Una casa – I Parte

di Carmelo Modica

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1991

Arrivammo stanchi dopo aver abbandonato un cielo carico di malumore.  La musica dell’autoradio non era finita; mancava poco: Butterfly sussurrava la sua condanna impressa sulla spada — «con onor muore chi non può serbar vita con onore» — obbediente a un profetico gioco del destino. La voce di Cio-cio-san, rotta da un languore di morte, anticipava la sua fine…

… tu? Tu?

piccolo Iddio! Amore, amore mio,

fior di giglio e di rosa

non saperlo mai,

per te, pei tuoi puri occhi, muor Butterfly.

Arrivammo sfiniti. Il nervosismo cominciava a stemperarsi per lasciare spazio all’ansia. Intermittente, sinuosa. Del tutto fuori luogo: Marzo ci rega­lava preventivamente i suoi sbadigli di stagione. Finalmente arrivammo. Mi percorse un brivido, non so se per i torbidi abbracci della musica o per qual­cos’altro. Probabilmente per qualcos’altro. Un’emozione stava sospesa sulle gravi note culminanti in un lacerante colpo di gong. Finalmente arrivammo nella nostra casa. Nostra. Quella era la nostra casa.

 Butterfly…!

Pinkerton accorre in odore di tragedia. Ricordi quante volte gli avevamo dato dello stronzo, a Pinkerton. O meglio io l’avevo definito tale, tu ti limi­tavi a sorridermi.

 Butterly…!

Perché non siamo entrati subito? Aspettavamo forse che Pinkerton scoprisse ancora una volta quanto Cio-cio-san lo amasse? Ci si può uccidere per onore? E per amore?  Avevamo cominciato a parlarne, una volta, ma avevamo lasciato perdere forse per il rischio di sapere che entrambi non saremmo stati disposti a farlo. Non per vigliaccheria, ma per l’intollerabile idea di separarci.

 Butterfly…

L’ultimo respiro di dolore, il tema della geisha che stende come un velo freddo, il gong a ribadire la certezza della fine… poi il sibilo del cd che smette di girare.

L’avresti definita un buco, la nostra casa. Accadde poco tempo dopo, quando ti convincevi che non ci sarebbe mai stato spazio per noi. Quando  non reggevi ai pettegolezzi che gravavano su di noi, sulla nostra casa, come nuvole cariche di pioggia. Un giorno hai detto che ti eri rotto i coglioni. Ed era un gran dire per te che non ti sognavi mai di dire una parola che non rientrasse nei canoni. Io ti sfottevo per questo. Talvolta le parolacce possono essere catartiche. Ma tu avevi la tua morale. Forse era proprio quella che mi faceva male. Non la capivo la tua morale. E come la mettevi con noi due? Ti schermivi dicendo che a volte l’amore viaggia su bi­nari opposti a quelli della morale. Era questo che mi convinceva a stare anco­ra con te? A rivalutare a mente lucida quanto fossimo importanti reciproca­mente? Era morale o, forse, decoro? E mi compiacevo quando Giovanni, tuo amico dai tempi del liceo e dell’università, vantava il nostro affiatamento e la magia discreta che sembrava so­spendersi nello spazio delimitato da una coppia così poco preoccupata a mostrarsi. E si augurava perfino — te lo ricordi? Fu una sera di Ottobre, sul lungopo, quando ci potemmo permettere la nostra prima vacanza fuori dalla Sicilia e decidemmo di andare a trovarlo — di vivere una storia come la no­stra, sospesa sui fili dell’ineluttabilità. E ricordi come ci tenne a puntualizzare «con una donna, naturalmente», come per non darci false illusioni. Scop­piammo a ridere. Giovanni ci seguì a ruota libera; finimmo per scherzare tutta la sera. Qualcuno ci guardava storto. Avranno pensato che eravamo ubriachi.

Faceva freddo a Torino. Eppure siamo stati bene, nonostante non avessi­mo trovato l’apertura mentale che ci aspettavamo. Ho la sensazione che qui la gente abbia reagito in maniera accettabile. Tu dicevi che era ipocrisia. Forse. Ma meglio di niente.

E poi finalmente arrivammo. Siamo rimasti in macchina per una ventina di minuti. Cos’era, paura? Le tue aspettative sarebbero state deluse? Quante volte ti dicevo di non pensare al futuro. Mi cercavi la mano mentre la guar­davi, la nostra casa. Assecondai la tua presa. “Ci siamo” sembrava dire. In quel contatto c’erano i nostri pianti, le nostre conquiste, le nostre sconfitte; lì c’era…

vivremo insiem e morremo insiem!

Sarà l’estremo anelito

sarà, sarà un grido, un grido:

libertà!

