La promessa del Principe

di Franco Vasta

Un lungo applauso fece da corona a quelle parole, i Campofelicesi presenti in piazza lodarono l’iniziativa del Principe, e si complimentarono con lui per la “grande promessa”, Cipolla si limitò a stringergli la mano compiaciuto, ma preoccupato.

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Nel 1825 vennero pubblicate in Sicilia le leggi “eversive” (così le chiamò Cipolla) sullo scioglimento delle promiscuità. Il Regno di Napoli, prima dell’epoca Murattiana (dal nome di Gioacchino Murat che, nel 1805, Napoleone nominò Re di Napoli, dopo che il trono sottratto ai Borbone si era reso vacante per la nomina di Giuseppe Bonaparte a re di Spagna) applicò le leggi sullo scioglimento delle promiscuità, in Sicilia vennero applicate dopo molti anni. Tali leggi si basavano sulle analisi condotte nei terreni oggetto dello scioglimento, in modo da stabilire l’esistenza di terreno boschivo, condizione essenziale per l’attuazione delle stesse. La grande sapienza, non solo giuridica, di Pasquale Cipolla, riuscì a dimostrare che i terreni da staccarsi per lo scioglimento delle promiscuità, erano interessate dalla preesistenza boschiva.

Cipolla sosteneva che: “…indipendentemente dal rilievo sulla esistenza di boschi nelle terre dell’ex feudo di Calzulla (Calzata) e Roccella, la concessione del 1205, fatta da Paolo Cicala, conte di Collesano, al Metropolita (Vescovo) di Cefalù suo fratello (Giovanni Cicala), le concessioni feudali, il rilievo del Principe di Roccella fatto nel 1815 per la formazione del catasto, accertarono senza alcun dubbio l’esistenza di un bosco nella intera Baronia di Roccella, ex feudo di Calzulla”.

Tale accertamento permetteva al Comune di Campofelice di mettere in esecuzione la sentenza della Gran Corte dei Conti, cosa che, purtroppo,  non era più possibile fare in quanto Pasquale Cipolla fece rilevare che quel giudizio era ormai perento; erano trascorsi i termini entro i quali il Comune poteva agire mettendo in esecuzione la sentenza, per cui ora era necessaria una lunga lite con gli eredi della signora principessa di Furnari, per addivenire al distacco delle terre per l’esercizio degli usi dei naturali di Campofelice. Nella seduta del consiglio comunale dell’otto dicembre 1882 (giorno dell’Immacolata), Cipolla cercò invano di far comprendere le difficoltà oggettive cui il Comune andava incontro per ottenere il desiderato distacco. In quella seduta, come nelle altre in cui si parlava della questione sullo scioglimento delle promiscuità, il Principe di Monforte Giovanni Eugenio Moncada, per un evidente conflitto d’interessi e per delicatezza nei confronti del Comune, non partecipava ai lavori. Il principe era il nostro Sindaco, ma era anche uno (forse il più importante) degli eredi della Real Casata dei Furnari, ed era molto amico dell’avvocato Pasquale Cipolla.

Giovanni Eugenio Moncada, Duca di Villarosa, Principe di Monforte

Cipolla non negò mai i vincoli di amicizia con il Principe di Monforte, ma nello stesso tempo affermava “… ho il dovere di garentire gli interessi di questo Paese, ritenendo che il mandato non venne dal Principe ma dal popolo, che ha bisogno di vedere custoditi e salvaguardati i suoi veri interessi.”

Nello stesso tempo Cipolla sentiva il dovere di ringraziare il Principe Giovanni Eugenio Moncada, perché la sua assenza dai lavori consiliari era un gesto di distensione nei confronti del popolo di Campofelice. Tra Cipolla e il Principe di Monforte vi era una vera e leale amicizia, Cipolla soleva trascorrere intere serate al Castello di Roccella e tra i due era nato un legame forte, i due, al di là delle loro posizioni sulla questione, erano due veri galantuomini.

Nella seduta consiliare dell’undici di maggio 1893, Pasquale Cipolla, parlando della vertenza sui diritti promiscui, così si esprimeva nei confronti del Principe: “… è a tutti voi noto il legame di amicizia tra me ed il signor Giovanni Eugenio Moncada di Monforte, tra noi si conservano eccellenti forme sociali e cordiali rapporti, ma quando nelle elezioni del 27 novembre 1892 ci unimmo per combattere la coalizione consiliare di maggioranza, giurai davanti al popolo di difendere il Comune nella quistione diritti promiscui, credo, anzi sono convinto, che il Principe comprenda il mio agire, la mia amicizia nei suoi confronti non verrà mai meno. Quando poi il sentimento di amicizia dovesse tradire il mio dovere di cittadino, allora per conservarla rinunzierei al mio mandato, pur di non venir meno ai miei impegni, quel giorno dirò a voi: difendetevi ed usate le stesse armi che io stesso vi ho apprestato e che si trovano nei documenti in possesso del Comune”.

