Il Paese delle Bettole

Di Franco Vasta

Non c’è sabato senza ricordi… A voi il nuovo episodio di Franco Vasta.

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Agli inizi del 1900 Campofelice, come abbiamo visto, era un paese a prevalente economia agricola. Circa l’ottanta per cento della popolazione adulta svolgeva lavoro nei campi, sia nella qualità di piccolo proprietario che im quella di bracciante agricolo. I cittadini cosiddetti “possidenti” erano pochi, 15 erano i maggiori contribuenti che figuravano in un elenco che la giunta comunale aveva aggiornato alla data del 15/2/1902 e precisamente:

Cammarata Barone Bernardo, con un imponibile di L. 14.996,86;
Lanza Vittoria del Principe Giuseppe in Cammarata Leoluca, con un imponibile di L. 6.869,78;
Marsala Giovanni fu Nicolò, con un imponibile di L.2.291,84;
Notarbartolo Emanuela fu Francesco in Moncada Principe di Monforte, con un imponibile di L. 1.273,05;
Cirincione Grazia fu Giuseppe, con un imponibile di L. 1.589,50;
Baronessa Martino Atanasio, con un imponibile di L. 1.195,75;
Rao Maria Stella fu Giuseppe, con un imponibile di L. 1.363,95;
Civello Filomena vedova Bartolotta, con un imponibile di L.874,84;
Civello Giovannina (moglie di Pasquale Cipolla) fu Salvatore, con un imponibile di L. 666,29;
Ruggiero Innocenzia vedova Civello, con un imponibile di L. 869,03;
Miceli avvocato Salvatore fu Vincenzo, con un imponibile di L. 636,23;
Lanza Antonio fu Salvatore, con un imponibile di L. 1.417,13;
Civello Marietta in Bavuso, con un imponibile di L. 673,59;
Iacona Notarbartolo Francesco fu Barone Pietro, con un imponibile di L. 1.878,80;
Civiletti Calcedonio fu Pasquale erede, con un imponibile di L.630,23.

