Il Cònsolo Parte Seconda

di Carmelo Modica

La Seconda Parte del Racconto il Cònsolo

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La storia doveva essere questa: la mattina prima Girolama Incardone si era alzata prestissimo per andare  a lavorare a servizio. Come ogni giorno aveva preparato la colazione alle sorelle ingobbita dentro il plaid di lana che usava anche come vestaglia. Poi, reclusa di nuovo nella sua stanza, recitò le sue preghiere. Raggiunse le sorelle in cucina. Bevve come al solito un solo caffè, amaro perché – diceva – la svegliava di più. Poi si chiuse in bagno a prepararsi. Anche stavolta non impiegò più di venti minuti.

Prese la corriera in Piazza Municipio. Viaggiò i suoi soliti 40 minuti fino in città leggendo le riviste che le dava la signora, sempre con un sorriso beato e  avida del silenzio di villa Moncada dove echeggiava anche solo il respiro.

Poi aveva fatto la spesa al mercato di via Cavour. Si era intrattenuta come di consueto con il fruttivendolo. Pochi minuti in verità; anche questa volta si era posta lo scrupolo che non poteva esagerare, che la signora Moncada le stava col fiato addosso e controllava se mancava più del dovuto, perché lei, Mimma, avrebbe voluto soffermarsi ancora con Lucino e mentre sceglieva la frutta per il marito della signora lo guardava di sottecchi e indugiava sui baffi imbruniti dalla nicotina, e intuiva come lui la scrutava sulle mani, sul collo, sul seno come a cercare un qualche segreto o semplicemente per accarezzarla con gli occhi con l’impeto trattenuto da un doveroso e signorile pudore.

Era tornata a Villa Moncada con il cuore in sussulto, un moto dell’animo che la illanguidiva e che la faceva sospirare e che si portava a casa quando raccontava alle sorelle che oggi Lucino l’aveva guardata di più e che era troppo timido. Però, era contenta e questo le bastava. E Lidduzza che le diceva che non poteva farselo bastare, che aveva una certa età e che doveva maritarsi e che di questo passo sarebbe arrivata ai quarant’anni senza averla mai ‘assaggiata’. Allora Trisina mostrava alla sorella minore il giallino dei suoi canini: non si era mai detto che una Incardone usasse quel linguaggio.

Sì, le cose erano andate proprio in questa maniera… Trisina se ne faceva  sempre più convinta.

Di pomeriggio si era avviata giù in fondo al viale a prendere la corriera di ritorno. Per fortuna che il tratto di strada era breve: il pavé le rendeva la camminata difficile e quelle buche ogni tanto le facevano perdere l’equilibrio. A volte poi era carica di sacchi (o la spesa che portava in paese per sé e le sorelle o i giornali che le dava la signora Moncada). Spesso a casa si lamentava che le dolevano i piedi ma non per la stanchezza (Mimma non era mai stanca) ma per la scomodità del pavé stradale, un mosaico di dossi e dunette sul quale si inciampava anche senza tacchi.

Sì, era andata proprio così…

Forse se la strada fosse stata asfaltata poteva riuscire a scappare, magari infilandosi da qualche parte o chiedendo aiuto. No, invece quello col motorino… anzi, erano in due, sì due è meglio, proprio così… quei tipi le avevano strappato la borsa e lei che vi si teneva aggrappata fino all’ultimo e loro che l’avevano trascinata per 100, 200 no 300 metri. Forse di più. Sì, era andata proprio così. Sì, ma com’è che i due ladri non erano caduti nel tafferuglio? Ci avrebbe pensato dopo…

L’avevano trovata in un lenzuolo di sangue e di polvere, le calze ravvoltolate alle caviglie, il cappotto strappato, le mani che premevano sulla loro stessa pelle lacerata, avvolta in sé come la linguina di metallo di un cibo in scatola,  la faccia una maschera ammaccata. Qualcuno si era fermato ma non era riuscito a chiedere aiuto e poi era scappato… Disgraziati!

Sì, così poteva essere. Doveva essere così. Era andata proprio così. Nessuno doveva sapere la reale versione dei fatti. E Lidduzza doveva tenere la bocca chiusa.

