Una casa II Parte

di Carmelo Modica

La seconda parte del racconto “Una Casa”, tratto dalla raccolta “Il pelo bianco e altre storie” di Carmelo Modica. “Una casa” è ambientato nel 1991, quando forse manifestare per i diritti non era sufficiente perché insufficiente era quanto si diceva sull’omosessualità. Un racconto dalle sfumature dolci e delicate, scelto in occasione della grande Parata del Gay Pride svoltasi ieri a Palermo.

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Poi siamo scesi dalla macchina. Avevo sollevato il bavero del mio cappot­to. Non mi hai più guardato finché non hai preso le chiavi. A quel punto mi hai preso la mano

La vita uniti trascorreremo

dei corsi affanni compenso avrai

la tua salute rifiorirà

sospiro e luce tu mi sarai

tutto il futuro ne arriderà

e insieme aprimmo la porta della nostra casa.

Strano! Non facemmo l’amore se non due giorni dopo. Dovevamo ancora abituarci all’idea che quei mobili, quel letto, quella cucina, quel camino ci ap­partenevano. Che tutto era nostro. Poi le telefonate. Di Marica quella sera stessa e subito dopo quella di Stefano che non avrebbe preso impegni il sa­bato successivo per la festa di inaugurazione della nostra casa. Ed io rispon­devo che sì, che avremmo fatto la festa… sì, che forse sabato andava bene… ti avevo guardato cercando la tua conferma che mi arrivò con un sorriso mezzo basito.

Il balen del suo sorriso

d’una stella vince il raggio

il fulgor del suo bel viso

nuovo infonde a me coraggio.

Ah, l’amore ond’ardo

le favelli in mio favore

sperda il sole d’un suo sguardo

la tempesta del mio cor

Dovetti spegnere il telefonino, rischiavamo di perdere il contatto con quella realtà. Finalmente nostra.

Aveva telefonato anche tua madre. Non se la sentiva ancora di parlarti. Credo che piangesse quando ci fece i suoi auguri. L’avevi capito che era lei e te ne eri andato in cucina a spacchettare qualcuna delle scatole che erano state messe lì in attesa del tempo opportuno per farlo. Non ho mai capito perché tua madre trovasse meno difficile parlare con me. Dopotutto era pas­sato già un anno dal momento in cui avevi deciso di dirglielo. Le sarò sempre grato per le sue parole e ora vorrei fortemente che fossi stato tu a parlarle. E mi pento di non averti costretto. Poi una sera ci amammo avvolti dalle calde note di Porgy & Bess… a casa nostra… finalmente…

Il giorno dopo era domenica. Ci svegliammo che il freddo fece fatica a staccarci. Mi ero illuso che la primavera ci degnasse di un po’ di sole. «Siamo in montagna», dicevi. Dopo aver acceso il fuoco, facemmo la doccia. Da quand’era che non facevamo la doccia insieme? Ora accendo il camino anche quando non è necessario e lo lascio fremere tutto il giorno. Ma non è più lo stesso, ora. C’è troppo silenzio e non vedo l’ora, al mattino, di lasciarla que­sta casa, di andare a scuola. Mi illudo di dimenticare. Non dovrei, e comun­que non posso.

Ieri è venuta tua madre. Le ho offerto un caffè. Tuo padre è rimasto in macchina. Lei non ha detto nulla per giustificarlo. L’ho visto quando ho aperto la porta dietro il suo Corriere della sera. L’ho ritrovato lì, qualche pa­gina avanti o forse sulla stessa di prima, quando ho riaccompagnato tua ma­dre alla porta. Mi ha dato un bacio. La prima volta che ricevo un bacio da tua madre. Forse per riflesso voleva mandarlo a te. Devo confessarti che non ho visto l’ora che se ne andasse. Non mi  è piaciuto il suo abito nero.

