Valentina Spata racconta la sua esperienza sull’accoglienza

di Simone Di Trapani

Valentina Spata giovane donna ragusana, da sempre impegnata nel sociale, negli ultimi anni ha dedicato la propria vita all’accoglienza. Palermo prime l’ha intervistata a pochi mesi dall’uscita del libro in cui racconta la sua straordinaria esperienza sull’immigrazione.

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La tua esperienza nell’ambito dell’accoglienza dei profughi è molto ampia, da diversi anni ti occupati di prima e seconda accoglienza. Ci racconti le tue sensazioni e cosa rappresenta per te questo lavoro.

Si tratta di una esperienza molto forte e significativa. Qualcosa che senza saperlo ha cambiato la mia vita.

Ho imparato a conoscere l’Africa, oltre alle persone, in tutte le sue sfumature.

Si tratta di un continente non tanto lontano dalle coste in cui vivo. Un continente, quello africano, castrato e mortificato dalla schiavitù e dal colonialismo che ancora oggi non hai mai smesso di mietere vittime. Una parte del mondo dove i diritti vengono sistematicamente violati e la vita viene svuotata di significato e di valori.

E pensare che la prima dichiarazione mondiale dei diritti dell’Uomo è nata in Africa, precisamente in Mali.

Sebbene non sia corretto addossare tutte le responsabilità del mancato sviluppo dell’Africa al colonialismo, è indubbio che la spartizione del territorio tra le potenze europee ha gravemente influito. Un processo che ha privato i popoli africani della loro libertà, della loro autonomia e della loro sovranità.

Le economie locali sono state strutturate ed organizzate in modelli di esportazione, verso il mondo occidentale, delle loro ricchezze perennemente sfruttate. Questo processo ha sicuramente favorito il mercato internazionale a discapito di uno sviluppo economico dell’intero territorio africano causando diverse problematiche legate alla stessa sopravvivenza dei popoli che vi abitano. Una sola parola in grado di sintetizzare la tragedia che da secoli vive l’Africa: sfruttamento.

Le persone fuggono dalla miseria, dalle guerre, dai conflitti etnici e religiosi e si trovano ad affrontare viaggi pericolosissimi e difficoltosi. Cadono nelle trappole dei trafficanti che li riducono come bestie nei campi che io oso definire di “concentramento”, dove l’umanità sembra essere inesistente.

Ho conosciuto più di ventimila persone e raccolto migliaia di testimonianze. Per me non sono stranieri, migranti, gente pericolosa, numeri. Sono persone, ognuno con la sua storia, con la loro speranza e soprattutto con il loro diritto ad una vita dignitosa. Nessuno di noi ha deciso dove nascere e dove morire, ma ognuno di noi deve avere il diritto di poter scegliere come migliorare la propria vita ed in questi casi tentare di sopravvivere anche alla fame e alla miseria.

Nella mia esperienza ho sofferto molto. Ho ancora davanti ai miei occhi la miseria umana che si consuma in Libia nell’indifferenza totale del mondo: uomini feriti con arma da fuoco o con le scariche della corrente elettrica, donne con i segni delle violenze subite, bambini con gli occhi pieni di terrore.

A volte sento l’odore della morte e la puzza del sangue che tutti i migranti portano con sé fino all’arrivo nelle nostre coste.

Dentro il mio cuore porto le loro storie, le più terribili e quelle di tanti giovani che sperano in un futuro migliore in Europa. Le storie delle donne che vivono in un Paese che le priva di ogni elementare diritto. Donne che fuggono con i figli per evitare loro pratiche assurde come quella dell’infibulazione. Le storie dei bambini, che a differenza degli altri, le raccontano giocando, disegnando, mostrando inconsciamente i traumi che subiscono ingiustamente.

E se da un lato questa esperienza mi ha fatto crescere professionalmente e mi ha fatto conoscere il senso vero della vita, dall’altro mi ha caricato sulle spalle una sofferenza troppo grande, accompagnata da una consapevole impotenza nel poter risolvere grandi questioni che avrebbero dovuto e potuto evitare i potenti del mondo.

Ci racconti uno dei tuoi momenti più significativi ed una situazione molto difficile che hai vissuto personalmente.

La situazione più difficile che ho vissuto la ricordo come se fosse ieri. Qualche mese fa è arrivata a Pozzallo la nave di una delle Ong con a bordo più di cento profughi di nazionalità eritrea. Il primo a scendere dalla nave è stato un giovane di appena vent’anni. Il suo corpo scheletrico, il suo viso rappresentativo delle peggiori sofferenze inferte all’uomo, gli occhi incavati e spalancati verso il cielo. Ho visto per la prima volta il nuovo olocausto che tutti facciamo finta di non vedere. Quel ragazzo, che ho avuto il piacere di conoscere per qualche minuto, è morto in ospedale a causa della fame. Si chiamava Segen, almeno così lo chiamavano in Africa. Meritava come tutti noi una vita normale e dignitosa. Ha affrontato un calvario e per qualche ora aveva sperato nella salvezza non sapendo che sarebbe poi morto in Sicilia. Non riesco neanche a spiegare bene la sofferenza che le mie spalle piccole ma forti, portano da anni a causa di situazione atroci. Vedere un giovane morire a causa della fame, mentre pronuncia con terrore la parola Libia, è terribile. Non si può minimamente immaginare il senso di sofferenza, di colpa e di inutilità che si prova.

