Le elezioni contestate

Di Franco Vasta

Il 10 novembre 1889 a Campofelice si tennero le elezioni amministrative, chissà cosa sarà successo in questo piccolo paesino mai dormiente e da sempre molto vivace nelle contese elettorali.

0 1.036

Il 10 novembre 1889 a Campofelice si tennero le elezioni amministrative e con regio decreto il Principe di Monforte era stato nominato Sindaco, di fatto si era disinteressato completamente della contesa elettorale che nell’autunno del 1889 interessò il paese. I consiglieri comunali  eletti furono: Russo Giacinto, Trimarchi Giuseppe, Vaccaro Antonino,  Spalla Francesco, Di Francesca Liborio, Martorana Giuseppe, Rao Giuseppe, Vaccaro Giuseppe, Di Cesare Antonio, Aiello Santo, Inga Francesco, Rao Vincenzo, Lanza Luigi e Raspanti Antonino, oltre il Sindaco Giovanni Eugenio Moncada Principe di Monforte. Nella prima seduta consiliare, tenutasi il 19 novembre 1889 alle ore 11 antimeridiane, fu eletta la Giunta comunale così composta: Giovanni Eugenio Moncada Principe di Monforte con voti 13, primo assessore titolare, Rao Vincenzo con voti 8, secondo assessore titolare, Russo Giacinto con voti 15, primo assessore supplente, Lanza Luigi con voti 10, secondo assessore supplente. Intanto un cittadino Campofelicese, tale Rosario Vaccaro fu Pasquale, iscritto nelle liste elettorali, propose ricorso al consiglio stesso per fare annullare le elezioni amministrative in quanto, secondo lui, erano state commesse gravi irregolarità dagli uffici, che avevano inficiato il regolare svolgimento delle elezioni stesse, alterandone il risultato. Si disse subito in paese che il Vaccaro fosse stato istruito, istigato e guidato dall’Avvocato Pasquale Cipolla e dai suoi amici che, evidentemente, avevano perso le elezioni. I Campofelicesi che avevano diritto al voto nel 1889 erano in totale 192, allora potevano esercitare il diritto di voto solamente gli individui maschi aventi la maggiore età e che avevano pagato il censo, fra questi vi erano alcuni cittadini che di fatto abitavano a Lascari e votavano, non so per quale ragione, a Campofelice. Rosario Vaccaro era amico di Cipolla e nei giorni che seguirono il deposito, alla segreteria comunale, del suo ricorso non perdeva occasione per sbandierare in piazza le ragioni delle sue contestazioni, sicuro che queste, se esaminate con la dovuta attenzione e imparzialità, avrebbero reso nulla la competizione elettorale del 10 novembre 1899. Ora se è vero com’è senz’altro vero che Pasquale Cipolla era il paladino dei lavoratori, possiamo immaginare che il partito che aveva vinto le elezioni non annoverava certamente fra le proprie fila i contadini, ma bensì le persone più agiate, i cosiddetti “proprietari” che rappresentavano la classe borghese post-feudale. Cipolla non poteva far proporre un ricorso elettorale, senza che vi fossero state valide motivazioni alla base della sua iniziativa, tanto più che Rosario Vaccaro era un cittadino privo di studi e proprietario di un piccolo terreno in contrada Stretto, che gli aveva permesso di essere iscritto nell lista politica e amministrativa. Intanto, nella seduta consiliare del 22 dicembre 1889 alle ore 18 e ¾ pomeridiane, alcuni consiglieri comunali di maggioranza, nel respingere totalmente i motivi del ricorrente, si presero gioco di lui, insultandolo e usando un linguaggio quantomeno inusuale, se consideriamo i tempi, il luogo istituzionale dove si era e il contegno che ogni rappresentante del popolo dovrebbe mantenere. Il primo motivo del ricorrente verteva sulla stampa e sul carattere delle schede elettorali, ritenute non conformi alla legge. Assunse la presidenza il consigliere Vincenzo Rao, dopo che Giovanni Eugenio Moncada Principe di Monforte aveva abbandonato l’aula, probabilmente infastidito dal linguaggio usato. Giuseppe Rao chiese ed ottenne la parola, liquidando con poche parole l’infondatezza del primo motivo del ricorso, ribadendo che le schede elettorali erano regolarmente stampate in grassetto e scritte in parte a mano dato che la legge lo permetteva, egli così si esprimeva nel descrivere il ricorrente:

… tuttochè il facente ricorso Rosario Vaccaro fu Pasquale, sia cittadino italiano elettore politico ed amministrativo, mal si è opposto col suo ricorso nel dire nulle le operazioni elettorali di questo comune fatte il 10 novembre scorso, egli è privo di ogni intelligenza oltre che del minimo censo, e io mi chiedo, quali furono i segni che permisero a far riconoscere personalmente il votante? Quelli forse di trovare in alcune schede cancellato un nome stampato, poi sostituito con altro scritto in inchiostro? Era la fiducia degli elettori che riponeva in l’uno maggiore che in l’altro; ciò è la prova più evidente che gli elettori votarono con convinzione di causa e non come pecore. Gli elettori votarono in 192 ed è metafisicamente impossibile come in tal numero di schede possa, con tanti nomi qua e là cancellati, conoscersi tassativamente un elettore. Furono forse quelli di essere talune schede stampate con carattere grassetto? Il ricorrente Vaccaro, o chi per lui, scrisse il ricorso, sconoscendo la lesione tassativa della legge, che nulla dice sul carattere delle schede se debba essere grasso o minuto, nessuna proibizione c’è nella norma se in una o più schede non si possono cancellare dei nomi. Invito quindi l’onorevole assemblea a respingere le tesi del primo motivo ad unanimità di voti, per ciò che concerne il secondo motivo e cioè la presunta mancanza di firme dei componenti l’ufficio del comune, dico, ammesso e non concesso che le schede contenenti 15 nomi non furono firmate da tre dei membri dell’ufficio elettorale, suppone per ciò il ricorrentesi debbano annullare le elezioni? Ma donde in lui tanto fondo d’intelligenza per fare simili fantastiche supposizioni? Ma da chi è stato sorretto in simili bestiali intendimenti? Era uopo meglio che il ricorrente Vaccaro si fosse da ben altri fatto sorreggere in ciò; che da chi lo ha esposto alla critica consiliare. Nessun altro elettore presente alla proclamazione del risultato ha avuto nulla da obiettare, è logico e pur naturale, che con quelle firme si sentirono validare tutte le operazioni elettorali e con esse anco le schede sulle quali il ricorrente Vaccaro ci ha fatto fermare la sua aguzzata intelligenza, per cui anco questo secondo motivo va respinto ad unanimità di voti. Che cosa o Signori ci resta ancora da esaminare? Il terzo motivo di nullità? A mio parere è ovvia la discussione di esso, perochè dal verbale delle elezioni chiaramente leggesi, che ancora prima della proclamazione del risultato, le schede nel numero di 192, debitamente numerate in presenza dell’assemblea, furono messe in busta suggellata concera lacca rossa, portante le iniziali A.N. firmata dal presidente e dal segretario e consegnata dal detto presidente ai Regi Carabinieri ove egli stesso era alloggiato. E ritengo senza incorrere in equivoco di sorta, che gratuita oltre ogni dire è l’asserzione del ricorrente Vaccaro, cioè che il Cavaliere Badalati ebbe a dire in casa dell’avvocato Cipolla ed alla presenza del brigadiere dei regi Carabinieri, che la mattina del giorno 11 erasi recato nell’ufficio comunale a numerare le schede. Onorevoli Signori del consiglio comunale, puossi giammai supporre che un funzionario dell’ordine giudiziario, integerrimo ed intelligente come è il Cavaliere Badalati, Sostituito Procuratore del Re, presidente del seggio elettorale, abbia potuto dire quanto gratuitamente asserisce il ricorrente Vaccaro? A mio parere no! Assolutamente! Giammai! E’ metafisicamente impossibile che un Regio funzionario oggi certifica con un verbale una data cosa, e domani dice di non averla fatta! E poi, dato e non concesso, che il presidente abbia disuggellato la busta ove erano le schede, l’indomani delle elezioni, che importa a noi di un tal fatto di cui non dobbiamo ne possiamo rispondere? Mi rimetto quindi al criterio dell’intera assemblea per giudicare quanto osservasi d’inverosimile e di maligno in tutto quanto ci ha scientificamente sostenuto il ricorrente.

Uno dei motivi del ricorso del Vaccaro verteva sulla presunta pressione che gli elettori provenienti da Lascari subirono in quanto, secondo il ricorrente, furono accompagnati con la forza al seggio elettorale “…alla stregua di pericolosi detenuti…”. Anche qui Rao è sarcastico ed irriverente.

…mi intrattengo ancora un momento sull’accompagnamento dei detenuti di Lascari, scusate volevo dire e dico meglio gli elettori di Lascari. Per un fatto che accadde con la più grande semplicità, se ne fa addirittura una questione di gabinetto… 

Successe che il Capo del Circondario aveva dato facoltà al Sindaco di Campofelice, Giovanni Eugenio Moncada Principe di Monforte, di far vigilare, nel giorno delle elezioni, in vista ai fondati sospetti di minaccia agli elettori di Lascari, la strada che da Campofelice conduceva a Cefalù (oggi s.s.113), con l’obbligo di informare telegraficamente, ogni mezz’ora, il capo del circondario di Cefalù, la vigilanza fu affidata alle guardie campestri di Campofelice. Rao così si esprimeva:

… e di grazia Signori del consiglio, che anormale procedimento fu quello? Si coartò forse la volontà del voto con quella vigilanza? Si vide forse nella sala delle elezioni qualche elettore di Lascari, accompagnato da gente armata? Niente di tutto questo sentii dire a taluno dell’assemblea! Allora se mendace e menzognera è tale asserzione, che Vaccaro o chi per lui, la fa spiccare nel ricorso, come ragione principale per annullare le elezioni, mi si permetta di consigliare di respingere senz’altra ulteriore discussione il ricorso del Vaccaro.

