Attività e Mestieri scomparsi. Campofelice produttiva nell’ Ottocento

di Franco Vasta

0 1.816

Alcuni mestieri e attività artigianali, ormai scomparsi, sono strettamente legati alla cultura e all’identità siciliana. Talune attività, lette con gli occhi di chi passa intere giornate sui cellulari o sui tabletin quest’epoca tecnologica dove il tempo della vita viene scandito in secondi, potranno risultare quantomeno “strane”. In un tempo in cui si fa fatica a salutarsi, per non distogliere, nemmeno per un istante, l’attenzione dall’applicazione che si sta usando, o dalla mail che si sta inviando, in una società che ha perso valori e riferimenti, ciò che sto per raccontare si presterà alle valutazioni  più disparate: dall’ironia al sarcasmo, se non peggio. In ogni caso noi ci affidiamo ad una nostra alleata di ferro: la curiosità, quest’ultima è più forte di ogni comprensibile diffidenza

Agli inizi del 1800, a Campofelice era fiorente la vendita della neve, proprio così: la vendita della neve! In Sicilia l’attività era molto diffusa, in estate si vendevano neve e sorbetti. Le neviere delle montagne madonite erano rinomate in tutta l’Isola; profonde più di 30 metri e con un diametro di 10, non erano esposte al sole e qui la neve si conservava fino al mese di agosto. Una legenda narra che l’origine del gelato al limone è legata ad un episodio che vide un principe arabo (che aveva organizzato una carovana che dalle nostre montagne doveva trasportare i blocchi di neve impagliata fino a Palermofermarsi nelle nostre piane per dissetarsi proprio con un pezzo di neve. L’arsura lo portò a spremere sulla neve il succo dei nostri limoni ed il gusto della bevanda lo rapì. Di ritorno a Palermo, dopo aver curato il primogenito la cui salute cagionevole necessitava di cure a base di neve (ai tempi unico rimedio contro febbre alta o emorragie), divulgó la ricetta del suo sorprendente abbinamentghiacciolimone; ebbene, pare che quella fu la prima granita di limone della storia.

Non sappiamo con certezza se l’episodio risponde al vero, certo è che una rivista specialistica ne parlò tempo fa, e io mi chiedo, al di là dellautenticità del fatto, se Campofelice in futuro non debba sfruttare la legenda, promuovendo una manifestazione enogastronomica a cui dare un risalto nazionale, tanto per iniziare… 

Tornando alla nostra ricerca, va evidenziato che l’attività dei nevaioli delle Madonie era molto fiorente e rimase tale fino a che lo sviluppo tecnologico ne provocò l’obsolescenza. Attorno al 1800, più di cento balle di neve impagliata venivano giornalmente spedite a Palermo, e nei tre giorni del Festino della Santuzza la quantità veniva raddoppiata. Nei paesi costieri, quando il termometro sfiorava i 40 gradi centigradi, vi era assoluto bisogno di neve, unica fonte di refrigerio, e a Campofelice il Municipio metteva all’asta il servizio della vendita, garantendo ai venditori un contributo. Due erano i venditori della neve a Campofelice, il nevaiolo Taravella Onofrio ed il sorbettitore Serio Pasquale da Cefalù. Nel 1876 il Comune cercò di accontentare ambedue i contendenti“… la Comune in quest’anno ebbe il piacere di non vedersi mancare in un sol giorno la neve, cosa tanto utile nell’interesse anco dell’igiene pubblica e degli abitanti tutti, i forestieri comprano la neve a centesimi 10 per ogni chilogrammo, ciò si deve all’attività di questo Municipio il quale diede un incoraggiamento al nevaiolo con la promessa di un complimento tutte le volte che non mancava la neve un sol giorno, e nel caso contrario multarlo di lire 10 ad ogni mancanza. Si raccomandó al nevaiolo Taravella di darsi un compenso al sorbettitore Serio Pasquale, il quale aiutò nella vendita della neve, oltre che ci mantenne i sorbetti giornalmente con pochissimo lucro stante la ristrettezza del numero di abitanti. La neve nei tempi estivi è necessaria in questo abitato che non abbonda di acqua potabile, la mancanza di un sol giorno è disgustosa per tutti e particolarmente per gli ammalati, per cui si concede un contributo al nevaiolo di lire 25 con l’obbligo di rifondere il sorbettitore che lo aiuta…”. 