Questo l’elenco dei maggiori contribuenti di Campofelice, allorché la legge del 1887 impose l’obbligo del riordinamento dei ruoli dell’imposta fondiaria, all’elenco suddetto venivano aggiunti: “quelli che per ragion di rango acquistarono maggior importanza”, mentre verranno cancellati coloro che hanno perduto la qualità, e quelli che per ragion di carica sono incompatibili (consiglieri e assessori comunali ). Pochi erano gli artigiani, si cominciava a costruire qualche casa nel centro urbano, e i muratori erano per lo più impegnati in piccoli lavori per conto della Comune. Gioacchino Re, ad esempio, si occupava di manutentare il pubblico orologio presente nel campanile della Chiesa, a lui spettava la fornitura del petrolio del lume che illuminava il quadrante dell’orologio, solamente nei giorni di festività. Uno dei pochi “bottegai” era Venturella Filippo (nonno della mia cara Mamma), il suo esercizio era sito nella Via Cesare Civello proprio di fronte all’attuale Villa Peppino Impastato, a lui il Comune commissionava la fornitura del petrolio per i lumi degli uffici comunali, della scuola e, quando occorreva, nelle occasioni straordinarie non preventivabili. In quegli anni Campofelice fu interessata da un fatto molto strano, di colpo vi fu un proliferare di esercizio di bettole che, rispetto ad altri comuni del circondario, fece scalpore. Cosa erano le bettole, il significato che viene attribuito a tale termine dal vocabolario Treccani è “osteria di infimo grado”, cioè un posto malfamato, frequentato da gente  non di primissimo ordine, noi però dobbiamo uscire da questo stereotipo, a Campofelice il proliferare di questi esercizi ebbe un significato alquanto diverso. Abbiamo visto sin dagli inizi delle nostre piccole ricerche, come le lagnanze dei vari amministratori che si succedevano nella conduzione “dell’azienda comunale” vertevano soprattutto sulla questione dei transiti delle truppe di passaggio e dei militari, per i quali il Comune aveva l’obbligo di assicurare vitto e alloggio, con aggravio notevole di spese. Nessun comune del circondario aveva un così alto numero di transiti di militari come Campofelice, la posizione strategica del Paese obbligava il transito continuo di militari che si recavano a Palermo, e quelli che andavano verso l’entroterra essendo Campofelice la porta delle Madonie. Se la mobilità militare era un problema non indifferente per le casse comunali, diventò invece una risorsa per i cittadini che avevano escogitato l’apertura di questi “Pub ante litteram”. Proprio così, chiunque aveva la disponibilità di una casa terrena, in posto di transito, apriva una bettola, un luogo di ritrovo per militari soli e in cerca di compagnia. Qui si vendeva il vino rosso prodotto nelle vigne di Campofelice, si mangiava qualcosa e si giocava a carte, la mescita del vino nelle bettole diventò un’attività commerciale redditizia, così tale Battaglia Salvatore fu Nicolò, aprì la prima bettola nella Via Collesano (parte finale dell’odierna Via Cesare Civello), in casa di sua proprietà. Bastava presentare un’istanza al comune, corredata dal certificato penale di non fallimento, per ottenere il permesso ad esercitare, il provvedimento del Comune così recitava: ritenuto che il Battaglia ha una casa propria, casa comoda per bettola, non essendovi abitazione della sua famiglia. Considerato che la località dello smercio del vino è di fronte la traversa interna a questo abitato, e per conseguenza comoda per i passeggeri…”. A Battaglia seguirono una serie innumerevole di aperture di bettole; nella Via Gennara, Gurrera Giuseppe fu Salvatore ne aprì un’altra, e così pure Imburgia Francesco  fu Giuseppe, in casa di sua proprietà, nella centrale Piazza Garibaldi, “comoda per i passeggeri ed avvicinata alla traversa interna dellabitato…”. Tale Di Gallo Giuseppe, Salvatore fu Gaetano, aprì una bettola nella casa di sua proprietà sita nel Corso Superiore, Terracina Maria, vedova di Scacciaferro Pasquale, ottenne la licenza di bettoliera nella casa di sua pertinenza, sita in Via Porrazzi. Nella stessa via Barrante Maria fu Giuseppe, vedova di Lanza Giuseppe, chiese la licenza per l’apertura di una bettola per la vendita di vino, prodotto nella sua vigna di contrada Pirrera nel comune di Collesano. Il fenomeno incuriosì i cittadini dei paesi vicini, che provarono ad attivare un esercizio di bettola a Campofelice, così fece Inzinna Salvatore di Collesano, sfruttando la vicinanza delle sue terre prossime al territorio di Campofelice, pensò bene di aprire un’ulteriore bettola in una casa, presa in locazione e attigua alla Piazza Garibaldi ed il Commissario Regio Scichilone domandò informazioni al Sindaco di Collesano sulla moralità del richiedente. Anche a Cerda il fenomeno delle bettole di Campofelice fece scalpore, una cerdese, tale Cicero Domenica fu Mariano, affittò una casa terrena in Via Segretario 17 e vi aprì una bettola. In un primo momento le Bettole furono localizzate in posti di transito prospicienti la traversa interna che conduce a Collesano ma, saturati i posti centrali, anche le vie interne del centro abitato furono interessate dal fenomeno. In Via Santa Rosalia, al n.9, Scacciaferro Rosaria, vedova in secondo letto di Ranno Biagio, aprì una bettola in casa di sua proprietà. Intanto il notevole flusso di viandanti e militari che soggiornavano in paese, rese necessaria la provvisoria costruzione di una discarica. Il Municipio incaricò Saccomanno Tommaso di costruire “una siepe per l’accesso in un locale fuori dal centro abitato, ove gettare escrementi ed immondizie di ogni genere, dietro il pagamento di lire 7 e centesimi 25”. Il paese era in fermento, occorreva attrezzarsi per ospitare al meglio i “turisti”. Di Maggio Calcedonio, muri fabbro, fu incaricato di sistemare il doccionato antico che conduceva l’acqua nel bevaio accanto al burrone manitta, allo stesso fu commissionata la selciatura di parte della Piazza Garibaldi, dissestata dal continuo transito di cavalli e muli delle truppe di passaggio. Un gruppo di Bersaglieri fu ospitato nella locanda di Catanese Nunzia, la poveretta non aveva letti in abbondanza per ospitarli, così il Municipio incaricò Di Fatta Giovanni, carrettiere, di apprestare 3 quintali e mezzo di paglia, per dare sistemazione ai nuovi arrivati. Insieme alle bettole fiorironodunque, anche le locande, Imburgia Rosalia chiese il permesso ad esercitare “il mestiere di locandiera, bettoliera e caffettiera, nella Piazza Garibaldi e nella Via Imera”. Anche Catanese Nunzia aprì una locanda nella Piazza Garibaldi, cosi come Di Maggio Vincenzo, anch’egli pensò di “industriarsi”, aprendo una locanda nella sua casa di proprietà in Corso Vittorio Emanuele, allo stesso il Municipio ordinò di approntare 7 letti per ospitare sei agenti della forza pubblica ed il capo drappello. Campofelice diventava, giorno dopo giorno, un paese ospitale, presso il quale i viandanti trovavano ristoro e i militari potevano passare qualche ora in compagnia di buon vino, per poi ottenere il meritato riposo nelle locande del paese. Il fenomeno fu veramente sconvolgente, ove si consideri che avvenne nell’arco temporale di 3 anni, dal 1900 al 1903, furono anni in cui molti Campofelicesi riuscirono a lenire le sofferenze dovute alle fatiche dei lavori nei campi, poco remunerate, che, in certi periodi dell’anno, non erano in grado di assicurare il dovuto alle famiglie dei lavoratori delle terre. Una piccola riflessione su come si evoluta la comunità campofelicese nel corso dei secoli, possiamo dire che il paese ha sfruttato sempre al meglio la sua posizione geografica, la grande forza di Campofelice, di cui via via si è preso coscienza, è senza dubbio la posizione strategica,al centro del più importante snodo autostradale della Sicilia. A 45 chilometri dal capoluogo, ad un ora e mezza da Catania, a 45 minuti da Caltanissetta e ad un’ora da Enna, a due ore da Messina, conoscete un posto in Sicilia dove in un arco temporale così limitato si riesce a raggiungere tante città così importanti? Lo è oggi strategica, lo fu allora nel 1800, lo è stata certamente in anni più remoti, allorquando a Roccella vi era il caricatore marittimo più importante per le derrate alimentari da trasportare nell’entroterra e per i commerci dei prodotti agricoli della zona. Insomma un centro costiero sempre vivo, mai rassegnato ad accettare supinamente le congiunture sfavorevoli che hanno interessato ed interessano interi comprensori, specialmente nell’entroterra dell’isola, certamente con le difficoltà e le problematiche che questa continua evoluzione comporta. Nel 1900 dunque i Campofelicesi sperimentarono questa prima forma di ospitalità, chiudendo gli occhi potremmo certamente immaginare le sere poco illuminate dai fanali a petrolio, che intanto erano diventati 23, e tutti questi posti di ritrovo pieni di militari, viandanti e passeggeri in sosta, come in un quadro trasteverino di Trilussiana memoria…alla prossima!

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