Il vuoto della città

di Pitteranera

L’artista Pitteranera ci regala un’affascinante e lucida riflessione filosofico-spaziale, che ci lascia comprendere quanto sia pieno il vuoto, e quanto Palermo abbia spesso sentito la necessità di riempire i vuoti cittadini che in realtà, se lasciati al proprio destino, avrebbero potuto ugualmente esistere di per sè, nutrendosi del pieno dell’esistenza umana e della natura.

0 454

Il silenzio non è assenza di suono; è all’origine di qualsiasi suono. Accade dove la musica può riposare, rigenerarsi; quindi (ri)cominciare. Allo stesso modo, all’origine di qualsiasi incontro, o scoperta, c’è il vuoto. Il vuoto, in realtà, non è il nulla. Ci fa respirare; ci tiene insieme. È dove l’incontro può accadere. Non è assenza di significato, ma dove i significati cominciano a crescere, riconoscersi, mescolarsi. Lo spazio della città, che si modella in architetture, in slarghi, strade, giardini, parchi, interni, ne fa parte. Esso è all’origine della socialità, della convivialità, dell’incontro. Per percepirlo realmente dobbiamo sentirlo come parte della terra, del suo contatto. La terra trattiene a sé energia spaziale, relazionante. Ci connette ad un unica realtà di aria, acqua, materia, calore: un interessere, che è movimento; che portiamo dentro di noi e che possiamo riconoscere fuori di noi, nelle cose che vediamo, facciamo e costruiamo.  Percependo il suolo che calpestiamo, seguendo la terra che ogni giorno ci sostiene e ci riunisce, che con il solo esistere ci rende parte di una ‘comunità’, possiamo percepire la natura umana del vuoto, il suo potere socializzante, “connettivo”; e possiamo osservare come ciò che già esiste, è già costruito, prosegue la sua vita, e rivive di vita nuova in noi. Possiamo mettere a nudo il corpo urbano della città, con le sue luci e ombre; ne possiamo vedere la bellezza mentre percepiamo i contromovimenti negativi che vi si inoltrano perniciosamente, frutto dell’ansia prepotente ‘da riempimento’, dell’ideologia ‘del pieno’, ne alterano il corpo naturale e artistico. Mentre riconosciamo su di esso i segni dell’ideologia che ha condizionato storicamente, pesantemente Palermo, noi possiamo assaporarne l’autentica bellezza. Una cosa ci aiuta ad essere consapevoli dell’altra. Solo così vedere diventa scoprire.   

Esiste un ideologia ‘del pieno’, un ansia prepotente ‘da riempimento’ del paesaggio, voluta e incarnata da persone concrete, professionisti, amministratori, che ha segnato storicamente, pesantemente la nostra città.  E’ maturata intorno agli anni ’60 e ’70 come imposizione di interessi economici e politici, trasversale al potere criminale, al potere burocratico e finanziario. Una ‘controcultura’ che non potrebbe esistere, né sarebbe esistita, senza il fenomeno della collusione. Non a caso tocca il suo apice a Palermo con il diffondersi della speculazione edilizia. Con la speculazione edilizia l’ ‘ideologia del pieno’ si fa ‘sistema produttivo’; diventa prassi; estesi politico-amministrativa. Diventa al contempo un estetica della città e del lavoro. Una catena di smontaggio, di sradicamento violento, del corpo storico e ambientale di Palermo. Bisognava infatti riempire i vuoti della città, più velocemente possibile : terreni ancora agricoli dovevano diventare aree per cantieri edili. E dove c’erano già edifici costruiti bisognava renderli ancora più alti. Anche Palermo doveva conoscere i suoi nuovi grattacieli, i suoi ‘nuovi monumenti’. Dove la città era giardino, bosco, parco, dove era storia, bisognava trasformarla in costruzioni di cemento, sradicando  memoria e natura; alterandone totalmente l’ecosistema. Quando importanti opere d’architettura intralciavano la nascita di un cantiere edile bisognava demolirle. Dove la rimozione incondizionata degli ‘ostacoli’ non era possibile ci si prodigava per affiancarli e sfigurarli con il ‘nuovo’; e oggi infatti molto del nostro patrimonio storico-ambientale e architettonico si ritrova spesso ‘incastonato’ tra enormi palazzi condominiali, dando la triste impressione di essere una nota abusiva; una dissonanza dentro una trama morfologica che doverosamente la inghiotte. In nome del profitto, del riciclaggio di denaro sporco, la terra veniva usata. Usata per allontanarsi dalla terra stessa. Sulla base della ripetizione, della serialità urbana ci si allontanava dal suolo. Non si tratta di un allontanamento puramente fisico (morfologico), ma psicologico, radicale. La dimensione estetica della città non è mai solo una dimensione estetica. Si perdono le ragioni sociali e profonde del contatto con il suolo, con lo spazio vivente della città.

