La morte ci fa brutti: il lutto social è la nuova espressione emozionale della rete, contro ogni pudore

di Carlo Baiamonte

I disastri ecologici che questa settimana hanno interessato diverse regioni italiane mi danno l’occasione – un’opportunità a cui avrei rinunciato volentieri – per una riflessione sulla morte, nella sua dimensione collettiva e social.

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La morte ci fa brutti, parafrasando il titolo di un film.
La morte, versioni letterarie a parte in cui questo sentimento si dissolve nelle parole eterne dei poeti, è decisamente un accadimento brutto ma noi, nell’arco di una settimana, siamo riusciti a superare l’orrida sensazione correlata alla sua finitezza, abbrutendoci ulteriormente e ritrovandoci aggregati nell’elaborazione del lutto social, un’esperienza vuota come le campane di cioccolato surrogato che venderanno tra qualche giorno insieme ai babbi natale sulle bancarelle abusive.
Un community finta e ipocrita si è costituita nell’arco di di due-tre giorni, sugli effetti disastrosi dei nubifragi di venerdi 2 e sabato 3 Novembre.
Un nuovo modo di coagulare il sentimento popolare in un mix di sentimenti pervasivi: la compassione nella versione radical-chic che si esemplifica nel motto “voi colpiti dalla catastrofe siete dei disgraziati sfortunati ma noi siamo qui pronti a piagnucolare lacrime social che ci fanno tanto bene”; l’egoità luccicante col bottone nero, della serie “partecipiamo gratis ai vostri funerali e ci ricordiamo di voi fino almeno alla prossima catastrofe”; la partecipazione empatica a tutto gas del tipo “mi metto nei tuoi panni al punto che ti dico che cosa devi fare per superare il tuo lutto”.
Umorismo e sarcasmo a parte, leggendo i commenti ai post sui funerali -ma il lutto social si era iniziato a delineare già durante le ricerche-, di Giuseppe Liotta, il pediatra ucciso dal fango a Corleone, in seguito all’alluvione dello scorso week end, mi sono vergognato. E non sono il solo.
Perché la morte e il nostro modo di discuterne, di restituirla agli altri in una discorsività piena di senso e di pudore, è qualcosa che pur nel dramma dell’assenza di una persona cara ci rende uomini, ci consente di continuare a convivere e ad aspettarci un sostegno ed un aiuto sincero da parte delle persone che incontriamo e che fanno parte della nostra rete affettiva.
Quando una persone ci lascia, per mille e svariate ragioni, ciò vale a maggior ragione per gli eventi improvvisi, la nostra casa per alcuni giorni si riempie di cordoglio, in maniera realistica e secondo un regime di necessità che è umana e relazionale, sincera, commossa, socialmente dovuta, funzionale alle dinamiche del lutto. Non tutti sono disposti a riempire la casa di cordoglio e qualcuno decide di dispensare parenti e amici dalle visite, perché ritiene legittimamente di dover condurre il suo percorso lontano dalla remissione del dolore, dallo scambio emozionale a cui si è costretti per giorni e che la maggior parte delle persone considerano un modo normale e necessario per superare quel brutto momento. Che cosa è accaduto invece la scorsa settimana?
La community dei sostenitori del lutto social che si è ritrovata, seppure solo virtualmente, intorno alla famiglia di Giuseppe Liotta, si è comportata in maniera poco dignitosa e rispettosa della famiglia e degli affetti della vittima. La richiesta per il pediatra palermitano di riconoscimenti ufficiali e pubblici attraverso svariate formule come ad esempio, l’intitolazione di un reparto ospedaliero o l’assegnazione della medaglia d’oro al valore si sono trasformati quasi sempre in affermazioni egocentriche dello status di ciascun manifestante di opinioni. Una stupida corsa a chi la sparava più grossa nell’affermazione empatica del suo cordoglio. Con la morte di Giuseppe Liotta migliaia di persone nell’arco di 68-72 ore si sono auto beatificate, proclamate ambasciatori del bene, propugnatori del riconoscimento del sacrificio e del martirio, qualcosa che in termini di possibilità e scelta personale probabilmente non potrà mai appartenere loro.
E’ mancato così il silenzio, la partecipazione sobria, il senso della ricerca interiore, di quella riflessione lenta e distaccata che impegna una comunità vera, soprattutto dopo un disastro del genere in cui sono morte, a causa delle alluvioni, intere famiglie. I giornali in crisi di click hanno imboccato i social, dentro però un processo ormai irreversibile di esaltazione dell’ego, fino al punto in cui la famiglia Liotta si è ribellata ed ha chiesto a tutti di fare un passo indietro, sgombrando il campo dalla retorica sentimentale e populista.
La lezione però non servirà perché come gli sciacalli molti rimangono lì, in attesa, senza raziocinio, privi di autonomia affettiva, dipendenti e schiacciati sulle loro profonde frustrazioni.                      lorabuca.it/index.php

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