Giochi e giocattoli della Sicilia antica. Scopriamo i primi due.

di Rossella Vasta

Ecco a voi un excursus sui giochi siciliani di una volta, scopriamo insieme i primi due, vediamo chi se li ricorda.

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Se il gioco più bello è senza dubbio la fantasia, a ragione e fuori da ogni polemica, è possibile fare almeno 2 costatazioni. La prima è che i giochi antichi, soprattutto in Sicilia, avevano un potenziale di immaginazione oltre ogni limite e ciò non perché i bambini siciliani fossero maggiormente dotati di genio o intelletto, ma perché le circostanze imponevano di giocare con quel che si aveva, senza grosse pretese, fingendo di essere qualcuno e soprattutto creando, una situazione o il giocattolo che si desiderava. Il gioco in passato era un rito di socializzazione che metteva i fanciulli di ogni ceto sullo stesso piano, senza creare dislivelli, senza discriminazione o peggio alienazione, e con un solido legame con la vita reale reso possibile dalla “mamma strada”. La strada era proprio quell’elemento che livellava le diversità e che stabiliva un contatto con la realtà; qui la vita diventava un gioco e il gioco era la vita, in un dare e avere continuo. La seconda costatazione è che una delle maggiori differenze rispetto al passato, riguarda proprio la fantasia, oggi, purtroppo, ridotta al limite: i bambini fanno giochi in un certo senso già predisposti e preconfezionati che tagliano le gambe alla socializzazione, alla creatività e basati su istruzioni già stabilite e omologate.

Nei giorni passati, ho voluto lanciare una sorta di contest sui social. Ho chiesto a diverse facebook communities – aventi membri siciliani di età media – quali giochi o giocattoli ricordassero della loro infanzia. L’esperimento è stato accolto con un entusiasmo tale, da dover constatare quanto, oggi più che mai, sia forte il bisogno di ritornare alla semplicità del passato. Dalla nostra vivace discussione è emerso un elenco pressoché infinito di giochi e giocattoli siciliani. Proprio per la vastità del corpus e per l’interesse dell’argomento, mi riservo di suddividere l’artico in più uscite, in modo da fornire una panoramica completa e il più possibile puntuale. Cominciamo!

Siamo tutti d’accordo nell’affermare che il gioco (ma anche il giocattolo) siciliano per eccellenza è ‘A Strummula, un arnese diventato cult e ripreso anche da Tornatore nel suo film Baaria. Mi sono sempre chiesta il perché della mosca all’interno della trottola (Tornatore nella scena finale del film mostra una strummula che viene spaccata, e che conserva al suo interno una mosca ancora viva). In effetti questo film ha dato luogo ad un immaginario tutto mio, dove le trottole di un tempo recavano al proprio interno l’insetto. In realtà, la mosca del film, che vola via con leggerezza, è solo il simbolo con cui il regista ha voluto rappresentare la speranza, sempre presente nel cuore dei siciliani. La strummula era un gioco praticato rigorosamente per strada, bastava trovare uno spazio abbastanza pianeggiante, delineare il campo e portare la propria strummula artigianale. Anna, anche lei membro di una delle community che ha preso parte al dibattito social, mi spiega che era un gioco praticato per lo più dai maschietti, consisteva nel girare lo spago attorno all’oggetto per poi lanciarlo con forza. Una volta liberata dallo spago, la trottola girava  su se stessa, a questo punto i giocatori cercavano di prenderla con 2 dita, portandola sul palmo della mano mentre continuava a girare, infine cercavano di buttarla con forza su un’altra trottola in movimento, vinceva chi otteneva più trottole. Qualcuno mi dice che a inizio gioco veniva stabilito un numero di colpi – dette “pizziate” – che la strummula del perdente doveva subire come penitenza e che venivano dati con lo stesso chiodo della trottola. La strummula – a seconda delle diverse zone della Sicilia – assume altre denominazioni: Lu Tuppetturu (o tuppettu), ‘A Nimmula, U PaloggiuU Planoggiu‘U Strummalu, ‘A tortula.

Un altro gioco segnalato da molti (ed il mio preferito anche se non ci ho mai giocato) è il cosiddetto Acchiana Lu patri cu tutti ì so’ figghi (così viene chiamato soprattutto nel palermitano). In esso, uno dei partecipanti doveva chinarsi e poggiarsi al muro e, ad uno ad uno, gli altri dovevano saltargli in groppa sulle spalle. Così fino a quando il primo non riusciva più a sorreggere il peso degli altri compagni e cadeva per terra.  La cosa più divertente di questo gioco sono le filastrocche, intonate durante il salto, che cambiano – così come il nome – a seconda della zona e del nome a cui è associata.“Acchiana ‘u patri cu tutti ì so’ figghi”, gridava il saltatore, mentre gli altri bambini dovevano rispondere con: “lu figghiu.”

L’ultimo componente della squadra, al momento del salto, doveva recitare la filastrocca:

“Quattru e quattru ottu, scarrica lu bottu; l’aceddu cu li pinni scarrica e vattinni: unu, dui e tri fannu vintitrì, unu dui e tri fannu vintitrì, ti dugnu un pizzicuni e mi nni vaju.”.

Questo gioco è anche chiamato Scàrrica canali, la cui filastrocca si differenzia in qualche parola: quaṭṭṛu e quaṭṭṛ’ottu / scàrrica lu bottu / çìçiri e favi / sàrrica canali / açeḍḍu cu l’ali / açeḍḍu cu li pinni / scàrrica e bbatinni!” Altre denominazioni sono: Viri ca vegnu o Caricabotti  in alcune zone del catanese – ( la cui filastrocca recita “caricabotti e viri ca vegnu … e arruvai … e sugnu ca”). Scancara cavaddu era il nome più usato a Sciacca; A vacca scinni e ‘a ‘ncravacca, nel messinese (chi dici a vacca? Rommi, chi dici a vacca? Scinni e ‘ncravacca); Gravachiummu nell’agrigentino;

Ciciru e tante tante altre varianti. In merito a questa ultima denominazione mi piace segnalare il racconto di Gaetano Basile, secondo cui “Il nome “ciciru” resta legato alla rivolta del Vespro con cui ci sbarazzammo di re Carlo d’Angiò e dei suoi francesi. La rivolta scoppiò il 31 marzo 1282 all’ora del Vespro del lunedì di Pasqua. Però la Pasqua quel­l’anno cadde il 29, per cui il 31 era martedì, quindi la data esatta fu il 30. Pazienza. Cominciò tra i vicoli della Palermo medievale la caccia ai francesi. Si dice che per riconoscerli li obbligammo a pronunciare “cìciru2 che quelli storpiavano in sisiru”. Alcuni pensano che il gioco citato prenda il nome “ciciru”, probabilmente perchè legato al fatto di sentirsi salvi, come nel Vespro.

La variante più moderna di questo gioco è “Un monte e una luna”, praticato negli anni ’60, questa volta con un titolo lontano dal dialetto. Veniva praticato in tutta Italia ed è l’antenato della cavallina.

Sono davvero tante le curiosità e gli aneddoti legati al mondo dei giochi siciliani. Spero di raccontarvene altre a breve, nel frattempo ringrazio di cuore tutti coloro che mi stanno supportando in questa bellissima ricostruzione, in particolare il gruppo “Sicilia mia … Cultura e tradizioni popolari”, “Sicilia il Meglio”, “Il sole dei siciliani”, “Figli di Sicilia”, “Sicilia e sicilitudine”, “Terra di Sicilia”, “Sicilia cu tuttu u cori”, e tutti gli altri che menzionerò nei successivi articoli. Grazie!

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