Vorrei invitarli a cena qualche volta; lo so che non saresti d’accordo, ma non me ne frega niente di tuo padre. Può restarsene in macchina, se vuole, a leggere i suoi quotidiani, a fumarsi il sigaro… da uomo che permette alla moglie di fare quattro chiacchiere con la sua amica, di lamentarsi di quanto a volte siano così poco sensibili questi uomini…               

                                                *     *     *

È cresciuto l’albero di limoni che hai piantato l’anno che ci siamo trasferiti.  E’ bello. I suoi frutti sono gialli e pieni di polpa. Profumano sulla tavola. Te­mevi di non averlo piantato in profondità, e dicevi che una volta o l’altra il vento l’avrebbe sradicato. Non ci riuscirà più, ormai.

Stefano dice che dovrei rifarmi una vita. Gli ho detto che è impossibile. Ci sono voluti vent’anni per farmene una. E mi è costato tanto. Ci è costata la cosa più cara che avevamo. La famiglia. La mia non esiste più per me. Si è espressa così mia madre. Di tanto in tanto vado da mio fratello. Mi accoglie sempre con un sorriso. Ma vi leggo tanta tristezza. O forse pietà. I suoi figli — adesso Giovanni ha undici anni e Federica nove — mi chiedono di te. È straordinario come può regalarti una piccola gioia un dolore rinfocolato. Ma lo vivo con pudore, il dolore. Non bisogna mai farsene un alibi ed è necessario affrontarlo con lucidità, farsi passare da parte a parte come un fantasma che ti lascia addosso il gelo.  Mi chiedo però se fa bene essere troppo lucidi. Non c’è il rischio di diventare insensibili?

                                                  *  *  *

Mancano dieci giorni a Natale e già fra gli spifferi delle finestre si insinua la malinconia. Avevamo deciso di rifare gli infissi l’anno scorso, ci pensi? Perché abbiamo aspettato? Forse adesso ci sarebbe solo la nostalgia a farmi venire i brividi. Dovrei cominciare a fare l’albero ma la cosa mi mette troppa tristezza. Vorrei chiedere una mano ai nostri nipotini. Verranno qui il fine settimana e l’antivigilia ci raggiungeranno mio fratello e mia cognata. Per venire qui hanno rifiutato l’invito dei miei. Credo volessero convincere i miei a invitare anche me per Natale. Dire che non me ne importa sarebbe ipocrita da parte mia, sarebbe come mettere una pietra tombale sulla mia rabbia. No, voglio sempre bene ai miei e sono sicuro che anche loro me ne vogliono. So­no convinto che non sopportano l’idea di dover affrontare qualcosa che non hanno mai volutamente allontanato, ma che li impegnerebbe a riflettere. Per quanto siano stati attivi nella loro vita, sono sempre stati pigri a pensare.

Chissà perché il Natale non mi ha mai entusiasmato, se non quando c’eri tu. Mi chiedo se ho sbagliato ad apprezzare la vita solo in funzione di te. Probabilmente sì. Non ci sei sempre stato tu nella mia vita. E mi fa male pen­sarla come tale solo negli anni trascorsi con te. Quando ero piccolo mi faceva ridere l’idea di scrivere una letterina a Babbo Natale. Nessuno tra l’altro ne conosceva l’indirizzo. Mi si diceva che la lettera sarebbe arrivata lo stesso, che di Babbo Natale ce n’era uno solo. Intuivo che era tutta una montatura. E nessuno si sforzava di convincermi che, comunque, non doveva esserlo alla mia età. Non so se ci sia stato un periodo in cui credevo alla sua esistenza. Non so se, invece, l’ho rimosso dalla mente. O forse ero già convinto che fossero i grandi a mettere i regali sotto l’albero. Avevo riscoperto un vivace interesse quando decidemmo che nella nostra casa dovesse esserci un albero grandissimo, enorme, luccicante e inneggiante alla vita. Ti ricordi la prima volta che avevamo fatto l’albero? Eri raffreddato e dicevi che era la polvere degli addobbi a farti starnutire. Ma erano nuovi di zecca, li avevamo com­prati qualche giorno prima in una frenesia attenta e oculata. Per tutti questi anni abbiamo continuato a fare lo stesso albero, in salotto vicino al camino, e la folta punta del pino finto — doveva essere rigorosamente finto! — copriva ogni anno una parte del quadro che avevamo comprato a Londra, in un mer­catino delle pulci. Una volta i nostri amici ci chiesero perché non spostarlo, perché coprire quella scena di caccia alla volpe che tutti trovavano deliziosa? «Perché è sempre stato così» avevi risposto.

