Il diritto all’accoglienza: i volti, le storie, la dignità

di Antonino Musca

Il Sud del mondo è in pericolo, assumiamoci le nostre responsabilità. La vicenda del sindaco di Riace Mimmo Lucano, l’esperienza di Antonino Musca nel campo profughi di El Ayoun nel deserto dell’Algeria meridionale.
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Qui non si viene mai per la prima volta,
e quando te ne vai non lo fai mai per sempre
(Malek Haddad)

Sono ore particolari per il mondo della solidarietà. Mimmo Lucano e il suo “modello Riace” sono stati arrestati. Il mio Paese lo arresta mentre il mondo lo ammira. Reato? Aver accolto “esseri umani”. Mi vergogno della deriva xenofoba che sta attraversando l’Italia. Dobbiamo difendere e salvare le persone prima che i confini degli Stati nazionali.

Nel dicembre del 2009 sono stato nel campo profughi di El Ayoun, nel deserto dell’Algeria meridionale per visitare e conoscere il popolo Saharawi. È stata un’esperienza molto profonda e toccante, che per certi versi ha cambiato la mia vita. Da quel viaggio sono tornato missionario. Non potrò mai dimenticare i volti di quei bambini, scalfiti dal sole e dalla sabbia, i volti sudati e vissuti di quei vecchietti che ci raccontavano, fieri, la loro storia resistente e i volti di quei giovani che andavano incontro al futuro con il desiderio di abbracciarlo.
Ho trascorso pochi giorni in quel campo, ma sono bastati per cambiare la mia vita. In quel deserto ho conosciuto la vita, il coraggio, la determinazione e la speranza di quel popolo. Ma tutto questo non basta. Per cambiare veramente le cose, ognuno di noi deve assumersi la propria responsabilità e deve fare la sua parte.
Loro lo stanno facendo. Stanno resistendo.
Ora tocca a noi farlo. “Il tempo di agire ha bussato alla nostra porta”.

E’ stato molto difficile ripercorrere tutte quelle sensazioni, emozioni che ho vissuto durante questo mio viaggio in Africa, ma è ancora più difficile metterle per iscritto, per riuscire a comunicarle e a farle vivere tramite i miei occhi a chi sta leggendo questo articolo. Mi sono sforzato tantissimo per cercare quelle parole giuste ed autentiche per trasmettervi immagini e profumi di una terra ricca e colorata, ma nello stesso tempo grigia e povera, succube di politiche internazionali invasive e oppressive.

Il vento dell’Ovest mi ha condotto per mano ad affrontare un’esperienza umana molto profonda. Un’esperienza che ha scolpito sulla mia pelle i segni di una profonda sofferenza morale e materiale del popolo Saharawi, che da  34 anni ormai lotta disperatamente con dignità per aver riconosciuto il diritto fondamentale all’autodeterminazione e all’indipendenza dall’occupazione marocchina.

Circa 200mila Saharawi dei campi profughi di Tindourf, hanno realizzato una delle esperienze politiche e sociali più interessanti del nostro secolo: la costruzione di uno «Stato in esilio». I Saharawi hanno voluto costruire un’organizzazione sociale dove tutti sono chiamati ad avere un ruolo attivo, dove sono valorizzati gli anziani e dove le donne condividono responsabilità a tutti i livelli.
Questo è stato un viaggio da cui ho imparato molto, ho imparato a guardare in faccia le persone, a scrutare nei loro volti tracce di disperazione, figlie di politiche di oblio dei vari Stati nazionali e dei vari mass media che non parlano assolutamente della causa del popolo Saharawi nei loro servizi, perché questa non fa audience.

E’ ancora impresso nei miei occhi il sorriso di quei bambini che giocavano felici, di quelle donne intente a preparare il pranzo per i graditi ospiti, e di quei vecchietti che ci incontravano per strada, lungo il nostro cammino e che ci salutavano trasmettendoci un messaggio di speranza. Durante il nostro tragitto abbiamo visitato molte scuole, ospedali che versavano in condizioni pessime, cooperative di donne frutto di vari progetti internazionali, tra cui molti erano finanziati da province italiane, e poi ancora molte associazioni, il museo della Resistenza del popolo Saharawi, dove si ricordava il sangue dei martiri versato per la lotta di liberazione.

La causa del popolo Saharawi fa nascere in noi un senso di colpa, di frustrazione, perché con il nostro superfluo potremmo veramente sfamare l’intero pianeta. Mentre noi viviamo nel mondo del consumismo e dell’abbondanza, questi popoli, che lottano per ottenere la propria autodeterminazione, vivono in situazioni di sottosviluppo. Sono tornato in Italia con il crollo di tutte le mie certezze, che sono state messe a dura prova, con lo spirito di un uomo occidentale egoista che vive nel lusso e che pensa solo a se stesso.

E’ arrivato il momento di assumerci le nostre responsabilità, bisogna agire subito, soprattutto farlo in prima persona, senza pensare che la nostra singola azione personale non sia in grado di cambiare le cose. “Credo che sia necessario che non si ha bisogno di aspettare nessun altro per adottare un retto comportamento. Gli uomini in generale esitano a intraprendere un azione se pensano che l’obiettivo di tale azione non può essere pienamente raggiunto. Un simile atteggiamento è un freno per il progresso”. Cosi esordiva Gandhi durante uno dei suoi nobili discorsi. Kennedy ha detto esplicitamente che le forze sociali non sono altro che l’accumulazione di azioni individuali. “Non lasciamoci scoraggiare dalla convinzione che un solo essere umano possa fare ben poco contro l’enorme marea dei problemi del mondo: contro la miseria, l’ignoranza, la violenza… Pochi hanno la grandezza che dà forma alla storia, ma ognuno di noi può cambiare una piccola parte degli eventi, e la somma di tutti questi atti scrive la storia di una generazione. La storia dell’uomo è fatta di infiniti, piccoli atti di coraggio e fede. Ogni volta che un uomo difende un ideale, o agisce per migliorare la condizione degli altri, trasmette una piccola onda di speranza. E tutto questo crea una corrente che può abbattere il più solido muro di oppressione e resistenza”.

Facciamo in modo che la storia ricordi la nostra generazione come quella che ha creato una corrente di speranza e che si è impegnata per guarire il mondo.

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