Demetra, la Dea dimenticata di Palermo vive al Capo

di Mari Albanese

E si lasciava incontrare all’improvviso, in tutta la sua struggente decadenza. Tratta in salvo dall’incuria, la nicchia che la ospitava è rimasta orfana, vuota, almeno per ora. Presto ritornerà ad estasiarci, dopo il restauro, con tutto il suo fascino di donna gentile.

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Se vuoi incontrare Palermo non puoi passeggiare soltanto per le sue vie principali. Devi arrivarle al cuore, dritto al cuore con un salto deciso e struggente. Lasciarti avvolgere da lei, amante famelica capace di stringerti tra le sue gambe e non stancarsi mai.

Basta entrarle dentro e passeggiare le sue viscere. Le budella di strade e vicoli che si snodano e si annodano attraverso i suoi mercati, tortuosi sentieri che sanno narrarti quel sottoproletariato urbano che arranca e si inventa ogni giorno. Con la munizza sotto casa, i negozietti che vendono di tutto in bettole improvvisate. Bancarelle, spezie, odori, suoni. Quando ti trovi dentro la sua pancia puoi comprendere esattamente come è riuscita a fagogitarti con un gesto leggero che somiglia ad una piroetta. E allora le puoi danzare attorno e baciarla non stancandoti mai.

Demetra è una donna meravigliosa di Palermo, forse la più bella Dea della città, pagana si intende, il primato indiscusso rimane alla Santuzza. Una donna di mosaico e pasta vitrea, leggera e svolazzante come le donne del ‘900 strette da abiti e colori liberty. Di quel liberty smarrito, perso, distrutto, svenduto agli sciacalli e alla mafia, quando i gattopardi erano alle prese con la loro inesorabile necrosi.

Per incontrarla bastava navigare dentro al Mercato del Capo, con la testa sospesa dal mal di mare e i piedi a terra dritti sulle balate maleodoranti e assieme bellissime. E si lasciava incontrare all’improvviso, in tutta la sua struggente decadenza. Tratta in salvo dall’incuria, la nicchia che la ospitava è rimasta orfana, vuota, almeno per ora. Presto ritornerà ad estasiarci, dopo il restauro, con tutto il suo fascino di donna gentile. Quella grazia invitante che ci racconta le insegne di una Palermo che non esiste più. Come se il Panificio Morello fosse rimasto lì a futura memoria. Un ritratto che respira come se fosse vivo.

E ti verrebbe voglia di togliere le scarpe e passeggiare a piedi nudi assieme a lei. Lasciarti raccontare dove va a finire l’amore quando decide di smarrirsi, in quale antro perverso si nasconde per raggelarti l’anima. Figlia di Crono e Rea e di una mitologia sotterrata tra gli abissi di questa città misteriosa ed esoterica, ma capace di mettersi in ascolto delle tante anime che le affollano la bocca dello stomaco come un’ansia che non sa sciogliersi. Come una corsa che non capisci. Come l’inquietudine che giunge incomprensibile e te innamori subito. Come la malinconia dedicata al tempo della scrittura e delle scelte. Come cadere di notte e decidere di sostare sul pavimento per ore ad ascoltare la vita e il suo soffio delicato.

Tornerà maestosa a ricordarci dove vanno a finire le cose che smettiamo di amare. Quelle che si nascondono proprio perché le osservi ogni giorno. Demetra è sola, di quella solitudine che si addice ai miti. Sola come il Genius Loci. Sola come Rosalia. Sola come Kurt Cobain. Sola come Ian Curtis. Sola come Janis Joplin.

Io ti vengo a cercare sapendo di non trovarti, al tuo posto un ricordo che ne sottende altri. E troverò mille scuse per continuare a farlo. Tra lo zenzero, l’origano, la curcuma Palermo ti svelerà di nuovo e saprai convivere con la volgarità accecante e assieme con l’eleganza delle olive salate, delle lattughe, delle melanzane. In un vociare che ti riporterà dritta sull’Olimpo delle contraddizioni di Panormus.

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