Alle origini della congiura (Parte Prima)

di Franco Vasta

Campofelice combatteva una battaglia, tutta locale, volta all’affermazione dei diritti dei contadini sul feudo, battaglia che aveva origini assai vecchie ed un cuore antico. I lavoratori di Campofelice riusciranno a continuare quell’antica lotta, grazie ai consiglieri comunali che si battevano come leoni nella sala consiliare? Lo scopriremo in questo nuovo racconto, suddiviso in due parti.

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“Nessun Comune vi è in Sicilia i cui cittadini abbiano esercitato nel demanio ex feudale usi così lati, come quello di Campofelice; taluni già sciolti in virtù delle leggi sulla promiscuità, altri in via di scioglimento e di rivendica”.

Questo scriveva  Francesco Nicotra nel Dizionario Illustrato dei Comuni Siciliani, egli recatosi a Campofelice nel marzo del 1907, alla vista del belvedere, rimase incantato fino a scrivere

”… da quest’altipiano godesi una vista incantevole sulla riviera, sino a Monte Pellegrino, paragonabile soltanto a quella di Genova e di San Remo…”.

L’affermazione del Nicotra traeva origine dalla storica lotta che i cittadini di Campofelice avevano intrapreso con feudatari del tempo, per l’esercizio dei diritti promiscui sulle terre. Il paladino di tale lotta fu certamente Pasquale Cipolla, ma altri prima di lui, in tempi più antichi, avevano lottato e non poco per il riconoscimento di tali diritti; Cesare Civello, Salvatore Civello, Antonino Vaccaro, per fare qualche esempio, si erano spesi per difendere gli usi esercitati nelle terre degli ex feudi di Roccella, Calzata e Pistavecchia. La battaglia, quindi, non fu tra Cipolla e i Cammarata, o tra Cipolla e Rao, ma fu la lotta infinita tra il popolo Campofelicese e il feudo, una lite che si è combattuta nelle terre e nelle aule giudiziarie e che culminò nella congiura, perpetrata ai danni di Pasquale Cipolla, la sera del 26/6/1904, allorché i cittadini di Campofelice videro passare in catene il loro benefattore “…a guisa di volgare malfattore…”, ma di ciò abbiamo ampiamente scritto nel libro “La Congiura”.

Il valoroso campofelicese Cesare Civello, fascia le ferita di Garibaldi in Aspromonte.

Ancora prima che Pasquale Cipolla prendesse in mano la causa per il riconoscimento degli usi esercitati dai cittadini di Campofelice nelle terre, altri Campofelicesi avevano lottato affinché il loro diritto non fosse prescritto. Gli eredi della Real Casata dei Furnari, avevano sempre cercato di ostacolare l’esercizio di tali diritti, per ciò si erano sempre serviti di uomini delle istituzioni, che erano da loro stipendiati e foraggiati, nessuno di loro volle mai palesare tali comportamenti, ma di fronte all’evidenza, furono costretti, in varie occasioni, ad uscire allo scoperto. Francesco Nicotra nella sua pubblicazione del 1907, non a caso parla dei cittadini di Campofelice, e non già di Cipolla o altri, perché quella vicenda interessò la quasi totalità della popolazione, fatta di contadini che vivevano nelle terre e con le terre. La Principessa di Furnari aveva citato più volte il Comune, affinché venissero cancellate dall’elenco delle vie comunali alcune strade che riteneva appartenessero alla sua proprietà, ma il Comune aveva più volte respinto tale pretesa. La regia Prefettura, approvando l’elenco delle strade e vie comunali e vicinali, aveva di fatto negato alla Principessa ogni sua istanza. Adito, il Tribunale aveva riconosciuto sia la legittimità dello elenco, sia l’esercizio degli usi di promiscuità sulle terre, con sentenze che erano veri macigni per le richieste della Principessa, la quale non voleva assolutamente rassegnarsi a soccombere. Nel 1890 la Principessa di Furnari era tornata nuovamente alla carica per avere riconosciuto ciò che il Tribunale le aveva negato, il consigliere comunale Calcedonio Imburgia aveva rintuzzato la richiesta, accusando la nobile signora di volere abusare delle proprie ragioni, sfruttando le sue ricchezze. In quella seduta consiliare gli amici del feudo (Lanza e Rao), riuscirono a comporre la questione incaricando uno dei consiglieri comunali a recarsi presso gli avvocati del Comune (Aristide Battaglia e Sanfilippo), per ritirare sentenze e documenti atti a dimostrare la validità delle ragioni del Comune. L’incarico fu dato a Francesco Spalla che, insieme a Liborio Di Francesca e Giuseppe Trimarchi, erano fra i più agguerriti sostenitori delle ragioni del popolo di Campofelice. Lanza e Rao, ambedue salariati dai Furnari, erano assessori titolari e Rao funzionava da Sindaco. I due avevano concordato di prendere tempo affinché fosse trascorso il periodo utile per resistere nel giudizio nuovamente intentato dalla Furnari, non solo, gli stessi sapevano perfettamente che gli avvocati non avrebbero dato alcun documento al povero Spalla, in quanto non avevano ricevuto nessun compenso dal Comune per la loro prestazione professionale. Così, il 16 marzo 1890 si presero gioco del consigliere Spalla, che doveva portare in consiglio comunale i documenti occorrenti a resistere in giudizio. In pieno consiglio comunale ‘Nzuliddu Rao chiese a Francesco Spalla se aveva portato i documenti richiesti, lo fece col ghigno malefico di chi sa già il risultato della missione. Chiesta ed ottenuta la parola, Spalla si rivolse ai consiglieri. “ In seguito allo incarico ricevuto di ritirare dagli avvocati Battaglia e Sanfilippo le carte riguardanti la causa dei diritti promiscui e trazzere comunali, portatomi dall’avvocato Sanfilippo in Termini Imerese, questi mi ha detto che i documenti esistono presso di lui, e che se non sarà soddisfatto dal Municipio di Campofelice pel sostegno della causa anzidetta, non consegnerà giammai i documenti in parola, ecco la lettera con la quale l’avvocato ha chiesto il soddisfo al comune”( mostra una nota datata 23/1/1890). Spalla continua nella sua esposizione al consiglio, Rao e Lanza si lanciano sguardi di compiaciuta complicità. “… mi recai poscia dall’avvocato Aristide Battaglia, questi mi disse che i documenti non esistono presso di lui, ma bensì presso il procuratore legale Ignazio Battaglia (nipote di Aristide) nello studio Sanfilippo, per cui prego il consiglio di autorizzarmi ad uscire la sentenza del Tribunale e a pagare quanto dovuto agli avvocati Battaglia e Sanfilippo…”.