* * *

Mentre Trisina accompagnava Lidduzza nella sua stanza, Santina ebbe la pensata di fare ordine al tavolo, di risistemare le gramaglie della stanza, di spostare i fiori, di staccare e riattaccare i cordini sperando di sfuggire agli occhi di Rosalia. Tornava al tavolo, si abbassava  a riprendere una busta e si piegavano insieme a lei gli occhi di Rosalia. E mentre si sentiva ribollire  tutta si spostò oltre il catafalco, dove c’era la persiana coperta dal drappo nero , fece per aprire uno spiraglio ma si sentiva sempre più nuda. Poi fulminea si girò. Zac! Uno scatto. La puntò dritta negli occhi – per un attimo ebbe l’impressione che un bagliore elettrico si fosse condensato quando aveva incrociato lo sguardo di Rosalia – e le urlò in faccia quasi sputandoglielo:

“Da me non saprai niente perché niente so”.

L’aria aspra di quell’agone divenne più frizzante come se stesse fermentando e perdesse vapori che erano di tensione, imbarazzo, rabbia.

Rosalia alzò un sopracciglio come un’antennina che la faceva sempre più convinta che quella situazione era prodiga di certe notizuole. Era sempre stata del parere che c’era qualcosa da sapere.

“Lo so” – rispose lapidaria Rosalia. Santina rabbrividì: il fatto che Rosalia fosse consapevole che Santina non sapeva nulla la inquietò più di quanto sarebbe accaduto se al contrario fosse a conoscenza di qualcosa. Cadde ancora il silenzio come un lenzuolo bagnato. Entrambe guardarono la morta. Santina si soffermò sulle volute di seta candida che sembrava ammorbidire il rigore del corpo di Mimma; Rosalia invece era sempre più persuasa che la morta avesse portato con sé un segreto terribile, forse qualcosa di cui vergognarsi, forse qualcosa che non le aveva dato tempo di vergognarsi. Per questo la guardava sul volto, nella testa per scoprire se quelle linee, quelle zone di chiaroscuro potessero rivelare qualcosa.

Il cane abbaiò di nuovo e Santina ne fu grata.

* * *

Il corridoio di casa Incardone non era lungo e quindi i pensieri di Trisina non potevano essere contenuti lungo il suo passaggio tanto erano gravi e intensi.

Quel modo aveva sottratto alla morte la sua dignità! Si figurava ora come sarebbe stata la loro vita a inventare una nuova morte per Mimma. Non si poteva dire che Girolama Incardone era scivolata. Sì, scivolata sulla cacca di un cane . Quale pungente fastidio provava al solo pensiero che gli altri potessero dire “e meno male che pestare la merda porta fortuna!”

Mimma aveva sbattuto violentemente la testa trascinandosi lungo il pavé. L’avevano portata al reparto di neurochirurgia ma non c’era stato nulla da fare. Quando Trisina e Lidduzza erano corse all’ospedale era già sera. Un’emozione sospesa sulla corriera che le aveva portate in città.

I vestiti di Mimma erano stati ammucchiati su una sedia di metallo vicino a un letto. Erano entrate nella stanza che una smorfia di disgusto le aveva accolte. Una vecchia sdentata aveva chiesto loro se potevano portare da un’altra parte quegli abiti zuppi  del cattivo odore. E là era cominciata la vergogna.

Morire per una merda di cane non raccolta!

Aveva organizzato tutto in città. Aveva chiesto poi al titolare delle pompe funebri se si poteva portare il corpo a casa. Almeno il cònsolo doveva essere rispettato. Quantomeno per non destare sospetti. Poi aveva parlato con le donne che avrebbero dovuto piangere e lamentarsi durante il funerale; era riuscita a mercanteggiare sul compenso e alla fine si era presa le mani a morsi perché se avesse insistito forse poteva pagare anche meno.

Erano quasi arrivati nella stanza di Lidduzza.

“Tu ora ti dai una calmata. Ti distendi. Appena ti senti meglio scendi, ti sistemi vicino al tavolo che da lì ti si vede appena  e tieni la lingua in mezzo ai denti e quando senti che stai per cedere , tiri un morso. Capito?”

“A te non ti dispiace che Mimma sia morta.” disse  Lidduzza.

“Ma che dici?”

“Ti infastidisce come è morta.”

Uno schiaffo risuonò nel corridoio ma non lo aveva udito nessuno. Lidduzza si girò : la porta della stanza era stata già chiusa dietro di lei.

* * *

Santina ringraziò il Signore lanciando gli occhi al cielo e stringendosi le mani in grembo quando sentì che qualcuno scostò la porta di ingresso.

“C’è permesso?”

 Era la ‘ngrasciata,  com’era intesa donna Sebastiana Marchese e il perché non è necessario spiegarlo.

“Dov’è Trisina? E Lidduzza?” chiese preoccupata nel non vederle.

“Arrivano” rispose Rosalia con l’aria di chi aspetta notizie e non le padrone di casa.

