Lo spinoso caso del Comitato di Santa Rosalia

di Franco Vasta

Come ogni sabato, un nuovo appassionante epidosio di una Campofelice lontana nel tempo ma in un certo senso sempre attuale.

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Come ogni anno il 4 di settembre Campofelice è in festa, in quei giorni il paese si trasforma, non solo per le luminarie, la banda musicale, i giochi d’artificio, ma proprio per l’aria che si respira… È così da secoli.

Come abbiamo visto, nel 1750 il parroco dell’epoca si rifiutò di svolgere la Processione del Simulacro, nel 1884 e nel 1885 la festa patronale fu sospesa a data da destinarsi,  a causa di due epidemie, quella del colera asiatico e quella del vaiolo confluente, che paralizzarono il paese. Anche la festa del Santissimo Crocifisso, che si svolgeva di regola la terza domenica del mese di maggio, ha origini antichissime, è certa ad esempio l’organizzazione della festa nel marzo del 1817. Grazie ad un prezioso documento, donatomi dal nostro concittadino AntonGiulio Imburgia,  siamo riusciti a stabilire che nel marzo del 1817 vi fu la quinta indizione della festa del Santissimo Crocifisso a Campofelice. L’indizione si riferiva ad un ciclo di 15 anni, che non aveva relazione alcuna con il movimento degli astri, era cioè un periodo, di regola della durata di anni 15, usato a partire dal IV secolo d.C., per indicare le date in atti pubblici o ecclesiastici. Ora, pur dando per certo nessun altro ciclo d’indizione precedente, è sicura la prima indizione della festa nell’anno 1812. In quell’eccezionale documento storico si parla della stipula di un atto tra cittadini di Campofelice che: “…si offersero dare una certa elemosina alla Venerabile Cappella del Santissimo Crocifisso all’oggetto di portare la bara nel giorno della Solennità…”. Era talmente forte la devozione verso il Crocifisso, che chi aveva intenzione di portare a spalla “la vara” doveva offrire un obolo. Vi erano portatori di mano destra e di mano sinistra e a seconda della posizione, davanti o dietro, cambiava il pagamento dell’obolo, il pagamento avveniva in tarì, che era la moneta dell’epoca (dall’arabo “fresco di conio”). Il comitato organizzatore della festa della Santuzza allora si chiamava “Deputazione della Festa di Santa Rosalia”, a presiedere tale deputazione nel 1891 era tale Imburgia Giuseppe fu Francesco, collaborato da tale Stefano Pirrotta, che fungeva da segretario/tesoriere. In quell’anno l’organizzazione della festa lasciò a desiderare, la fiera del bestiame non ebbe la partecipazione massiccia di commercianti come gli altri anni e stranamente poca partecipazione alla Solenne Processione del Simulacro della Santa, l’amministrazione dell’epoca non gradi affatto l’operato della Deputazione della Festa e decise di rivolgersi al Parroco. L’amministrazione era guidata da Vincenzo Rao, detto ‘Nzulu, il quale di fatto reggeva il Comune, in quanto il Sindaco, Giovanni Eugenio Moncada principe di Monforte, si era da tempo ormai ritirato nel tenimento di Roccella. Rao era assessore titolare f.f. da sindaco, il di lui cugino Giuseppe era Assessore e amministratore delle terre degli eredi Furnari, ambedue persone molto influenti a Campofelice, il parroco dell’epoca era il Sacerdote Giuseppe Iannè, al quale la precedente amministrazione aveva negato l’aumento della “congrua” che era il sussidio che il comune elargiva ai parroci.

Anni ’60, processione del SS. Crocifisso.

