Il Cònsolo – Ultima Parte

di Carmelo Modica

La terza ed ultima parte del racconto

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Sembrava che Lidduzza si fosse ripresa. Però  era tornata pallida, spenta come se la sua pelle si trattenesse a fatica sulle ossa. Si stringeva alle spalle le mani che rimuginavano attorno a un fazzoletto bagnato. Santina le sorrise e le fece cenno con la mano di sedersi al posto accanto al suo. Le prese la faccia con entrambe le mani e la baciò sulle guance. Altre lacrime sopravvissute al salasso delle emozioni le inumidirono gli occhi ma non arrivarono a scenderle lungo il viso che già aveva il fazzoletto sugli occhi. Un freddo strano la percorse in un brivido elettrico.

Trisina e Rosalia stavano parlando:

…quelli che l’hanno rapinata, spero che non la passino liscia…

…cosa? Uno scippo fu?…

…ah, non mi fare parlare…

“Rosalia, è tardi. Non credi che sarebbe ora che te ne andassi?”

Le parole risuonarono fredde come la lama di un coltello, precise come se avessero disegnato la sua volontà con un compasso.

Rosalia la guardò stupita e nello stesso tempo come se le avessero privato la ragione. Non si aspettava che proprio Lidduzza, la fragile Lidduzza, le si potesse rivolgere in quel modo.

Le si era messa davanti, le mani in fibrillazione sul fazzoletto ridotto a uno straccio. Era piccolina Lidduzza, lattea e spigolosa, ma messa così davanti a Rosalia, assumeva un aspetto di suprema imponenza, quasi una regalità degna di sussiego.

Rosalia non disse nulla; si alzò e con un sorriso che era solo una contrazione muscolare scomparve nel corridoio. Il cigolio della porta che ruota sulle cerniere arrugginite, la maniglia che sbatte lievemente sul muro. La voce di qualcuno sulle scale che la saluta.

* * *

Girolama Incardone fu portata al cimitero e tumulata nella tomba di famiglia. Quel giorno stranamente il sole era caldo e l’amarognolo degli oleandri esauriva l’aria.

Il corteo era stato un fremito lungo le strade, dentro i vicoli, lento e più cadenzato man mano che scorreva lungo le siepi di bosso, scandito come una marcia col passo tipico di chi si trascina con fatica sulla strada percorsa dalla morte.

Le sorelle Incardone non riuscirono a evitare  il bisbiglio che alimentava il corteo, soprattutto Trisina che aveva un orecchio per quello e uno per il vòcero, perché non perdesse il suo querulo andantino, perché si convincesse che dopotutto era valsa la pena pagare un tantino di più.

“giustamente Rosalia dice come si fa a morire per una caduta, qui cosa c’è…”

Ah, povira fimmina”.

“e poi Lidduzza, te lo immagini, le dice di andarsene. E con quale tono…! Quelle due nascondono qualcosa…”

aaah, chi fini ca fici

“Trisina parla di una rapina. Mmm, io ci credo poco…”

Signuri beddu, fatta ‘a vulunta’ to’”.

Un prete con la faccia di chi fosse stato disturbato il suo giorno libero proseguiva a capo del corteo col breviario sotto l’ascella.

Trisina non degnò di uno sguardo la bara, ma teneva d’occhio Rosalia Cicero e col braccio stringeva a sé Lidduzza come a tenerla a freno qualora scoppiasse in un pianto rivelatore. Pregava perché  non fosse quello il momento di sfogo che Lidduzza evidentemente cercava.

* * *

Trisina chiuse le imposte; la fiammella del lumino davanti alla fotografia di Mimma aveva ballato un poco e poi si era ricomposta  sul suo stoppino. Era una giornata meravigliosa ma il lutto imponeva un certo tipo di clausura che a Trisina non dispiaceva. Temeva tuttavia che non dovesse dispiacerle mai. Non avrebbe voluto ritrovarsi nella circostanza di dover parlare di Mimma e della sua morte. In una minuscola parte della sua testa, però, riecheggiava una domanda, una molla che rimbalzava su una tesa spirale che scriveva con inchiostro nero quanto tempo sarebbe riuscita a resistere a raccontare la storia dello scippo che di volta in volta si riempiva di particolari inediti come solo le menzogne richiedono. E sulla pergamena delle sue intenzioni tamponava l’inchiostro con la sabbia, come faceva sua madre o sua nonna quando scrivevano le lettere ai mariti lontani, con la forza di chi sarebbe stata forte e avrebbe resistito e non si sarebbe lasciata piegare dal dolore. Che importanza poteva avere il dolore…

* * *

               Chiusa nella sua stanza, Lidduzza dal canto suo si faceva lisciare il viso dal vento; la finestra aperta. A lei non interessava la legge del lutto. La sua mente vagava nel ricordo di Mimma, dei suoi occhi che vibravano quando tornava da Villa Moncada e parlava solo di Lucino. Lucino di qua, Lucino di là… L’avevano visto Lucino, al funerale, con un fazzoletto di stoffa sempre incollato agli occhi che Lidduzza temeva di non poterlo riconoscere se le fosse capitato di incrociarlo per strada.

Il figlio della ‘ngrasciata era sceso di nuovo a giocare col randagio al quale tirava un ramo strappato e che poi esortava a portarlo indietro. Ma il cane tutte le volte lo guardava come a chiedergli che strano gioco era quello, e Lidduzza per un attimo entrò nella testa di quel cane senza nome e con un sorriso sottratto al ricordo di Mimma pensò: Che strana razza gli uomini!

Parte Prima

Parte Seconda

 

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