 Era un tempo in cui esistevano valori, sentimenti e ideali per i quali si era pronti a sacrificare tutto, anche la vita! Giovanni Eugenio Moncada stimava molto Pasquale Cipolla, conosceva le capacità professionali, sapeva benissimo che quella vertenza era giusta e sacrosanta, aveva però il suo bel da fare con gli altri eredi di Casa Furnari, che a tutto pensavano tranne che desistere sulla vertenza per “addivenire ad un accomodo” con i cittadini di Campofelice. Giovanni Eugenio Moncada, Duca di Villarosa e Principe di Monforte, amava Campofelice, amava la Roccella a Mare e si era in lui formato il convincimento che gli eredi  Furnari dovevano istituire un tavolo di trattativa bonaria con il Municipio di Campofelice, per il distacco delle terre per gli usi civici. Certo, su questo convincimento del Principe avrà certamente influito il legame di amicizia con Pasquale Cipolla, ma nessun innesto produce frutti se l’albero che lo riceve non è idoneo a riceverlo. Il Principe era nobile anche d’animo, la nobiltà d’animo è innata nell’uomo a prescindere dal censo, questo l’avvocato Cipolla lo sapeva ed in virtù di questa dote era nata una grande amicizia fra i due, che solevano passare interi pomeriggi estivi a passeggiare nelle caldi sabbie della Roccella a mare, salvo rinfrescarsi poi con le proverbiali spremute di limone tanto care a Pasqualino Cipolla. In uno di questi pomeriggi, il principe di Monforte, confidò all’amico che aveva sedimentato nel suo animo la volontà di addivenire ad un bonario componimento della lunga vertenza sullo scioglimento delle promiscuità in favore dei comunisti di Campofelice e che si sarebbe offerto come mediatore con i coeredi di Casa Furnari, Cipolla ne fu positivamente colpito e quella sera al Castello di Roccella si fecero brindisi con vino d’annata delle tenute del Principe. Nei giorni che seguirono, però, in virtù di quella forte amicizia, Cipolla mise in guardia il Principe invitandolo a non rendere pubblica quella sua convinzione, Pasquale Cipolla conosceva gli eredi Furnari, sapeva della loro riottosità nel fare concessioni di sorta al popolo di Campofelice. Giovanni Eugenio Moncada non lo ascoltò, e la domenica del 27 novembre 1892 in pubblica piazza fece la grande promessa al popolo di Campofelice: “… Signori è da settanta lunghi anni che si discute sulla quistione dello scioglimento dei diritti promiscui, ebbene sono io oggi, dopo anni di silenzi, che voglio sollevare la quistione, e così come dissi al vostro valoroso concittadino illustre avvocato Pasquale Cipolla, mi farò carico di sottometterla ad una discussione con gli altri eredi…”.

Un lungo applauso fece da corona a quelle parole, i Campofelicesi presenti in piazza lodarono l’iniziativa del Principe, e si complimentarono con lui per la “grande promessa”, Cipolla si limitò a stringergli la mano compiaciuto, ma preoccupato. La promessa del Principe era molto apprezzata ma conteneva insidie che ben presto avrebbero provocato malumori, non solo fra gli eredi Furnari ma anche in chi nella duplice veste di consigliere comunale e amministratore delle terre, si sarebbe trovato adesso in difficoltà. ‘Nzulu Rao, infatti, colto di sorpresa non mancò di scoraggiare l’iniziativa del Principe, bollandola come temeraria ed intempestiva. Il Principe non lo degnò di alcuna attenzione e proseguì con Cipolla e gli altri cittadini a discutere sul futuro della ridente cittadina “porta delle Madonie”. Pasquale Cipolla, staccatosi dalla congrega, prese il Principe a braccetto: “… lanciata la promessa se ne vuole il mantenimento caro Principe, troppo arride a questi comunisti il territorio ex feudale senza colpo ferire è un riconoscimento aprioristico del loro diritto. Però meno mi piace il pensiero che Voi sottoporrete la quistione ad arbitri imparziali che non hanno la stessa vostra idea, voglio augurarLe Principe che il suo non rimanga un sogno, lo dico con la convinzione che è utile al momento il volere spegnere ogni focolare di ulteriori eccitamenti…”.

Così Cipolla concluse la discussione di quella sera tra gli entusiasmi dei cittadini plaudenti ed il turbamento del Principe che aveva fatto “ la grande promessa” Alla prossima!

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