La famiglia Marins

di Viviana Stiscia

Mister Marins comprava di tutto: in questo canazzo, che da noi così si chiama, ci avrebbe messo pure cinque mango

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Era il periodo di campagna elettorale di molti anni fa, quando incontrai un buffo trio formato da due coniugi ultra settantenni e dal loro figlio dall’indefinibile età, direi intorno ai cinquanta anni.
Passeggiavano lungo via Roma, in quel tiepido pomeriggio di primavera: il figlio orgoglioso del distintivo di partito appuntato al petto; il padre con mani e tasche stracolme di volantini elettorali che, con grande lena e dedizione, incastrava sotto i tergicristalli di ogni macchina che incontrasse nelle traversine lungo la via. Costringeva la moglie a richiamarne l’attenzione perché appesantita da vistosi sacchetti pieni di cibarie e gadgets, gentilmente offerti dal candidato di turno che li aveva ospitati.
Ero indispettita dal fatto che la loro evidente stravaganza – giusto per utilizzare un eufemismo – fosse stata manipolata per scopi elettorali. Pensavo che non li avrei mai più incontrati, eppure non riuscivo a togliermeli dalla mente.
Trascorso qualche mese, mentre, come d’abitudine, facevo i miei acquisti vicino casa, vidi un taxi fermarsi davanti al portone di un meraviglioso palazzo. Proprio uno di quegli edifici che – ad uno sguardo poco attento –  sembrano esser spuntati come funghi in una zona a metà strada tra il borgo vecchio e il salotto di Palermo: balconi con balaustre di marmo lucente, sorrette da colonne ben tornite, degne di una residenza sontuosa e la facciata di quel color sabbia che non si riuscirebbe più a riprodurre. Nell’uomo di mezza età, che scese dal sedile posteriore del taxi, riconobbi immediatamente il figlio di quella coppia incontrata tempo prima. Non ebbi alcun dubbio, se non altro per il berretto bianco da marinaio e quell’inconfondibile, quanto sbalorditivo, cartellino al collo che lo etichettava: Invalido al 100%.
Abitavamo a pochi passi, chissà da quanto tempo, e solo adesso me ne accorgevo.
La mia indiscutibile curiosità verso l’umana condizione – che mi si scambi per una ficcanaso è solo mero errore di valutazione – mi riportò più volte davanti a quel portone: avrei saputo qualche cosa di più della famiglia Marins, come la ribattezzai.
In effetti, poco più in là del loro ingresso, c’era la bottega di un verduraio o fruttivendolo, che da noi così si chiama. Bastava solo andare ed attendere la giusta occasione che, prima o poi, si sarebbe presentata. Cosa che, puntualmente, accadde: giunta dalla destra della strada, anteposi agli acquisti, come mio solito, il mio buon quarto d’ora di chiacchiera; scendo sempre con un ampio margine di tempo per questo. In realtà, mi dilungai ancora un po’, ché il grande portone si era schiuso e il signor Marins stava per uscirne. Galante come una gentildonna, gli cedetti il passo. La voglia di ascoltarlo parlare e di scoprirne i gusti alimentari mi assalì. Ma, più che l’assoluta mancanza di nesso tra peperonata e gli ingredienti acquistati all’uopo, ciò che mi colpì furono le quantità smisurate di ogni cosa. L’onestissimo fruttivendolo tentava di frenare l’emorragico acquisto, ma tutto risultò vano. Mister Marins comprava di tutto: in questo canazzo, che da noi così si chiama, ci avrebbe messo pure cinque mango. Ma, per fortuna, il mio fruttivendolo, ‘ste cose strane non le vendeva.
Il culmine dell’indagine psico-antropologica sul campo fu rappresentata dal momento del pagamento. Il signor Marins era piccoletto e magro e i suoi pantaloni – che ricordavano ben altre dimensioni – erano tenuti su da una cintura lisa e di color can che fugge. Ficcata la mano destra in tasca, per cacciarne fuori un rotolo di banconote, il povero indumento non resistette a tanta foga scivolando, rovinosamente, verso le caviglie dell’uomo che rimase in mutande bianche – di una o due misure in più – nel bel centro della luminosissima bottega. Da buon Marins, il signore non batté ciglio. Si chinò, sollevò i pantaloni senza tentar neppure di stingere ancora un po’ la cintura e di nuovo la mano ficcata in tasca per conservare il resto. Il mio sguardo smarrito, mortificato per l’imperdonabile curiosità colpevole, si poggiò sui carciofi, in basso, nella cassa proprio ai miei piedi, mentre con la coda dell’occhio mi accorgevo che anche col resto si era ripetuta l’incredibile scena.
Il signore andò via ed io non ebbi il coraggio di dire neanche una parola. D’altronde non ho mai chiesto nulla; la gente ha solo voglia, tanta voglia di parlare; e, anche in questo caso, io penso che il desiderio di comprendere superi la morbosa voglia di non farsi i fatti propri.
Quella sera stessa, appresi che si trattava di una famiglia di ex circensi. Erano stati bravissimi, noti anche all’estero per la loro arte che li aveva resi ricchi. Tanto ricchi. Ricchi al punto che, si dice, tenessero a casa una baule pieno di denaro e tantissima roba di valore. Non so cosa avrei dato per poter guardare, non certo in quel baule, ma tra i ricordi della stravagante famiglia, la cui casa immaginavo simile a quella della fantastica Pippi Calzelunghe. Ma dovetti accontentarmi di asciugarmi la testa ogni volta che, distrattamente, passai sotto i balconi della signora Marins mentre annaffiava le sue meravigliose dalie. Rigorosamente di plastica.

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