro, per assicurare un minimo di approvvigionamento idrico, essenziale  alle necessità della popolazione, per gli altri usi domestici veniva usata l’acqua del fiume Stretto o Roccella. Giornalmente il Comune incaricava cittadini possessori di carri trainati da bestie da tiro, per la distribuzione dell’acqua in paese. Nel 1902, ad esempio, furono pagate 14 lire a Martire Rosalia, fu Giuseppe, moglie di Corso Salvatore, per avere apprestato il suo carro per sette giornate a lire 2 al giorno, per la vendita dell’acqua in paese, per l’assoluta siccità dell’epoca. Immaginate quindi con quali sentimenti di gioia fu accolta la notizia dell’arrivo dell’acqua potabile a Campofelice, l’evento era eccezionale, bisognava assolutamente ricordarlo e festeggiarlo, il Comune quindi pensò ad una inaugurazione in grande stile. Il Sindaco, ‘Nzuliddu Rao, riunì la Giunta immediatamente, aveva una grande idea nella testa, far coincidere l’inaugurazione della condotta di acqua potabile, con i festeggiamenti in onore della Santuzza. L’idea fu accolta con giubilo dagli assessori, bisognava parlare con i Deputati della Festa (comitato festeggiamenti), il Sindaco li convocò in Comune la sera del ventisei agosto del 1903, presentò la sua idea e i Deputati  accettarono, tuttavia posero una condizione: l’inauguttazione doveva svolgersi in giornata diversa dal 4 settembre, giorno dedicato alla processione che,  nella sua solennità, non poteva e non doveva essere intralciata e “spodestata” da altri eventi. La soluzione fu quella di far durare la festa fino al 6 settembre, domenica. Per quell’anno i festeggiamenti dovevano iniziare il 1° settembre e concludersi domenica 6. Non c’era un minuto da perdere, il 28 di agosto la Giunta deliberò lo stanziamento di lire 400 da servire per i solenni festeggiamenti e per l’inaugurazione della condotta di acqua potabile. Furono interpellati i giovani studenti della città per organizzare il tutto, Francesco Cipolla fu incaricato di acquistare il drappo rosso per rinvigorire la bandiera italiana che era in pessime condizioni, furono imbandierate le principali vie del Paese e fu fatta una confacente illuminazione con lampade di acetilene. Fu organizzato un banchetto con inviti alle autorità del circondario, con a capo il Prefetto di Palermo, poi la Giunta comunale, il Consiglio comunale, il Conciliatore, l’insegnante, il Segretario, il vice Segretario, lappaltatore della conduttura e l’ingegnere direttore, il Farmacista ed il Parroco, non ultimo il Comandante dei Reali Carabinieri. Il tempo era veramente limitato; La Russa Pietro ebbe il compito di spazzare le vie del Paese, prima, durante e dopo i festeggiamenti, la banda musicale era pronta, gli ultimi accorgimenti riguardarono il banchetto. Al locandiere Di Maggio Vincenzo fu affidato il “catering” ma sorse un problema: il locandiere Di Maggio non possedeva un tavolo capace di ospitare tutti gli invitati, dunque si pensò di farne costruire uno appositamente. L’assessore Luigi Lanza, si recò personalmente dal falegname Angelo Schepis, al quale commissionò un tavolo ovale grande, capace di ospitare tutti gli invitati. Schepis tentennò per il poco tempo a disposizione, ma anche per l’ampiezza del tavolo richiesto. Lanza non si scoraggiò e pensò di operare una suddivisione tra invitati di serie “A” e di serie “B”. Disse dunque  al falegname Schepis, di costruirne uno abbastanza capiente, per 10 persone (le autorità), mentre gli altri si sarebbero arrangiati alla meglio. Schepis continuò a tentennare per la brevità del tempo a sua disposizione, anche lì Lanza fu pragmatico: “ Ancilinu conza a tavula, pi tia 21 liri”. La giunta comunale di Campofelice deliberò un ordinativo di pagamento di 21 lire, Angelo Schepis superò ogni titubanza, lavorò giorno e notte anche nella giornata festiva del 4 settembre, il 5 pomeriggio il grande tavolo ovale era bello e verniciato, un’opera d’arte, pronto per essere imbandito l’indomani, domenica 6 settembre, giorno fissato per la fatidica inaugurazione. Tutto andava per il meglio, il paese era in fermento, si aspettavano i festeggiamenti e l’inaugurazione della condotta di acqua potabile, due eventi capaci di portare gioia e serenità nella comunità madonita. Il gruppo di studenti aiutava l’amministrazione comunale nell’organizzazione del banchetto e i Deputati della Festa in quella dei festeggiamenti, la devozione per la Santuzza era grande, nulla doveva mancare, tutto doveva essere al proprio posto. Nessuno e niente potevano turbare la serenità della comunità campofelicese, non sempre però tutto fila liscio, anzi proprio in queste occasioni di giubilo il diavolo ci mette le corna. La sera del 1° settembre iniziarono i festeggiamenti, niente di importante, qualche piccola bancarella di fave e ceci caliati” e il rituale scoppio di mortaretti, petardi e trick-track. Alle 20 in punto, però, si udì un boato accompagnato da un fumo grigio denso. Tutti si fermarono, in Piazza c’era poca gente, l’ora era quella della parca cena, gli studenti che avevano fatto esplodere i petardi si guardarono sbigottiti, quel boato non poteva essere provocato da quei 4 “assicutafimmini”  che avevano fatto esplodere in piazza. Alzarono gli occhi e videro ciò che non avrebbero mai voluto vedere. A ridosso della Piazza Garibaldi si diparte “a strata ranni”, Corso Vittorio Emanuele, lì,  prima dellincrocio con l’attuale Via Leonardo Cipolla, c’era la casa della famiglia Moreci (presumo un refuso dell’epoca, in realtà Morici), una famiglia numerosa, composta da nove persone, i genitori e sette figlie, tutte femmine, erano tutti in casa a quell’ora. Ebbene il boato fu provocato dal crollo improvviso della casa Morici, il fumo era asfissiante, ma non vi era traccia di incendio, il crollo avvenne per cedimento della struttura di calce e legno dell’abitazione. I primi ad arrivare sul luogo furono gli studenti, Rao Giuseppe, Cipolla Salvatore, Vaccaro Salvatore, Vaccaro Paolo ed atri, la scena era agghiacciante, un cumulo di macerie misto a mobilio di scarsa qualità, quando il fumo fu spazzato via dal maestrale, altro non si vide che macerie. Subito gli studenti gridarono aiuto, in un attimo arrivarono i Regi Carabinieri Trombadoro Francesco e Curcio Corrado, il vice brigadiere della Finanza Sisto Ferdinando, il guardafilo telegrafico Salvatore Miceli e il caporale delle guardie campestri Annibale Civello, molti cittadini e le autorità locali, tra cui il sindaco Rao. Nulla doveva turbare i grandi eventi del settembre 1903 a Campofelice, troppa felicità e gioia stavano albergando nei cuori dei Campofelicesi, provati dalla mancanza di risorse, di lavoro e perfino dell’acqua potabile, ma il destino volle giocare un brutto scherzo quella sera. I carabinieri facevano fatica a non fare avvicinare i parenti della famiglia accorsi, pianto e grida disperate facevano da colonna sonora alla scena, gli studenti non vollero aspettare i soccorsi, cominciarono a scavare a mani nude fra le macerie. Tutti sapevano che li sotto c’erano nove persone, la mamma era ammalata da tempo, il padre un agricoltore, le sette figlie tutte in età giovane, una la più piccola di appena due anni. La scena era drammatica, ma ciò che colpiva era il silenzio, il terribile silenzio intervallato dalle grida disperate dei parenti. Salvatore Cipolla chiese ai carabinieri di intimare un po’ di silenzio ai parenti, in modo da poter scorgere qualche flebile anelito di vita, ma nulla. Nulla di nulla, il silenzio e i singhiozzi dei parenti ammutoliti dai militari. Uno dei presenti provocò la commozione di tutti, girandosi verso la Piazza all’indirizzo della Chiesa Madre, cadde in ginocchio, gridando a squarcia gola, tutti fecero silenzio:

”Rusulia, Rusulia!, prea a Gesù e Maria. A si quattru cantuneri, ci su quattru beddi artari. Lucifiru cu tia nun si potti cuntrastari, di guai e di peni n’aviti a scanzari. Rusulia Rusulia, sarva sti picciriddi sutta sti petri, a tia mi votu Verigini Santa!

La preghiera in dialetto è della città di Palermo, il Campofelicese la indirizzo’ alla Santuzza per fare il miracolo. Quelle poche parole, gridate nel macabro silenzio di quella sciagurata notte, furono commoventi, tutti i presenti asciugarono il viso dalle lacrime, gli studenti e il guardafilo Miceli continuavano a scavare, ad un tratto, Salvatore Vaccaro attirò l’attenzione di tutti: “zitti, zitti, sintiu un lamentu”, nessuno fiatava, aiutu, aiutu, aiutatini”, una voce rotta e flebile si sentì dalle macerie e riaccese la speranza, i giovani studenti sembravano ruspe meccaniche, dalla parte del muro limitrofo alla casa Morici, riuscirono a scavare un varco, e ad uno ad uno, uscirono fuori il padre e sei delle sette fanciulle. Probabilmente il tavolo dove stavano consumando quella povera cena, li aveva salvati. Il loro genitore ai primi scricchiolii, e alla vista dei primi calcinacci, le tirò tutte sotto il tavolo che fece da parapetto. La bambina più piccola, purtroppo perì, fu trovata priva di vita in braccio alla mamma nel letto dove giaceva, ammalata da tempo, anche lei deceduta. I più gridarono al miracolo, la Santuzza aveva salvato sei giovani vite, la Giunta Comunale deliberò un voto di encomio ai cittadini, ai militari ed altri che si distinsero nel salvataggio della famiglia Moreci la sera del primo settembre 1903. Nella deliberazione della Giunta comunale così si legge: “…dare un voto di plauso e di benemerenza ai prelodati cittadini, che apprestarono l’opera loro nel salvataggio della famiglia Moreci la sera del primo settembre 1903, tra cui i valorosi studenti Rao Giuseppe, Cipolla Salvatore, Vaccaro Salvatore, e Vaccaro Paolo, e più specialmente ai Carabinieri Reali Trombadoro Francesco e Curcio Corrado, al caporale delle guardie campestri Annibale Civello, al vice brigadiere della Finanza Sisto Ferdinando, alla guardia municipale La Russa Giuseppe, che non solamente seppero mantenere l’ordine dei lavori di sgombramento delle macerie, ma con pericolo della propria vita diressero ed operarono materialmente il salvataggio, nonché il guardia filo Miceli Salvatore, il quale accorse uno dei primi sul punto del disastro e contribuì a portare in salvamento le persone che giacevano sotto le macerie non ancora estinti…”. Da quel giorno, e per molti anni dopo, il 1° settembre a Campofelice venne ricordato come il giorno del Miracolo della Santuzza. Alla prossima!

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