E oggi? Cosa rimane della controcultura che ha sfigurato pesantemente Palermo?

Oggi, l’ideologia ‘del pieno’, non si manifesta più solo con i muscoli dell’edilizia, della grandi opere. Con il fare tabula rasa dell’esistente, se non parzialmente. Diventa, ora come allora, parte delle strategie di sviluppo, se non l’unica. Ma la sua scala di penetrazione, di organizzazione è più adimensionale, diversamente pervasiva e persuasiva. Può andare dalla dimensione più piccola del design urbano, a quella più estesa, dell’urbanistica. Segue una continua oscillazione dimensionale e pratica, per la sua nuova natura liquida, settoriale, ‘speculativa’. Le sue forme estetiche cambiano, si modificano. Ma la si può riconoscere in tutti quegli effetti visibili degradanti, che vanno a scapito dell’integrità dei beni comuni; e dell’accessibilità ad essi: di quei beni comuni attorno cui si fonda (o si dovrebbe fondare) il benessere di una Comunità urbana.

Il vastissimo parco Cassarà è stato per qualche anno un nuovo polmone verde della città, ma è stato chiuso molto presto per la scoperta di materiale altamente tossico sotto il manto erboso del giardino, che tante famiglie si godevano fiduciose e ignare, già da diverso tempo. Il grande giardino spontaneo, cresciuto per anni entro il ‘lotto Quaroni’ di via Macqueda (così chiamato dagli addetti ai lavori), è stato completamente cementificato per fare spazio a un centro commerciale. Se fosse stato ripreso, bonificato, amplificato a più livelli, il verde del lotto Quaroni avrebbe coinciso con un nuovo parco strategico per il benessere dei cittadini e il tempo libero: un nuovo cuore verde nel mezzo del cuore antico della città. Sarebbe stato un riferimento per almeno tre/quattro quartieri almeno. Sarebbe potuto diventare un luogo di incontro e di scambio per cittadini, non per isolati consumatori. Palermo è una città che, a differenza di altre importanti città italiane, non ha una vera simbolica “agorà”, una grande piazza principale, libera, coagulante, ma piuttosto una serie di piazze che, sebbene urbanisticamente e architettonicamente  uniche, da un altro punto di vista sono parziali, contenute, controllate; interrotte da vie, strade, monumenti, o riempite e deformate  da presunti omaggi storicistici, istituzionali  e monumentali: aspetti  puntualmente caratterizzati dalla smania di controllo del Potere politico-burocratico di turno; preoccupato, sopratutto, di mantenere i segni della vigilanza, di nascondere la paura che la gente possa muoversi insieme con orgoglio civico, riconoscersi come parte di una stessa condizione umana e sociale.  Ma Palermo, a differenza di altre città, potrebbe oggi distinguersi per  la presenza della molteplicità delle sue micropiazze, delle sue centralità diffuse; delle tante spazialità  urbane condensatrici di attività, di scambi, di relazionalità. Potrebbe. Ma questa potenzialità spaventa e, paradossalmente,  ispira al contempo i nostri governanti.