                                                 *   *   *

Ricordo una frase della Yourcenar: la sofferenza ci rende egoisti perché ci assorbe completamente; è solo più tardi, sotto forma di ricordo, che ci inse­gna la compassione. È vero; l’avevo sperimentato prima di incontrarti, quan­do non volevo coinvolgermi in nessuna complicazione sentimentale. L’ho sperimentato adesso, che non ci sei. Lo sperimento ogni giorno. La sera vado a letto pregando di non svegliarmi più, di ritrovarmi con te.

Tu che a Dio spiegasti l’ali

o bell’alma adorata

ti rivolgi a me placata,

teco ascenda il tuo fedel.

Ah, se l’ira dei mortali

fece a noi sì cruda guerra,

se divisi fummo in terra

ne congiunga il Nume in ciel.

La mattina mi sveglio che il dolore assume un valore diverso. È un dolore che non vuol parlare, che si culla ancora nel suo silenzio, che si stempera nella sua stessa crisalide con umori diversi. Mi sveglio che sono disponibile verso il mondo, con la voglia di ristabilire un contatto. Anche con me stesso.  Purché questo non dissacri quella parte della mia vita — è solo una parte, amore mio — che con te ha avuto un senso, quello più vitale forse. E seb­bene tu non sia più al mio fianco, quel che resta della mia vita si nutre ancora di quel senso. E forse questo può bastarmi. Ma per quanto? La felicità, però, dura poco. Ed è una fortuna, perché quelle che poi sperimentiamo di volta in volta diventano serenità: e per una strana alchimia che solo l’anima può con­durre nel suo laboratorio, tutto sembra infondersi di questo sentimento. Spero, tuttavia, di non accorgermi che sia solo un’illusione.

Sto tergiversando, lo so: è così difficile staccarmi da te, anche attraverso questi fogli. Ho trascurato molto il mio diario in questi anni. Perché avevo cominciato a leggere la vita anche attraverso il tuo sguardo. E mi pento di non essere stato più amico coi miei quaderni. Il rimorso è la vendetta di una felicità perduta? Difficile pensarci. Adesso avrei tante pagine scritte! Sarebbe stato forse più facile leggere in esse che in quello che è stato scritto in questa casa? O ascoltare quello che dettano i ricordi? Non lo so, forse sì, forse no. Da scrivere, o da ricordare, c’è comunque tanto. Ti devo molto.