A questo punto Luigi Lanza, detto “testa ri lignu”, prese la parola, “…credo doversi respingere la proposta di Spalla, in quanto esce dai limiti dell’odierna seduta…”. Francesco Spalla, invece, continuò ad insistere sulla sua richiesta, visto ciò il Presidente ( ‘Nzulu Rao) propone di rinviare la seduta e fissa la convocazione per il 20 marzo alle ore 7 pomeridiane. Le sedute consiliari si tenevano presso l’ufficio di segreteria, non vi era una sala adibita alle adunanze, per cui solitamente, vuoi per ragioni di spazio, vuoi perché all’epoca si lavorava dallo spuntar del sole fino all’imbrunire, le sedute del consiglio non erano particolarmente seguite dalla popolazione, composta prevalentemente da lavoratori della terra. Spalla, Di Francesca e Trimarchi avevano però bisogno del sostegno del popolo, ragione per cui il consigliere Francesco Spalla, chiesta nuovamente la parola così dichiarava “ Signor presidente ritengo essere buona cosa fare si che i lavoratori di questo Paese assistano ai lavori di questo consiglio comunale, in quanto la discussione verte su quistioni fondamentali della vita del nostro comune. Ora la convocazione nella giornata di giovedì 20 marzo, non appare utile alle 7 di sera, in quanto venuti dai campi i contadini hanno bisogno del giusto ristoro e riposo, per cui propongo che il consiglio comunale venga convocato nel giorno di domenica 23 andante mese, nelle ore antimeridiane”.

Quella proposta, agli occhi di Rao e Lanza, apparve una provocazione ed una istigazione alla sommossa popolare, “… da quando in qua la convocazione delle sedute consiliari deve tener conto della presenza in sala delle adunanze degli spettatori, il consiglio comunale non è sala di teatro e  questi comunisti sanno che qui si lavora nel loro esclusivo interesse, per cui faccio osservare che la convocazione debba rimanere per il 20 andante mese e non già pel 23 così come proposto dal consigliere Spalla…”. Rao mise ai voti la sua proposta in alternativa a quella di Spalla: 10 furono i voti favorevoli alla proposta di Rao, 2 contrari (Spalla e Di Francesca), il consiglio comunale fu convocato per giovedì 20 marzo 1890 alle ore 7 pomeridiane. Fra i consiglieri comunali, che votarono a favore della proposta Rao, più della metà erano favorevoli alla proposta Spalla ma, per disciplina di partito, furono costretti a votare contro. I giorni che seguirono la seduta furono molto travagliati, i lavoratori non avevano gradito affatto quel rinvio e, ancor più, non accettarono la convocazione per giovedì, giornata di lavoro duro nei campi… in piazza non si parlava d’altro. La questione del diritto sugli usi esercitati dai Campofelicesi, era ormai all’ordine del giorno in tutte le case del paese, le persone più vecchie ricordavano i tempi andati, quando insieme alle lotte per la libertà e l’unità d’Italia, Campofelice combatteva una battaglia, tutta locale, volta all’affermazione dei diritti dei contadini sul feudo, battaglia che aveva origini assai vecchie ed un cuore antico. I lavoratori di Campofelice riusciranno a continuare quell’antica lotta, grazie ai consiglieri comunali che si battevano come leoni nella sala consiliare? Questo lo scopriremo Sabato prossimo, nella seconda parte del nostro racconto.

Alla prossima!

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