La ‘ngrasciata posò anche lei il suo sacco del consolo:  conteneva latte e formaggio.

A Santina echeggiarono in testa le ultime parole di  Rosalia : lo so… lo so. Suonavano come una minaccia; il che le incuteva timore perché intuiva che la marescialla si sarebbe messa  a indagare come un segugio. Dio ne scansi e liberi! Ne era certa perché lei stessa si chiedeva cosa volesse dire Lidduzza quando aveva urlato che Rosalia aveva capito tutto.

Santina spiegò a Sebastiana che Lidduzza aveva avuto un mancamento ed era stato necessario accompagnarla nella sua stanza.

Ora erano tutte e tre attorno al catafalco. Qualcuno se ne era già andato. Per un attimo forse anche Rosalia aveva pensato che c’è rimedio a tutto tranne che alla morte, forse anche lei si era lasciata condurre attraverso il silenzio verso riflessioni esistenziali. Intanto la ‘ngrasciata non faceva altro che ripetere sempre “che disgrazia!” in una litania soffusa e bisbigliata che  però tranquillizzava Santina dalla presenza inquietante di Rosalia Passalacqua.

L’aria era diventata pesante; arrivò Trisina che per un attimo si fermò sul ciglio della porta, un odore terribile l’allarmò e le procurò una paura che la fece sudare come se fosse bastato quello a far scoprire agli abitanti di Palmisano che Mimma Incardone era morta per una cacca di cane. Si rincuorò quando una parte della sua coscienza, sfuggita allo scampolo di panico, realizzò che  era solo l’esalazione della ‘ngrasciata; poi il suo orecchio teso ai rumori dell’esterno non avvertirono più il cane e questo le permise di riprendere il suo contegno di sempre. A Rosalia non sfuggì quell’attimo di trasecolamento di Trisina. E, dal canto suo, Rosalia intuiva che quella agitazione addomesticata non poteva imputarsi alla puzza della ‘ngrasciata ché quella ormai non stupiva più nessuno.

Sebastiana Marchese corse incontro a Trisina urlandole piangente Chedisgrazia. Trisina dovette sforzarsi a ricevere il suo abbraccio e a farsi comprendere dalla sua aureola di stalla.

Adesso erano tutte sedute attorno al cadavere di Girolama Incardone, come pronte a celebrare un rito. Rosalia alzò lo sguardo che incontrò subito quello di Trisina. Bene, entrambe sapevano che era giunto il momento; Trisina lo aveva temuto fin dall’inizio.

 

* * *

“Ahi, Signore Dio . Che morte…” lamentò Rosalia.

“Ora è in grazia di Dio.”

“Che persona , tua sorella Mimma. Un pezzo di zucchero.”

“Già.”

“Quando uno meno se lo aspetta, tàcchete, e tocca a te”

“Siamo tutti nelle mani del Signore.”

“Ma come si fa… una caduta, morire per una caduta…”

“Non mi ci fare pensare, per carità, che mi verrebbe di mangiarmi tutta per la rabbia!”

“Certo però che è strano…”

“Cosa?”

“Che all’ospedale non hanno potuto fare niente. Che ti hanno detto i dottori?”

“Troppo forte fu il colpo”

“Mah!”

“ E che c’è da fare, bisogna solo convincersi che l’ha voluto Dio”

“Certe volte però è troppo esigente. Voglio dire : una cosa è morire per un infarto, un male incurabile, un ictus. Ma per una caduta, fatemi il favore… fosse stata una caduta dalle scale, allora…”

“Volontà di Dio”

“E’ vero che quel pavé crea mille problemi; che ci aspetta il sindaco di Catalfano ad asfaltare quella strada come si deve. Voglio dire, una città grande come Catalfano…”

“Gli manderò una lettera, sai. E ti pare che è finita qua?”

“No, ma non si scherza con queste cose. Certo che non deve finire qua!”

“Mimma non si merita una morte così”

“Gran donna tua sorella”

“Infatti”

“Ancora manco si era maritata… morire in quel modo”

“Mmh”

“Ma come ci si può ridurre per una caduta! Non voglio immaginare come si era ridotta. Mamma mia!”

“Ci hanno aiutato gli infermieri”

“Cadere e ridursi in quel modo…”

“L’abbiamo pulita, vestita e sistemata…”

“Mi viene di non crederci…”

“Già…quelli che l’hanno rapinata, spero che non la passino liscia.”

“Cosa? Uno scippo fu?”

Vedi la Prima Parte      Continua ……

 

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