                                                  *   *   *

Ieri sera sono venuti Stefano e Luca e un tipo che si fa chiamare Oscar: da quanto abbia potuto capire non è neppure il suo nome, e non m’importa di conoscere quello vero. Anche se Stefano e Luca, ma soprattutto Stefano, avrebbero preferito che io indagassi di più sulla vita di questo Oscar. Stefano sta cercando di rifilarmelo. E dice che sono «troppo sordo alle voci della vi­ta». Non lo biasimo. È l’unico modo che trova per tentare di tirarmi su. Dice che è tornato per me il tempo che — avremmo detto io e te — «ardan d’Ime­neo le sacre faci». Luca, invece, lo sento più vicino. Perché parla poco. Condivide i miei silenzi. Ho il timore di rovinare tutto con le parole. E credo che gli altri se ne siano accorti. Che dirti di questi altri che mi ruotano at­torno, come mosche che nonostante diano fastidio, non si fa nulla per cac­ciarle. Ho sempre l’impressione che urlino, gli altri, che non capiscano il valo­re del dolore. Quello che tu mi hai insegnato. Cos’altro c’è ora, cosa vuoi dirmi ora che hai deciso di staccarti da me, da questo mondo che è un casino e che era anche nostro? Potevamo sederci a tavolino, discuterne, parlarne, li­tigare se la cosa avesse avuto un qualche beneficio. No, tu l’avevi già deciso. Chissà da quanto! Chissà quante volte questo pensiero lo hai mascherato coi tuoi sorrisi tristi e inebetiti. Sorrisi che io imputavo alle tue solite seghe mentali. Quant’altre cose mi sono sfuggite, quant’altre cose non mi hai voluto rivelare. Di quante cose non mi sono accorto. Ora vengono a galla, tutte in una volta, senza un nome, a partire dal momento in cui scopro un flacone… in salone dove tu prendevi il tuo bicchiere di vino nelle notti insonni… un fla­cone di plastica, l’etichetta ingiallita dal tempo, contaminata dall’usura… che ci faceva ancora nell’armadietto dei medicinali?… e poi una bottiglietta — era di vetro, vero? — riversa su un letto rifatto la mattina…  un letto rifatto la mattina quando tutto era ancora perfetto, quando nessuno e niente poteva sconfiggerci. La tua fredda razionalità mi ha insegnato più di quanto abbiano potuto fare le tue controverse emozioni, mi ha insegnato quanto siamo vulnerabili. Credevo di saperlo. Ma non in questo modo. E poi quella puzza… Puzza di niente, un’aria che respirata soffocava. Perché l’hai fatto? E tu, lì, la testa riversa, sporgeva dal letto, un filo di saliva trasparente che ti ha contato gli ultimi minuti goccia a goccia, il tuo pallore che riverbe­rava un’inquietudine stanca, trafitta, che ti ha succhiato il sangue. Il fuoco era acceso, credo, e s’alzava schioppettava e c’era sempre freddo e quelle urla, chi?, e quel silenzio.

Ti ho trovato schiacciato dalla morte su un letto rifatto la mattina. Eri forse già un’ombra che camminava quella mattina. Mi avevi chiesto di rima­nere a casa con te. I miei alunni avevano compito in classe. E tutti i sensi che cerco mi sfuggono. Mentivi forse quella notte di non so quale capodanno che allo scoccare della mezzanotte mi avevi sussurrato «Grazie»? No, tu non sei mai stato capace di mentire. Non eri un bravo attore. Mi sento ferito, umilia­to, sconfitto. Non perché tu abbia deciso di allontanarti da me, no. Ho sem­pre rispettato le tue decisioni. Rispetto anche questa, anche se lo trovo ridi­colo. Piuttosto ti prenderei a sberle perché adesso tutto è tornato ad essere un’illusione. E capisco la lezione, ora. Vorrei poterti prendere a calci e  pu­gni, vorrei vomitarti addosso quanto ti ho odiato, quanto ti ho disprezzato e quanto mi hai ferito. Perdonami. Era proprio necessario quella roba male­detta per dirmi che non ci bastiamo?

                                                *   *   *

So di sbagliare a sostenere che gli altri non capiscono il dolore. Ma perché allora non se ne parla?

Vedi?… di morte l’angelo

radiante a noi s’appressa

ne adduce a eterni gaudii

sovra i suoi vanni d’or.

Su noi già il ciel dischiudesi

ivi ogni affanno cessa…

ivi comincia l’estasi

di un immortal amor.

                                                     *     *     *

Giovanni e Federica sono arrivati venerdì sera. Sono andato a prenderli alla stazione. Tremavano. Non erano più abituati alle temperature di quassù. Ho dato qualche soldo a Mimma, la babysitter. E’ stata con noi un paio d’ore e si è rimessa in viaggio per tornare in città.

