Guido Palmadessa: un artista argentino ai Danisinni di Palermo

di Carlo Baiamonte

Nel grande Murale donato alla comunità viene rappresentata una scena di vita quotidiana, un segno di normalità in un quartiere difficile, in cui la dimensione umana però rimane fortissima e prevalente.

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Quando ha inizio la tua esperienza artistica e quali sono i tuoi punti di riferimento artistici?

La mia esperienza artistica inizia all’Università Nazionale d’Arte a 17 anni, iniziai a frequentare dei seminari con un approccio teorico. Fu proprio in questo contesto che mi interessarono gli artisti argentini, latinoamericani e artisti classici mondiali di differenti settori e discipline. Crescendo con la generazione della Street Art ho maturato sin dal principio l’idea di portare alcune mie proposte per strada, nonostante ciò passarono però alcuni anni prima che riuscissi a dipingere per strada. Ho molti punti di riferimento, l’arte precolombiana, le antiche culture americane, il murales messicano del XX secolo, la nuova figurazione in Argentina, i primi artisti urbani. Tutto convive e si miscela nella pluralità di contaminazioni dell’arte urbana.

Parlami dell’incontro con Palermo e dentro il quartiere dei Danisinni. Quali sono state le tue prime impressioni?

La mia prima impressione è stata: “Che luogo magnifico per dipingere!”. C’erano delle grandi pareti, molta gente disposta ad aiutare quanto era sufficiente per velocizzare le cose, e molto interesse nel generare cultura. Ero circondato davvero da brava gente, da un bel paesaggio e da molta allegria e gratitudine. Tutto perfetto.

Tornerai a Palermo? Realizzerai ancora una tua opera?

Spero di potere tornare molto presto, ma per questo necessitano progetti correlati. Spero di potere tornare e creare opere nello spazio pubblico, forse qualche mostra parallelamente.

Secondo te la Street Art può aiutare la riqualificazione urbana?

Sì, penso che aiuti poiché crea cultura, riflessioni e contenuti. Tuttavia, non bisogna dipendere dall’arte urbana come salvavita per rigenerare un tessuto urbano. Si tratta di uno strumento che utilizzato con buona volontà e capacità può creare cambiamenti puliti e profondi in un contesto sociale. Ciò nonostante, non bisogna dimenticare che è un’arte effimera e che richiede buoni progetti per essere sostenuta.

Che cosa ti senti di dire ai giovani artisti che incontrano tante difficoltà ad esprimere il loro punto di vista e che vogliono fare della loro arte la loro vita e principale occupazione?

Non credo che qualcuno possa incontrare difficoltà nell’esprimere il proprio punto di vista. L’espressione artistica è qualcosa di profondo che ognuno sente e che può incontrare collettivamente o individualmente, ma a suo tempo, non credo nemmeno che sia qualcosa già finita poiché può trasformarsi costantemente.
Comprendo però le difficoltà nel convertire la nostra passione e arte in una fonte di occupazione e in un buon lavoro. Intorno a questo aspetto possiamo dire che non esiste una scorciatoia, né un unico modo di fare dell’arte un lavoro. In Argentina, come in tanti altri paesi è difficile, e molte volte siamo frustrati perché pensiamo di non farcela. L’unico consiglio che posso dare è che se crediamo che debba essere considerata un’attività stabile, come per qualsiasi altro lavoro dobbiamo lavorare e impegnarci abbastanza ogni giorno. Inoltre bisogna imparare a crescere nell’esperienza artistica, sapere riconoscere i momenti in cui è opportuno dire di no e quelli invece in cui dire di si. Dal momento che ci si abitua molto agli artisti, alcune volte possiamo considerare le esperienze un fattore di crescita, non necessariamente economico. Quest’ultimo aspetto avviene in un secondo momento.

Quali progetti stai portando avanti?

Sto dipingendo nel mio studio a Berlino e organizzando una mostra anche se ancora non è stata ufficializzata. Nel frattempo sto viaggiando per diverse destinazioni, luoghi in cui mi invitano e posso lavorare o collaborare con progetti e con organizzazioni indipendenti che scommettono sull’arte e danno opportunità di andare avanti.

Ph.: Carlo Baiamonte 

Traduzione Paola Tresa   www.lorabuca.it

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