Il cuore nomade della musica

di Pitteranera, pittore e designer

La nazionale italiana dei musicisti è scesa  ‘in campo’ il 7 giugno allo Stadio San Paolo di Napoli.  Non era un evento sportivo,  ma un concerto per rendere  omaggio al grande Pino Daniele. Per  tanti appassionati di musica l’evento era emozionante come lo è  la ‘finale’ di Champions per i calciofili.

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La nazionale italiana dei musicisti è scesa ‘in campo’ il 7 giugno allo Stadio San Paolo di Napoli.  Non era un evento sportivo,  ma un concerto per rendere omaggio al grande Pino Daniele. Per  tanti appassionati di musica l’evento era emozionante come lo è  la ‘finale’ di Champions per i calciofili. Non ero tra quelli davanti la TV al momento dell’evento. Così quando appresi la notizia della grande scontentezza di napoletani e non napoletani per l’evolversi del concerto atteso,  a tutta prima pensai fosse rimbalzata sui media una notizia distorta, gonfiata, magari da qualche fanatico. Chiacchiere, insomma da bar. Da prepartita. Almeno credevo. Compresi presto che così non era.  Anche se il tempo passa e i giornali non ne parlano più, mi faccio un’ idea di come molte persone, soprattutto musicisti, i ‘non neutrali’, hanno vissuto intensamente quell’ appuntamento. Parlando con jazzisti, cantanti pop, bluesman anche, scopro più da vicino il popolo musicale di Daniele e del blues italiano. Il concerto allo Stadio San Paolo è stato un tributo molto atteso,  ha catalizzato l’attenzione di molte persone, molti artisti, molti appassionati di musica.  La rivolta c’è stata: spontanea, sentita. Durante e soprattutto dopo il concerto.  Una ‘protesta musicale’ che è emersa direttamente dall’ascolto.  Molti cantanti e musicisti, che ho interpellato sull’argomento, mi hanno raccontato che solo dopo qualche minuto di concerto hanno boicottato il canale RAI che lo trasmetteva.

L’ ‘indice di gradimento’ che aveva proposto tanto tempo fa Renzo Arbore alla RAI, in sostituzione (o in appoggio) al più impersonale e generico ‘indice di ascolto’, forse avrebbe fatto ulteriore chiarezza, una chiarezza ufficiale sul tipo di ascolto in movimento nell’etere durante l’evento.  Ma i social, i nuovi media,  hanno chiarito e compensato da sé.  Sul palco si è esibita una vera e propria ‘nazionale della musica italiana’; ma  proprio come la nostra nazionale di calcio, non ha fatto squadra nel momento più importante; non ha messo cuore durante le partite cruciali. Sembrava, mi raccontavano i miei interlocutori,  mancasse  proprio l’omaggio all’artista; quel dialogo artistico e musicale che Napoli si aspettava tra da chi si esibiva e l’eredità blues lasciata da Daniele. È andata in scena una musica diversa, lontana dall’anima blues dell’artista napoletano. Rivedendo il concerto mi immedesimo ancor meglio con le persone con cui ho avuto il piacere di ragionare  a riguardo. Il concerto era un gioco di pura personalizzazione e  snaturamento della sua musica, delle sue canzoni (salvo la presenza di James Senese, e di pochissimi altri). Pur nell’assodata differenza tra la storia di Daniele e quella di molti suoi amici, colleghi, che si sono esibiti sul palco per lui,  la stragrande maggioranza degli ‘ascoltatori’ desiderava sentire e rivivere un atmosfera di  empatia nei confronti della ‘lingua’ musicale di Pino e della sua anima blues, per omaggiare il maestro nella sua terra. Ma mancava questo ‘per lui’; Il blues era fondamentalmente latitante sul palco.  Perché è successo questo?

Forse perché la macchina del profitto fine a se stesso,  non può comprendere fino in fondo  la magia della musica? Forse perché la macchina dello spettacolo, che segue logiche strettamente commerciali può organizzare, usare,  spettacolarizzare la musica, ma non comprenderla? Il business fine a se stesso appiana le differenze; le singolarità espressive. Omologa quanto più di genuino spesso pulsa nell’arte, ignorandola o addomesticandola. L’addomesticamento del paesaggio musicale (anche se travestito da rito nazionalpopolare)  non può  rivelare le anime profonde che vi si vanno intrecciando, contaminando, riformulando nel tempo. Il segreto del blues sta nelle persone che lo incarnano. E che lo ascoltano. Se la messa in scena, diventa più importante della musica, se la musica passa cioè in secondo piano,  il cuore nomade della musica si smarrisce in campo: e non c’è vittoria nel suo smarrimento; non c’è successo di audience o di pubblico pagante che possa rimediare a ciò che accade realmente.

Forse al ‘popolo musicale’ presente al San Paolo, che chiedeva agli artisti sul palco di diventare per una notte neri a metà come loro, la chitarra ‘nera’ di Totò Bellomonte,  o la voce cruda di Eleonora Bluescoholic  Militello, o  il calore musicale degli Schizzechea, avrebbe  di certo regalato una forte brezza di adrenalina rinfrescante. Mentre Pino, come sempre da qualche anno, scherzando a più non posso con il suo ritrovato amico Massimo,  avrebbe continuato a guardare il suo popolo dall’alto.

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