… la libertà, la sfida alla vita, la tua e la mia lotta. Vissuta intensamente col rischio di precludere molte strade. Erano passati dieci anni e non c’era stato un minuto in cui non avessimo lottato per noi due. Chissà perché il do­lore ottenebra tutto, anche la saggezza. Era la saggezza — o la “giustezza” — che dicevi di cercare; solo così si riesce a superare il dolore. Che era grande per te. Probabilmente non sapevi ancora che era proprio la tua sete di saggezza a farti soffrire. Non c’è niente da cercare in questa vita se non quello che abbiamo sempre a portata di mano.

Una lacrima aveva disegnato un rigagnolo lucido sul tuo volto, incantato da quella casa. Il volto di un bambino attonito sullo schermo di un film della Disney, pronto ad accogliere con entusiasmo o terrore il colpo di scena, in bilico tra il bordo del sedile e la prontezza a rifugiarsi la faccia sul ventre della madre, mentre un gelato alla vaniglia scivola in gocce traslucide sulle manine appiccicose. Dieci anni, e ora la nostra casa. Non la considerai più di quanto non cercassi di leggere quello che ti passava per la testa. Per un atti­mo mi era sembrato di vedere un’ombra sul tuo volto da bambino, come se il cattivo della favola avesse avuto la meglio sull’eroe. Strinsi la tua mano an­cora una volta e la baciai. Le favole finiscono sempre bene, no? «…e vissero felici e contenti».

Ce l’avevamo fatta alla fine. Quella era la nostra casa. Quella dove ora sto scrivendo. Qui ho ricominciato a vivere, a sentirmi parte integrante di questo mondo; qui abbiamo ascoltato la nostra musica; qui correggevo i compiti dei miei alunni, mentre tu preparavi le relazioni per le riunioni in azienda; qui abbiamo cominciato ad essere normali. Non che fuori da questi muri ci sen­tissimo come due condannati; l’orgoglio e la dignità ci facevano superare an­che quegli sguardi o quelle cose sussurrate a fior di labbra, quando magari andavamo al supermercato. Per scherzare ti dicevo che era invidia. «Come possono essere invidiosi di noi!» mi rispondevi. Certe volte mi sorprendo a pensare che in fondo non scherzavo. Certo neanch’io riuscirò a dimenticare le occhiatacce del macellaio. Tuttavia non si è mai mostrato maleducato; la sua gentilezza, per quanto finta potesse essere, mi ha sempre confortato. Adesso il suo silenzio mi è complice: non osa chiedermi come sto. Adesso sarebbe inutile.

Non accennavi a scendere dalla macchina. A un certo punto avevi aperto il finestrino e appoggiato il gomito. Riflettevi. Tu riflettevi sempre. Quante volte ti ho sorpreso a guardare dai vetri appannati della finestra del salotto. Ed io che ti chiedevo: «che c’è?». «Niente, pensavo». Su cosa poi che non si fosse già macinato nel tuo cervello, tormentandoti per notti intere in una veglia febbricitante.

Giorni fa ho riaperto il tuo quaderno di poesie. L’ho tenuto a lungo tra le mani, non del tutto sicuro se farmi ancora del male. Pensavo che tu te ne eri fatto già abbastanza, e che fosse sufficiente. Ma forse l’avrei trovato lì il tuo male. Una l’ho riletta infinite volte, per capire se in questi anni mi è sfuggito qualcosa di te: Vivo/ percorrendo sentieri/ di cielo/ m’assorbe un tuo pensie­ro/ volo su pollini di sensazioni/ tra i singhiozzi del vento/ colgo un pianto bambino/ con un tuo sospiro/ asciugo lacrime di passato/ so/ che dinanzi a Dio/ riconoscerò il mio esilio/ perché è la sua condanna/ la mia libertà… La conosco ormai a memoria: i tuoi versi viaggiano nella mia mente a cento all’ora; talvolta rallentano, quando credo di capire qualcosa che prima era passato inosservato. Quante volte, la notte, andavi a scrivere in salotto, ma­gari davanti a un bicchiere di vino. C’è chi beve del latte in piena notte. Qual­cuno pure del caffè. No, tu bevevi vino. Ti conciliava il sonno, dicevi. Andavi a lavarti di nuovo i denti e tornavi a letto; il giorno dopo io scoprivo un nuovo slancio della tua anima: Sotto i mari/ immensi/ viaggia la mia luce/ e il silenzio/ guida del mio canto/ è l’isola-che-non-c’è/ parlo/ con l’anima degli alberi/ e m’accorgo/ che non posso respirare/ se non con la loro linfa/ barlumi notte-lucenti/ abbraccio d’umanità corrente/ e poi?/ barchette di carta straccia/ al macero del dolore/ Noi non finiremo mai. Quando ti riad­dormentavi i tuoi pensieri si metastasizzavano in incubi allucinati. Quante volte mi svegliavo ai tuoi lamenti e ti abbracciavo; e tu, avvolto ancora dai fumi del sonno, nel visibile sforzo di resistervi e di aprirti una breccia nella coscienza, tu mi stringevi — a volte mi facevi pure male — e io ti accarez­zavo la fronte e i capelli asciugandoti il sudore. Credo ti piacesse quando in quei momenti ti abbracciavo, quando rispondevo alle tue strette con la stessa intensità; credo ti facessero bene i miei “ti amo”: e cercavo la mia voce arro­chita dal sonno, persa nell’oscurità delle cose non dette; e speravo ti pene­trasse dentro a erodere le incrostazioni della tua mente — depositi di anni e anni di insicurezze e disistime — come un magico fluido caustico che potesse viaggiare lungo le stesse sequenze mentali.