Certo ai nostri giorni i fatti qui narrati appaiono quantomeno divertenti se non surreali, ma in un epoca in cui le carenze sanitarie erano causa di malattiea volte gravi, la vendita della neve riusciva a lenire talune patologie che necessitavano di ghiaccio e “fonti fredde”. Campofelice era una paese fortunato, posto in una posizione strategica, a due passi dal mare e a 20 minuti dalle alte montagnepoteva sfruttare questo mix maremonti per le tante necessità e attività presenti. La vendita della neve e dei sorbetti non era l’unica attività di cui poi, nel corso degli anni, si sono perse le tracce, nel territorio, ad esempio, esistevano due cave per l’estrazione della sabbia e della pietra in terreni di proprietà comunale, una si trovava in contrada Stretto e una nella contrada Terre Bianche, limitrofa ad una gessiera per la produzione del gesso e del tufo. Nel 1877 il Municipio assegnò le due cave a tale Paolo Chiavetta, dietro pagamento di lire 150 annue. Nella cava di Terre Bianche il Comune vietò al gabellato Chiavetta l’estrazione del tufo “…dirimpetto alla spiaggia del mare ove insistono le terre a pendio, dovrà estrarsi il tufo solamente dalla parte laterale che guarda all’oriente ad avvicinare la Gessiera. Detta Gessiera come anco la via debbono conservarsi intatte e non debbono devastarsi, sotto pena dei danni ad interezza a carico del gabelloto…”. Il gabelloto Chiavetta doveva, altresì, costruire il magazzino, le fornaci, gli asciugatoi e le pennate che rimanevano di proprietà comunale. La cava del tufo si trovava limitrofa alla proprietà della vedova Civello, il gabelloto dovette quindi indennizzare la vedova Civello per la porzione dei terreni che doveva necessariamente occupare, in quanto utile alle attività estrattive. Nel corso degli anni a venire, si pensò bene di abbandonare le cave e saccheggiare invece la spiaggia con attività meno complicate e molto più remunerative, la sabbia del mare era lì pronta per essere utilizzata senza dispendio di risorse e di tempo. Oltre alle cave e alla gessiera, a Campofelice erano presenti frantoi, palmenti e anche dei mulini, rinomati quelli presenti nel borgo della Roccellauno dei “molini” fu oggetto, per diversi anni, di una lite tra gli eredi del Barone Stefano Cancilla e il Principe di Furnari, proprietario delle terre di Roccella. 

(Salvatore Marziani e Valguarnera Principe di Furnari)