 

Rao comunicò al Parroco che era sua intenzione approvare la scelta della Giunta Provinciale Amministrativa, che nel giugno dello stesso anno aveva provveduto ad aumentare il sussidio al Parroco, portandolo da lire 600 a lire 1125 annue, così fece subito dopo la festa della Santuzza, aumentò lo stipendio al sacerdote Iannè. Perché tanta magnanimità? E soprattutto cosa aveva chiesto ‘Nzulu Rao al prete? Rao era persona politicamente navigata e scaltra, sapeva che il Sacerdote Giuseppe Iannè non si sarebbe piegato ad alcun suo ricatto, ed allora invece di porre la questione del cambio della Deputazione della Festa, disse che intendeva avocare al Comune l’organizzazione della stessa. “…parrinu è giustu ca a festa ri Santa Rusulia a fa u Sinnacu, è a festa ru Sinnacu ca rapprisenta u populu, giustu è patruzzu?…”. Rao promise organizzazione impeccabile a spese del Comune, (o parrinu un ci parsi veru!) ma si guardò bene dal palesare il suo subdolo intento cioè quello di estromettere dalla organizzazione della festa Giuseppe Imburgia e Stefano Pirrotta, rei di parteggiare per il partito dell’opposizione.

Detto fatto! Il Consiglio comunale aumentò il sussidio al Parroco, e nella seduta del tredici settembre del 1891, nove giorni dopo la festa, procedeva ad avocare al Comune l’organizzazione della festa di Santa Rosalia. Nella seduta consiliare, presente il Sacerdote Iannè, Rao dichiarava: “… le spese a sostenersi per la festa comunale della Patrona Santa Rosalia, siano sostenute per intero dal Comune, mettendosi lo stesso in possesso dei beni e delle rendite di cui è provvista la detta Santa, togliendo così alla Deputazione della Festa, l’amministrazione e la direzione di essa…”. 

Don Peppino Iannè lo fulminò con uno sguardo, facendogli intuire che i patti non prevedevano questo. Uno dei consiglieri di minoranza, Giacinto Russo, chiese ed ottenne la parola “…faccio osservare all’autorità superiore che essendo il comune necessitato di portare l’eccedenza ai limiti massimi (erano le tasse che dovevano pagare i cittadini), non crede regolare di aggravare di una spesa facoltativa al comune, stantechè il popolo per fare questa festa tutti concorrono a solennizzarla, meglio che la facesse la comune, perché il popolo ascoltando che la festa la faccia il comune, son sicuro nessuno metterà più un soldo per solennizzare questa festa, per questo riguardo prego l’autorità superiore di osservare bene in questa deliberazione, cercando sempre gli avvantaggi e i risparmi del Comune…”.

A questo punto intervenne il saggio Giuseppe Rao, proponendo al consiglio di formare una commissione composta dai consiglieri in numero di tre e altrettanti onesti e operosi Campofelicesi, in modo da potersi nominare il nuovo Procuratore ed il nuovo Tesoriere della festa. Giacinto Russo si astenne dal votare, tutti gli altri votarono all’unanimità, la festa della Patrona passava nelle mani del Comune e veniva tolta alla Deputazione. Nella stessa seduta Rao si vendicava dei nemici dell’amministrazione, negando al povero Giuseppe Imburgia, fu Francesco, il rimborso che gli spettava, in quanto il suo terreno in contrada Capo veniva attraversato sin dal 1861 dalla fatiscente conduttura di acqua potabile che serviva il paese.