Concluso l’intervento di Giuseppe Rao, il presidente suo omonimo, Vincenzo Rao, si rivolge ai consiglieri comunali:

 …che io vi dica poche parole per confutare le cavillose ragioni addotte nel ricorso in disamina, credo, non sia un fuor d’opera. Onorevoli Signori, non so se la bile nata in coloro i quali non poterono far parte di questo rispettabile consesso, del quale mi onoro essere il più infimo ed inosservato esponente, abbia spinto il ricorrente Vaccaro ad avanzare alla stregua dei loro insussistenti criteri e delle loro insistenti ambizioni, il ricorso che, in primo stadio, siamo obbligati ad esaminare. E dal momento che mi son dato la premura di esaminare, ad una ad una, le ragioni inutili che leggonsi in esso, mi duole l’animo d’interloquire su fatti e cose che non vale la pena di perdervi un paio di minuti di tempo. Come si fa a mettere in forse l’onestà, l’abnegazione e l’alto prestigio di un funzionario regio, di un sostituto procuratore del Re, sul quale simili dubbi non debbono, né possono aversi, dal momento che la legge, per maggior garanzia dell’esatto procedimento delle operazioni elettorali, ha scelto i funzionari dell’ordine giudiziario a presidenti dei comizi elettorali. Allora, e me ne assumo la responsabilità, e voi non potete a meno addivenire con me che, il ricorrente Vaccaro Rosario è un cretino qualunque, è un individuo che si fa abbindolare da gente che gli voglion male! 

Brusio in aula e qualche accenno di protesta non fermarono il discorso di Vincenzo Rao, forse si era oltrepassato il segno, l’ingiuria a carico di Rosario Vaccaro era un offesa ad una parte della popolazione, ora noi non sappiamo se le motivazioni del ricorso fossero più o meno valide e veritiere, certo è che mai prima di allora si era usato un linguaggio così offensivo. Cipolla se, come pare, fu l’ispiratore del ricorso, non era certo il tipo da subire un tale affronto, i motivi addotti erano abbastanza suffragati dai testimoni presenti, e le risposte dei consiglieri erano piene di punti interrogativi, di ingiurie e di tanti “ ammesso e non concesso” che fecero nascere più di un ragionevole dubbio tra la popolazione. Ma lo sproloquio consiliare continuò ancora:

…noi è ora giocoforza che con pubblico documento che conservarsi in quest’ufficio comunale si provi quanto è menzognero il ricorso avanzato dal ricorrente, e vi dica senza tema di errare, che il Vaccaro ricorrente è talmente stupido da farsi trascinare per un sol capello, firmando reclami a dritta e a manca e di tutti i tuoni, e guai a lui se i suoi falsi amici firmando, firmando, non lo faran giungere al punto di doversi pentire, forse troppo tardi, della sua stupidità.

“Trivio e minaccia”,  questi sono gli elementi che caratterizzarono i discorsi dei consiglieri comunali, ecco perché Giovanni Eugenio Moncada Principe di Monforte, si allontanò dall’aula e si fece accompagnare in calesse al Castello di Roccella, da tale Cirrincione Gioacchino. Così Rao concludeva, invitando il consiglio a respingere all’unanimità il ricorso proposto:

Le ovvie discussioni odierne, causateci dall’ignoranza di un Vaccaro Rosario fu Pasquale, elettore politico ed amministrativo, ci han fatto venire la noia e molto meno un po’ di bile, dovendo obbligatoriamente dar retta ad un individuo che meglio potrebbe impiegare il suo tempo lavorando, anziché inserirsi assai tardi in fatti ed in cose che lo riguardano assai da lontano. I tempi in cui Berta filava finirono, e difficilmente torneranno più qui, in Campofelice il progresso che è civiltà a rapidi passi si avanza. Al Vaccaro ricorrente, gli si dà troppo tardi un tuono d’importanza, mentre nei tempi in cui Berta filava, era tenuto in un angolo assai remoto, per cui ritengo che voi Signori Consiglieri dobbiate bocciare senza indugio alcuno il miserevole ricorso e dare piena legittimità a questo Consiglio.

Se questo era il progresso, chissà cosa dovevano essere i tempi in cui “Berta filava”, certamente si

Giovanni Eugenio Moncada Principe di Monforte, Sindaco di Campofelice a fine ‘800

alludeva al periodo feudale. Al di là del merito del ricorso, possiamo certamente affermare che in quell’occasione le istituzioni, a Campofelice, diedero un brutto esempio di arretratezza culturale e politica. Il ricorso fu respinto con 9 voti favorevoli e due contrari e con l’astensione del consigliere Francesco Spalla, dopo che il Sindaco Giovanni Eugenio Moncada Principe di Monforte aveva abbandonato l’aula.

Alla prossima…!

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.