Giochi e giocattoli della Sicilia antica: continua il viaggio nei ricordi.

di Rossella Vasta

La seconda parte del nostro viaggio attraverso i ricordi dei giochi di una volta. Pochi strumenti, poche pretese, creatività, fantasia e tanto divertimento.

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Mentre oggi le mamme devono adeguarsi alla tecnologia galoppante, sequestrando smartphone e tablet di ogni sorta, un tempo quando decidevano di castigare il proprio figlio, la tipica sentenza punitiva tuonava così: ”Oggi non scendi in cortile!” Questa era la punizione peggiore che un bambino potesse aspettarsi.

Il cortile è un altro dei posti del cuore, che si prestava ai giochi più disparati e fantasiosi, uno di questi era una sorta di Baseball tutto siciliano e soprattutto molto, molto artigianale. Questo gioco, come gli altri che abbiamo già passato in rassegna, prendeva diverse denominazioni a seconda delle varie province siciliane. ‘A Mazza era uno di questi, così come Pizzi e Mazzi’E Mazzocculi‘A lippa‘U LignedduMazza e scanniettu e Lignu Santu. Il legno Santo esiste davvero in natura ed è conosciuto con la denominazione latina “Diospyros lotus”, chiamato anche Albero di S. Andrea, falso Guaiaco o falso Loto, parente stretto del comune Caco commestibile. Era un gioco semplicissimo, bastavano soltanto due pezzi di legno, uno di circa 50 cm ed uno più piccolo dove venivano create due punte. Il bastone più lungo – ‘a mazza – serviva a colpire una delle due punte del bastone più piccolo che doveva alzarsi da terra per poi essere colpito dalla mazza. Chi riusciva a lanciare più lontano il bastone più piccolo, era decretato vincitore. Bei tempi… dice Angelica!

 Anche il gioco della Campana è molto antico e pare essere la rappresentazione allegorica di un’atavica credenza astrologica, secondo la quale l’anima, rappresentata dal sasso, partendo dalla terra, arriva per step intermedi, al paradiso. A ogni modo esistono a riguardo dei documenti risalenti ai tempi dell’antica Roma, in cui era conosciuto come il gioco del “claudus”, ovvero dello zoppo. Di fatto, anche in Sicilia, uno dei nomi con cui è maggiormente conosciuto è proprio‘U zoppu, o ‘U sciancateddu, lo zoppo appunto. Raffaella racconta che con un gesso si disegnava, proprio sulla strada, un rettangolo diviso in dieci caselle. Ogni casella era numerata da dieci a cento o da uno a dieci. “Poi a turno con le mie compagne si tirava un sassolino sulle caselle dei numeri e poi con un piede si saltava dentro le caselle, cercando di non cadere e di non posarsi con il piede sulla casella con il sasso. Vinceva chi arrivava per primo alla casella numero dieci o cento, alcuni scrivono anche 2000”. Come ogni gioco siciliano che si rispetti, anche questo aveva la sua filastrocca che faceva più o meno così:

Unu, dui, tri, quattro,

facitimi fari stu quatrazzu

cincu, sei, setti e ottu

portu a petra sinu all’orlu

facitimi arrivari a lu dumila

e vinciri u iocu pi stasira….

La Campana si chiamava ‘U piruzzu nel palermitano, Tringa o Trinca a Siracusa, nella provincia di Caltanissetta Popò, nel messinese ‘A Marredda‘U tornua Ragusa, ‘U quatratu a Enna, ‘U campanaru ad agrigento e ‘A settimana a Marsala.

Un altro gioco che si faceva essenzialmente con dei sassi era Pietra pigliari. Questo consisteva nel raccogliere un mucchio di sassolini che venivano lanciati in aria e poi raccolti sul dorso di una mano. Successivamente si allargavano le dita e si facevano cadere i sassolini ad uno ad uno, vinceva chi riusciva a raccogliere il numero maggiore di pietre.

Giunti alla conclusione di questo secondo appuntamento con la fantasia di un tempo, mi permetto di segnalare un libro molto interessante “Giochi tradizionali d’Italia. Viaggio nel Paese che gioca”, scritto dai creatori di Tocatì, il Festival internazionale dei giochi in strada. Un bellissimo racconto sul gioco tradizionale come espressione della cultura di un territorio, dalle Alpi alla Sicilia.

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