Avresti dovuto vedere l’entusiasmo dei ragazzi nel fare l’albero. Non ho riso tanto in vita mia. Hanno sistemato tutto con dovizia di particolari che è impressionante per dei bambini di quell’età. Hanno scombinato l’albero un paio di volte prima di ritenersi soddisfatti.

La notte di Natale i bambini erano eccitati all’idea di spacchettare i regali. Mio fratello e Carla erano arrivati quel pomeriggio. Pensa, lei è di nuovo in­cinta. Non sono riuscito a capire quanto fosse felice mio fratello. I bambini non vedono l’ora di giocare col nuovo fratellino — Federica sostiene che sia una sorellina — e già litigano per chi se lo deve tenere in braccio e si conten­dono la sua compagnia. I miei hanno chiamato verso le undici per farci gli auguri. Ho parlato solo con mia madre, il suo è stato un dovere naturale, ha detto. C’è voluto qualche minuto prima di convincermi che non doveva es­sere lei a guastarmi la festa.

Era mezzanotte passata quando è successo una cosa stranissima che ha re­so questo Natale speciale. Giovanni aveva già spacchettato il suo play station e Federica era intenta a ispezionare la casa di Barbie perché non mancasse nulla. Avevano bussato alla porta e ci guardammo con una curiosità quasi indispettita. Chi poteva mai venire a quell’ora, la notte di Natale e per giunta con un freddo che gelava le ossa?

Ho aperto la porta, un tintinnio di wind-chimes, i campanellini schiaccia­spiriti ricordo di New York, e vedo tua madre con dei pacchi in mano. Ri­mango di pietra e non mi accorgo subito di essere pure incazzato. Tu non c’eri già più. Poi la rabbia mi esausta: tuo padre. Col suo sigaro acceso e lo sguardo sulle punte delle scarpe. Mi guarda con fierezza, sfidando la sua ver­gogna. Solo dopo avermi abbracciato mi ha sorriso.

La vita ha ripreso il suo corso ora; le crapule delle festività mi hanno sfi­nito e le tende puzzano. Nonostante avessi aperto le finestre quella notte be­stemmiando contro l’anestesia del freddo, le tende puzzano ancora di sigaro. E sai quanta pazienza ci vuole a tirarle giù, a lavarle, a stirarle. E poi a rimet­terle. No, le lascerò ancora appese qualche altro giorno. Dopotutto credo che non ti arrabbieresti. Già, credo proprio di no.

                                                 *     *     *

I ricordi tornano incessanti, come proiettati su uno schermo. Talvolta le immagini sfumano in una nebbiolina in bianco e nero. Ormai ho smesso di piangere. Da un lato perché non ci riesco più. Anche se rimpiango una la­crima perché ora acquisterebbe una dignità che forse non ha mai avuto prima. Però preferisco pensare. Penso a quante gioie ci abbia dato questa casa. A quanti sacrifici abbiamo fatto per comprarla. Chissà poi perché pensarci. E’ solo una casa. Forse perché penso quello che vive questa casa. Penso a quando arrivammo qui. Arrivammo stanchi dopo aver abbandonato un cielo carico di malumore…

6 Commenti
  1. salvo dice

    Ho letto la prima e la seconda parte. Questo scrittore merita tanto.
    in bocca al lupo

    1. carmelo dice

      Grazie, Salvo! 🙂

  2. adele dice

    Emozionante! Bella scrittura. Dove posso leggere altre cose di cose di questo scrittore? il talento è talento…

    1. carmelo dice

      Grazie, Adele. Puoi cercarmi su google.

  3. giuseppe dice

    Questo racconto è proprio bello! Complimenti all’autore

    1. carmelo dice

      Grazie, Giuseppe.

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