Penna in Buca. Il Regno dell’Incontrario

di Viviana Stiscia

Nel regno dell’Incontrario quelli che un tempo erano professori adesso dovevano domare tigri travestiti da studenti, genitori, colleghi e dirigenti

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Lorabuca, il blog di Carlo Baiamonte, nasce per un interesse squisitamente personale verso il mondo e le cose ordinarie, nel modo in cui si presentano nei linguaggi quotidiani che si sono fatti molto complicati e sono diventati un bel problema, soprattutto sui social. Penna in buca è la rubrica curata da Viviana Stiscia.

C’era una volta un paese, per nulla lontano, in cui regnava la  Regina dell’incontrario. Era dispotica, una tiranna, ma i suoi sudditi la adoravano e avrebbero inflitto anche la morte per lei. Umiliazioni, violenze, delitti erano, d’altronde, prescritti dalla Costituzione la quale, all’art. 3 recitava: “Il rispetto è bandito da questo Regno!”.
Il lavoro, certo, non mancava, per chi, sistematicamente, ne distruggesse i frutti. I demolitori delle fatiche altrui erano ben retribuiti perché – bisogna riconoscere – che inventarsene sempre di nuove, per contrastare chiunque tentasse di difendere il proprio lavoro, richiedeva un dispendio di energie fisiche e mentali immenso.
Ogni mattina la Regina interrogava il suo specchio magico: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più cattiva del reame?”. “Sei tu, Sacra Maestà. Son specchio e rifletto. E più rifletto, più sei tu Regina di malignità!” . Ma accadde che un giorno la Sovrana superò se stessa: impose le elezioni delle RSU. Sì, proprio quelle, le rappresentanze dei lavoratori. Bene! Si potrebbe pensare. Certo, ma non bisogna dimenticare che quello era il Regno dell’Incontrario e lì le RSU avevano il compito di individuare capillarmente, ciascuna nel proprio settore, quanto di più umano ci sia nel lavoro, ovvero la sua funzione. A quale scopo? Ma per eliminarla, naturalmente! Da allora in poi, ciascuna lavoratrice, ciascun lavoratore, avrebbe dovuto sconoscere il perché delle proprie immani fatiche, un perché che di fatto non esisteva. E chiunque avesse cercato di dare un seppur minimo senso al proprio operato, avrebbe pagato anche con la vita. Ecco che il regno si popolò di scuole-aziende con tanto di presidi-dirigenti, insegnanti-dipendenti e collaboratori-operai, dove si faceva tanto rumore per nulla. Quelli che un tempo erano  professori, adesso sempre alle prese con tablet, ma pur sempre amanuensi e domatori di tigri travestiti da studenti, genitori, colleghi e dirigenti. Il vero fine per il quale la scuola era stata creata, non lo ricordava quasi più nessuno e quei pochi fingevano di non ricordarlo, temendo le angherie ordinate dalla Sovrana.
Anche i vecchi ospedali erano diventate aziende e che si stesse lì per curare davvero a nessuno sembrava importare. Ciò che contava erano i costi, che fossero i più bassi, per carità, e se qualche medico o infermiere si destava da quel torpore di negligenza e paura e tornava agli antichi ardori professionali, ecco l’intervento puntuale delle RSU tanto volute dalla Regina: personale sospeso dal servizio perché troppo stressato. Le gravi condizioni di salute avrebbero potuto inficiare gli obiettivi istituzionali.
E quali erano, nel Regno dell’Incontrario gli obiettivi di un ospedale? Nessuno, come in nessun altro settore, o meglio, che nessuno ne trovasse giovamento da quelle “cure”, che ai pazienti venisse promessa una guarigione che non sarebbe mai arrivata e che chi volesse porre fine alle proprie sofferenze, venisse condannato a vivere.

Era un paese in cui vissero tutti infelici e scontenti. Speriamo che resti tanti e tanti anni fa.

Viviana Stiscia* (Fotografata da Giusy Tarantino)

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