Gli eredi del Barone Stefano Cancilla, nel 1881, inviarono una lettera al Sindaco di Campofelice, affinché il molino di contrada Gatto fosse inserito nei ruoli di Campofelice e non in quelli di Collesano“…per due concessioni in atti, uno del 1797 e l’altro del giugno del 1805, ambo presso il Notar Sardo Fontana da Palermo, ricevettero ad enfiteusi dal Principe di Furnari due tenuti di terra nella contrada dello Stretto, confine con fiume di levante, da tramontana con le rimanenti terre del Principe di Furnari e da mezzogiorno con la finaita (limite o confine) che divide il territorio di Roccella con quello di  Collesano, limitrofi a detta finaita dalla parte superiore gli scriventi eredi Cancilla posseggono il latifondo Gatto…”. Negli anni che seguirono, i Cancilla pensarono bene di allargare il loro latifondo, oltrepassando la finaita ed ivi costruirono un Molino. Un tale operato non andò a cuore al concedente Principe e quindi un lungo giudizio fu intentato presso i competenti Tribunali. Il 14 novembre del 1848 il Tribunale di Palermo diede ragione agli eredi del Principe di Furnari, in conseguenza di ciò, con atto del 18 gennaro 1850, rogato dal Notaro Samuele Rao, papà di Nzulu Rao, sindaco di Campofelice nel 1900, si addivenne ad un’amichevole transazione, con la quale il Barone Cancilla dichiarava: “… di tenere e possedere ettari 1,47,23 di terreno dove insisteva un giardino con molino di grano, ed altri ettari 1,47,23 di terre seminative, queste ultime avute in enfiteusi e soggetti al canone in favore della Principessa Furnari…”. In tale incontro avvenuto nello studio del Notaio Rao in Cefalù, furono ripresi gli antichi confini che dai due “pilieri” della trazzera di Calzata in linea retta, passando 17 canne, pari a metri 35,36, sopra “la botte del Molino Gatto“, portano nella trazzera che allora conduceva a Collesano, alla cantonata del fondo Gennara. “…Nel 1851 il controllore delle imposte di Campofelice, in vista dei documenti dell’ art.21 del catasto, caricava limponibile di 185,87 ducati, pari a lire 789,95, in testa al Barone Stefano Cancilla, tanto per le terre che per il Molino. Frattanto il controllore delle imposte di Collesano, ignorando i fatti e la finaita, catastava nuovamente le medesime terre e Molino per cui fu necessità reclamare…”. L’agente delle imposte di Cefalù, dopo che era intervenuta la legge del 14/7/1864 per l’imposta sui fabbricati, commise lo stesso errore, quindi gli eredi del Barone Stefano Cancilla continuarono a pagare le imposte del Molino a Collesano invece di pagarle a Campofelice nel territorio del quale effettivamente esisteva il molino di grano. Il Comune di Campofelice deliberò, in seguito al reclamo del Barone Cancilla, l’iscrizione della partita nei propri ruoli, regolarizzando la questione. Gli eredi della Real Casata dei Furnari, intentarono diverse liti con il Municipio di Campofelice per svariate questioni che riguardavano i grandi possedimenti ereditati dal feudo. La Signora Emmanuela Marziani, Principessa di Furnari, tramite il suo procuratore Giuseppe Rao, nel giugno del 1882, citò il Comune di Campofelice dinanzi al Tribunale di Termini Imerese, “…onde far cancellare dall’elenco delle strade comunali alcune trazzere che valuta di sua proprietà. Questa Comune da più di un secolo ha esercitato i suoi diritti e l’elenco delle strade comunali trovasi approvato dalla Regia Prefettura con i decreti, uno del 1872 e l’altro del 1879, però la Principessa di Furnari vanta un titolo o meglio un deliberato della Provincia del 12/12/1868, con il quale venivano cancellate le strade comunali di questo territorio per vari motivi, ma la Regia Prefettura con i citati decreti ne dava ampia approvazione e la Comune oltre di avere esercitato il diritto, senza interruzione, conservava nel suo elenco quelle strade di sua pertinenza. Taluni consiglieri comunali, d’accordo con la Principessa di Furnarihanno proposto un accordo per salvare sia gli interessi della Principessa sia quelli dei comunisti di Campofelice…”. Un consigliere comunale, Calcedonio Imburgia, prese la parola durante la seduta consiliare, all’uopo convocata, per stabilire se autorizzare o meno il Sindaco a stare in giudizio per resistere alle istanze della Principessa“…Non è la prima volta che la Signora Principessa di Furnari eccita il Comune alle liti, fiduciosa delle sue ricchezze, e pure noi non possiamo al certo venire allo accomodo stantechè la medesima vuole sempre venire vantaggiosa. Frattanto prega il Sindaco di usare tutta l’energia e scegliere un valente difensore, tanto per rispondere alla causa già iniziata, quanto per spingersi la lista per i diritti promiscui di questi comunisti e la stessa Furnari, la quale trovasi nel pericolo di divenir perenta…”. Alcuni consiglieri, fra cui Benedetto Re, cercarono di evitare un dispendioso giudizio, tentando di comporre amichevolmente la questione, senza alcun esito, prevalse la tesi di Calcedonio Imburgia e il Sindaco Notaro Andrea D’Anna, fu autorizzato a stare in giudizio contro la Principessa di Furnari.

Molini, Frantoi, Cave, GessiereVendita della neve…. era una Campofelice che cercava di sfruttare al meglio il suo piccolo ma fertile territorio, l’eco e l’importanza del Porto Caricatore granaio di Roccella, dei commerci e delle attività che ivi si svilupparono nel corso dei secoli, non si erano del tutto spenti, il nuovo comune sorto nel 1699nell’attuale sito, tentava di continuare nel solco tracciato molti secoli prima dagli abitanti di Roccamaris. Alla prossima!

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.