Di esperienze belle ne ricordo tante, ognuna di essere mi ha insegnato qualcosa di positivo. Il senso di comunità, di generosità, di benevolenza. Il sorriso che queste persone hanno per affrontare ogni situazione. La forza che gli permette di sfidare tutti i pericoli del mondo. Ma se dovessi raccontarne qualcuna in particolare sicuramente parlerei dei miei fratelli, ovvero di tre minori non accompagnati che ho accolto con enorme gioia nella mia famiglia. Li ho conosciuti molti anni fa in un centro di accoglienza della mia città e tra noi c’è stato un feeling immediato. Due di loro sono originari della Costa D’Avorio e uno del Mali. Oggi sono adulti e ben integrati nella mia comunità. Dopo il percorso nelle comunità di accoglienza hanno studiato, trovato un lavoro e una casa in affitto. Uno di loro, si trova a Roma per fare un provino in una squadra di calcio.

Loro per me sono come fratelli e per la mia famiglia come dei figli. Sono arrivati a casa mia in un momento per me molto difficile e mi hanno portato una gioia immensa. Da quel momento ho deciso di approfondire le mie conoscenze sull’Africa, su ciò che accade in quel continente straordinario seppur mortificato, ma soprattutto di mettere a disposizione le mie competenze per l’accoglienza di tutti i profughi che arrivano nelle nostre coste.

In un Paese sempre più disumano, tu fai parte di quell’umanità che sa accogliere e donare, come ci si sente.

Ci sente un po’ soli contro quest’ondata di odio e di incomprensione che non appartiene alle radici culturali del nostro Paese.

Negli ultimi 15 anni, si sono combattute più guerre in Africa che nel resto del mondo, creando una forte instabilità politica che si ripercuote inevitabilmente anche sullo sviluppo economico dell’intero continente. Guerre che hanno portato alla distruzione di infrastrutture, che hanno deviato l’uso di ingenti capitali dallo sviluppo, che hanno creato barriere e conflitti tra i vari Paesi, che hanno sfollato numerosi territori e che hanno provocato milioni di morti, di cui molti bambini. Guerre che si sono dimostrate una buona fonte di finanziamento e di ricchezza per alcuni (vendita di armamenti, mercato illegale di materie prime) ma una croce troppo pesante da portare per i più poveri.

Guerre che hanno portato enormi interessi per i paesi occidentali e per le grandi potenze tanto da ingrandire il cerchio dei protagonisti dello sfruttamento: la Cina in cambio di materie prime offre investimenti e collaborazione tecnologica calpestando la democrazia ed il rispetto dell’ambiente. A questo si aggiunge il sovraffollamento dei pescherecci europei, cinesi, russi, coreani nell’Oceano Atlantico, che rischia di mettere in crisi l’intero sistema economico di molti Paesi e di rendere ancora più povera la popolazione cui la sopravvivenza dipende dalla pesca.

E mentre i Paesi europei continuano a depredare le materie prime dell’Africa, rendendo le popolazioni sempre più povere, erigono nell’ipocrisia totale i muri e i fili spinati contro gli immigrati africani. Contro quelle persone costrette a scegliere il destino della loro vita tra una miseria e l’altra: morire di fame nel loro Paese di origine oppure rischiare la vita nel Mediterraneo dopo aver trascorso mesi in Libia subendo vessazioni e violenze inaudite.

Come si fa a dire “aiutiamoli a casa loro” se tutto l’Occidente casa loro l’ha distrutta a causa degli enormi interessi? Non si chiama ipocrisia questa? Come si fa a disprezzare queste povere persone che fuggono per sopravvivere? Chi siamo noi per decidere che queste persone devono morire in Africa, oppure annegate nel nostro mare perché qualcuno decide di chiudere i porti?

Eppure in questo mondo che ci hanno consegnato senza valori, dovremmo sapere che il nostro passato testimonia l’origine dell’umanità a differenza di questo presente dove l’umanità sembra essere morta tra gli occhi dei bambini che sprigionano speranza e i volti di tanti uomini e di tante donne che mostrano tutte le piaghe di un mondo ingiusto, pieno di odio e di indifferenza.

Non sono una “buonista” ma sono una siciliana che molto spesso ha emigrato lontano dalla propria terra per cercare un futuro migliore. Tutti siamo migranti, tutti siamo più meridionali di altri, tutti siamo più poveri di altri. La solidarietà, l’accoglienza, l’umanità sono valori importanti che rendono sicuramente un mondo migliore ma soprattutto la vita di ogni individuo più ricca, di amore e di serenità interiore.

A breve uscirà il tuo libro, ci dai un assaggio di quello che sarà?

Ho deciso di pubblicare il mio libro grazie ad uno stimolo che mi ha dato Cecilia Strada. Mi disse che ognuno di noi è una formichina e che solo l’unione tra tante formichine può salvare il mondo dall’ipocrisia e dal materialismo dei grandi potenti. Ecco, io sono una delle tantissime formichine che non può salvare il mondo ma sicuramente può far conoscere molti aspetti dell’immigrazione che spesso vengono ignorati, ma soprattutto le storie di tanti uomini e donne che hanno lasciato nella mia vita impronte molto significative.

Il mio libro parlerà dei motivi per cui milioni di persone fuggono dall’Africa, del percorso migratorio e delle difficoltà della traversata del deserto, della condizione di estrema disumanità in Libia, degli interessi dell’occidente in Africa e delle storie dei migranti.

Dovrebbe uscire a breve grazie alla casa editrice “Villaggio Maori” che sta definendo gli ultimi dettagli. Ho già preso i contatti per presentarlo in tutte le regioni d’Italia e spero anche a Londra, Bruxelles e Parigi.

Cosa sogni per il tuo futuro?

Non ho programmi per il mio futuro, non mi piace organizzare i miei sogni. Di certo, un’esperienza che farò, spero molto presto, sarà quella di andare in Africa. Voglio conoscere dal vivo ogni aspetto che ho colto dalle testimonianze di chi lì ci è nato.

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