La sera stessa del 13 settembre del 1891, in casa dell’avvocato Pasquale Cipolla si teneva una riunione per esaminare gli effetti della deliberazione e a cui parteciparono: Giacinto Russo, Liborio Di Francesca, Giuseppe Imburgia e Stefano Pirrotta, questi ultimi rispettivamente procuratore e tesoriere della deputazione della festa di Santa Rosalia. Cipolla era consigliere comunale, ma per impegni al tribunale di Termini Imerese, quel giorno non fu presente alla seduta consiliare, convocata alle 11 del mattino. La sera, non appena giunto in paese fu informato del sopruso consumato ai danni del Comitato e prima di presenziare alla riunione in casa sua, si recò in canonica a parlare con il parroco, del quale era molto amico. Iannè lo informò dell’inganno perpetrato ai suoi danni e disse che avrebbe supportato ogni azione tendente a ripristinare la giustizia e la verità sull’accaduto, Cipolla lo salutò ringraziandolo. Tornato a casa, davanti al portone, trovò i partecipanti alla riunione ai quali fece cenno di salire. Messo al corrente dei fatti, fece subito i complimenti al consigliere Giacinto Russo, perché aveva inserito nel verbale di seduta il ricorso all’autorità superiore, affinché la stessa potesse esaminare il deliberato, “…bravo Iacintu, ora a ‘Nzuliddu ci pensiamo noi…”. Pasqualino Cipolla si rivolse al Prefetto, che con un suo decreto n.4224 del 2 ottobre 1891, sospese nei suoi effetti la deliberazione consiliare del 13 settembre 1891, il Capo della Provincia non poteva far altro che annullare il deliberato, cosa che avvenne il 20 ottobre 1891, la stessa autorità comunicava, con nota n.4616 del 24 ottobre, la immediata convocazione del consiglio comunale per la presa d’atto del decreto di annullamento. E così, tenendo fede al pronunciamento dell’autorità superiore, il consiglio comunale fu convocato nella giornata del 31 ottobre 1891 alle ore 10 e minuti trenta antimeridiane, nella solita sede delle adunanze sita nella piazza Garibaldi, questa volta però Pasquale Cipolla non volle mancare. Ad apertura di seduta, il segretario comunale Giacomo Raspanti diede lettura del decreto del Prefetto e della nota dell’autorità superiore che annullava la deliberazione del 13 settembre, con la quale il comune aveva avocato a sé l’organizzazione della festa di Santa Rosalia, togliendola alla Deputazione della Festa, considerata di parte e contro l’amministrazione in carica. Cipolla chiese subito la parola: “…faccio plauso all’operato dell’autorità superiore, sia perché non ha creduto di gravare il bilancio del comune d’una spesa inutile, sia perché conforme ai dettami del supremo consiglio in materia amministrativa, che con  suoi pareri del 9/8/1876, del 30/5/1879 e 1/6/1875, aveva stabilito che il comune non può avocare a se, spogliandone il parroco, il diritto di nominare una commissione incaricata annualmente degli apparecchi e delle cerimonie d’una festa religiosa, essendo incompatibile nella specie l’art.82 della legge comunale, e trattandosi di una festa religiosa l’autorità civile ne rimane estranea, salve le ragioni di ordine pubblico. Che le offerte per il lutto e le feste sacre, celebrate nelle Chiese, sono materie ecclesiastiche. Che l’ingerenza delle rappresentanze comunali nelle feste religiose è illegale, quindi le deliberazioni che nella materia venissero prese dalle Giunte e dai Consigli comunali, devono essere annullate. Fa appello sia ai consiglieri, che a tutti i buoni cittadini del paese, che trattandosi di una festa pubblica, astrazion facendo dallo scopo religioso, cessi per il bene del Comune, qualunque attrito di parte nell’interesse generale del Paese…”.

‘Nzulu Rao doveva prendere atto della sconfitta, la deliberazione del 13 settembre che permetteva al Comune l’organizzazione della festa di Santa Rosalia fu annullata. Cipolla, Iacintu Russo e Giuseppe Imburgia fecero una “bicchierata” nella taverna vicino la Piazza. ‘Nzulu Rao tornava a casa a testa bassa, ma mai domo o rassegnato, aveva perso questa battaglia ma già preparava altre rappresaglie contro Cipolla e i suoi amici, si chiuse così lo spinoso caso del Comitato di Santa Rosalia, restava però aperta la contesa politica nel paese fondato da Gaspare La Grutta Guccio e Rivarola nel 1699…

Alla prossima!

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