Tiamotiamotiamotiamo… Di tanto in tanto aggrottavi la fronte e smorfiavi un sorriso;  quando sorridevi, c’era una ruga che ti si formava agli angoli della bocca, quella che mi colpì la prima volta che ti vidi. Inaspettatamente fu una delle estati più belle della mia vita. Venivo da una storia difficile. Avevo deciso che era giunto il momento di starmene da solo. Almeno per un po’. Finché in spiaggia Luca mi aveva presentato un suo amico. Non mi fece alcun effetto quel tipo, non volevo che me ne facesse. Se non fosse stato per una piccola ruga… Dopo una paio di giorni la telefonata al cellulare. Che non mi fece molto piacere. Ero a scuola, nel bel mezzo di un consiglio di classe. La cosa non mi andò a genio; non tanto per l’espressione dei miei colleghi, quanto per il fatto che non avevi detto neppure il tuo nome.

«Ma come… non ti ricordi? Sulla spiaggia, al mare..». Mi scusai e me ne pentii subito. L’avevo capito che eri tu. Poi una sera di Agosto, rientrando a casa — allora abitavo ancora con i miei — pensavo che forse… No, assolu­tamente no, non era ancora il momento giusto per capire. Capire. Capire co­sa? Che mi piacevi, che potevo innamorarmi di te? Avevo troppa paura. Però il tuo sorriso…

Tiamotiamotiamotiamo

Non ce lo siamo detti mai il primo anno. Avevo tutta l’intenzione di continuare a non dirlo più. E forse anche tu.

Era bello dormire abbracciati. A volte facevo fatica ad addormentarmi perché un leggero formicolio mi percorreva il braccio. Ma era bello non riu­scire a dormire per sentire il tuo respiro. Finalmente. Quante volte l’avevo desiderato. Quante volte al liceo, davanti ai libri, sognavo un respiro immagi­nando che il mio fosse quello di qualcun altro al mio fianco. Mio malgrado lo sento sempre il tuo respiro, la notte.

Nel dolce incanto

del tal momento

forzar mi sento

d’ebbrezza il cor

in te soltanto rapita è l’alma

respira il cor

Ah pria che al giubilo

soccomba il core

al petto stringimi

sgombra il timore!

Immensa è l’estasi

del mio piacer

Mi invitasti a cena. Più tardi, molto più tardi, mi avevi detto che ti era co­stata una notte insonne la decisione di farlo. E la notte prima del nostro in­contro sarebbe stata un inferno per me. Ero uscito di casa perché mi augura­vo che quella fosse la volta buona; salii in macchina dopo aver dato un’oc­chiata al mio look nell’immagine riflessa sul finestrino: abito grigio, elegante ma non classico, scarpe nere, un’ultima presa all’orologio e infilai la chiave nello sportello. La macchina sembrava non voler partire. Tossiva. Tremavo all’idea di mandare fuori uso il motorino d’avviamento e la cosa m’innervo­siva. Lanciai un’imprecazione. Passai qualche secondo sistemandomi gli oc­chiali — sembri un intellettuale di sinistra, un letterato ateo, mi avevi detto una volta —. Discutemmo sull’ateo perché non lo ero, non in quella fase della mia vita. Controllai che il gel non si sciogliesse e dopo un attimo di esita­zione mandai un bacio allo specchietto retrovisore più per incoraggiarmi che per uno slancio di vanità. Certe volte mi accusavi di essere troppo vanitoso. E per scherzare ti dicevo che me lo potevo permettere. A quel punto facevi la faccia schifata e ti mettevi l’indice in bocca  simulando un conato di disgu­sto. E si finiva per rotolarci per terra; soffrivi il solletico e in quelle circo­stanze di gioco — giocavamo spesso, vero? — mi divertivo un mondo a torturarti a ditate.

tiamotiamotiamotiamo

Avevo attraversato il centro storico con uno stato d’animo contradditto­rio. Non vedevo l’ora di conoscerti meglio, per quello che eri, senza quelle stronzate che si fanno per sedurre o per evitare certi imbarazzi. Avresti per­messo che accadesse o avresti fatto quello che avevano fatto gli altri prima di te?  Avresti finto anche tu?