In questo senso, la condizione reale di diverse importanti piazze che formano il Cuore Antico della nostra città è paradigmatica. Piazza Rivoluzione, piazza San Francesco,  piazza Bologni, (solo per citarne alcune) sono, di fatto, monopolizzate: sottratte alla comunità, alla loro potenziale molteplicità. Non è possibile  godersele o fruirne, se non come turisti paganti di un locale di ristorazione. O il singolo ristoratore si accaparra tutta la piazza, o si dà il via ad un lotta per chi occuperà più piazza degli altri tra i ristoratori. Si è esteso a oltranza il ‘caratteristico’ di Via Bara all’Olivella, o di via dell’Orologio. Così avviene la perdita silenziosa delle piazze, e degli spazi di una città: si spaccia la vitalità urbana per la lottizzazione di ciò che costruisce una Comunità. Si fa di un’idea commerciale la strategia di un amministrazione. Questo fa smarrire lo sguardo: la percezione unitaria e artistica degli spazi, produce frammentazione, divisione. Diventano sfondi scenografici per presunti, o sacrosanti, ‘beni culinari’.

Basta poco per trasformare l’atmosfera di una parte di città. Da uno, due anni, circa,  troneggia in via Cavour, un grande  prefabbricato ad uso ufficio informazioni, non distante dall’ ingresso della Feltrinelli, che interrompe bruscamente un arioso marciapiede che costeggia la via per quasi tutta la sua lunghezza. Prima che fosse occupato da questo monumentale prefrabbricato, proprio quel punto, era un ‘luogo’. Il generoso incrocio pedonale che si forma tra i larghissimi marciapiedi in cui fanno angolo il palazzo della Feltrinelli e il Palazzo della Banca d’Italia, generava un effetto ‘piazza’, arioso, immediato, proprio per le larghe visuali prospettiche e i percorsi che vi confluivano. Dava la  misura umana dell’incontro; della convivialità; ed era, nella sua semplicità otto-novecentesca, un felice spazio di sosta e di transito al contempo. ‘Moderno’, funzionale, sarebbe stato progettare e collocare semplicemente delle sedute adeguate, delle panchine, per potenziare questo positivo effetto urbano: non un volume pesante che impedisse, di fatto, l’esistenza della  micropiazza e la percezione unitaria dell’incrocio, della densa continuità dei percorsi pedonali.  Riempire con prepotenza e dividere (allontanare) non sono concretamente due effetti diversi; due azioni diverse. La più bella fontana del mondo si trova a piazza Pretoria. È una fontana-piazza. La sua forma è impura, dinamica, deformata dalla misteriosa fantasia della pietra scolpita,  memore della lezione michelangiolesca; le sue sculture giocano con acqua e aria, ammiccano messaggi segreti verso il viaggiatore che li accoglie dal futuro; sembrano entrare e uscire da un mondo di favole, dal mito, mentre lo rapiscono nella giostra di sguardi, corpi umanai e disumani,  dove sogno e materia girano insieme.  La grande forza plastica della Fontana Pretoria, insieme  agli invasi di piazza Bellini e del Teatro del Sole (i quattro canti), crea una magnetismo spaziale continuo,  una vera e propria ‘diagonale artistica’, polisensoriale, che sembra opporsi alla fredda croce barocca, meramente simbolico-istituzionale, generata dall’incrocio via Macqueda-Corso Vittorio, che pure ‘compenetra’; a cui,comunque si collega. Poco più sotto i quattro canti, sulla sponda destra del Cassaro, il viaggiatore ha la possibilità di essere rapito, di capire ancora meglio l’importanza artistica della Fontana Pretoria, in questa silenziosa lotta tra razionalità politica e immaginazione creativa, artistica, che si acuisce proprio con le visuali aperte dalla Discesa di Musici. Ma per accontentare qualche albergatore e la grande famiglia dei tassisti palermitani, ai piedi della Discesa dei Musici il Comune ha collocato da alcuni anni  la sosta per i taxi, che impediscono la visuale della piazza e delle sue magie visive. E’ come non poter leggere un testo antico per una sovrascrittura fittizia; uno scarabocchio.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.