Il due novembre nel cuore dei siciliani

di Redazione

Una meravigliosa fotografia di uno spaccato di vita quotidiana e tradizione. Lemozione di un piccolo Andrea Camilleri alla vigilia del due novembre, la rievocazione di un ricordo caro a tutti i siciliani.

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Chi è siciliano riconoscerebbe con facilità, e senza neanche il supporto di un titolo, questa notte raccontata dal celebre scrittore empedoclino. Non un racconto in realtà, ma una vera istantanea di una rievocazione a cui i siciliani sono, o forse erano, profondamente legati. “Il giorno dei morti”, fino a non molto tempo fa, era proprio così come Camilleri lo descrive, stesse emozioni; intime e comuni a tutti, per certi versi sempre attuali: le aspettative create dal racconto dei genitori e dalla “bizzarra” usanza delle fotografie dei defunti esposte nelle case dei siciliani. Immagini sbiadite e in bianco e nero dei morti di casa, dei nonni e dei bisnonni; l’adrenalina, e anche un pò di paura, di trovarseli di fronte, all’improvviso, ricevendo da loro un saluto, l’emozione di incontrarli per la prima volta, perchè probabilmente non li abbiamo mai neanche conosciuti. Tornano, come ogni anno, a farci visita, per rimpinguare i cestini di vimini, posti sotto al letto prima di andare a dormire. Immaginarli lì divertiti, durante la nostra caccia al tesoro, alla ricerca delle ceste piene e sparse per casa, che dispettosi! Le nostre passate dominazioni hanno sempre avuto un acutissimo senso della morte e della ritualità ad essa connessa. Poi, nel 1943, con i soldati americani, dice Camilleri, “arrivò macari l’albero di Natale” e questa tradizione, tranne in poche eccezioni è scemata. Oggi questa grave perdita è ancora più acuita dal modernissimo Halloween…

Peccato. Abbiamo perduto la possibilità di portare avanti un’usanza, che cosituiva probabilmente l’unico vero legame con il nostro passato e il solo modo di conservare e proteggere la nostra identità.

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari.
Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.

I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.

Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

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