Rientrammo a mezzanotte. Tu lavoravi l’indomani. Rimpiangevi le ferie. Ritornai a casa con una strana piacevolezza e mi dicevo «non illuderti, non ci sperare». Ci speravo sempre quando conoscevo qualcuno. Mi addormentai ripercorrendo i momenti di quella sera. Rivedevo il tuo volto proteso verso il mio; ci separava una candela, una delle tante che fiammellano litigando con la frescura. E la musica di un gruppo jazz — «sono in gamba» avevi detto — ci separava dal mondo intero. Un venticello ti scombinava i capelli e idealmente io te li sistemavo; nei miei pensieri già volevo toccarti. Passammo la serata ridendo e scherzando. A ripensarci mi rendo conto che parlavamo di cose molto comuni: il lavoro, le ambizioni perdute, il teatro, la musica. Quella notte il mio ultimo pensiero fu che finalmente c’era qualcuno con cui condi­videre la mia passione per l’Opera. Si continuava a bere Makedònikos. Chissà perché decidemmo di bere un vino greco.

Evviva! Beviam! Beviam!

Nel vino cerchiamo almeno un piacer!

Che resta al bandito

da tutti sfuggito

se manca il bicchier?

Ti eri portato appresso la bottiglia fregandotene del cameriere che ti aveva lanciato uno sguardo che io volli evitare. In quella stessa bottiglia conservavi le pietre che amavi raccogliere ogni anno di spiaggia in spiaggia. Chi finirà di riempirla adesso.

Non c’era affettazione in quello che dicevi, non c’era presunzione. Avevo paura a scoprirti sincero. Mi avevi confessato un sogno: essere felice. Rab­brividii. Un freddo dell’anima mi punse a tal punto che gli occhi mi si lucida­rono di lacrime. Notai un tuo movimento della testa come a voler indagare la mia espressione e lungo i miei occhi arrivare a ciò che mi aveva oscurato. Il sorriso che accennai era il residuo di una tristezza antica. Avevi letto bene nella mia testa. «Anch’io ci avevo rinunciato», avevi detto. Lì, a quel punto mi resi conto che forse tu… probabilmente tu eri speciale… tu non mentivi.

Non hai mai mentito; non lo sapevi fare. Non avresti mai potuto fare l’at­tore. Mentre ti scoprivo, stavo male al pensiero che mi dicevi sempre tutto. Io invece non riuscivo a non nasconderti quanto già proiettassi la mia mente verso progetti futuri, quanto mi aggrappassi già alla speranza — non volevo che il mio cuore subisse un’altra delusione —. Cominciavo a volerti bene, di un bene diverso rispetto a quello provato in passato. Cominciava a sfumare il passato, il mio passato. Si cancellava un poco alla volta, ogni volta che ero con te. Si mascherava, si scansava da quei momenti, forse per discrezione, forse per rispetto. Io non lo rifiutavo, il passato. Si allontanava da sé e io non facevo alcuno sforzo per riavvicinarlo alla mia vita. Di tanto in tanto ti ricor­davo i miei anni di liceo, questo sì. Ma bastava per renderlo prezioso? Avrei voluto che tu sapessi tutto di me, perché questo suggellasse  una promessa mai rivelata: quella di appartenerti. Sulla mia fedeltà non ho nulla da rimpro­verarmi, ma sulla ricerca di un legame totalizzante, quasi osmotico, forse sì. A parole sono sempre stato reticente, ma in realtà lo cercavo e tentavo di realizzarlo. La mia fortuna nell’averti incontrato è che tu eri la razionalità fatta persona. Ed è anche grazie a questo che adesso posso vederti nei miei gesti quotidiani. Qualunque cosa io faccia, tu sei comunque presente. Quando accendo una sigaretta, sorrido; e ogni sorriso accenna al finto ghi­gno di sfida che ti mostravo ogni volta, a scapito delle tue proteste in nome della mia salute, e delle tue minacce di non ricevere più un bacio. Non ho smesso di fumare, anche se a volte ne sono tentato, ma ora sarebbe fin troppo patetico, non trovi? O forse sono ancora troppo debole per farlo. Forse ora più che mai.

3 Commenti
  1. salvo dice

    Ho letto la prima e la seconda parte. Questo scrittore merita tanto.
    in bocca al lupo

  2. adele dice

    Emozionante! Bella scrittura. Dove posso leggere altre cose di cose di questo scrittore? il talento è talento…

  3. giuseppe dice

    Questo racconto è proprio bello! Complimenti all’autore

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