The american dream. Salvatore Imburgia, un Siciliano a New York

di Rossella Vasta

Salvatore Imburgia, 51 anni, per gli amici americani è Sal. Nasce in un paesino della provincia di Palermo e a 18 anni lascia l’Italia per trasferirsi nella grande mela. Qui, dopo tanta gavetta, avvia il suo business nel settore della ristorazione a Mahopac, nella periferia di New York. Questa è la storia odierna di tanti emigrati in America: la storia si ripete in tempi diversi ma con le stesse dinamiche.

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Il cosiddetto “sogno americano”, infatti – l’american dream – può valere per tutte le epoche e per tutte le mete da raggiungere, che siano reali o legate a un ideale di vità più giusta per tutti, dove ciascuno possa avere una chance di realizzazione secondo le proprie capacità, e dove queste possano essere democraticamente riconosciute dagli altri, contro ogni preconcetto legato allo status sociale della persona. Ecco perché quella di Sal è una storia passepartout, perché è come quella di molti, in tanti anni di viaggi, migrazioni e “sbarchi”.

Ciao Sal, grazie per la tua disponibilità. Beh, direi che la prima domanda deve obbligatoriamente         essere: “perché hai lasciato l’Italia?”

Ciao e grazie a voi. In realtà non è stata proprio una mia volontà. Anche se l’ho presa parecchio bene, è stata un’imposizione dei miei genitori. Quando ho compiuto 18 anni, esattamente 33 anni fa, a causa della mia vivacità (diciamo così), i miei genitori decisero di “spedirmi” in America, dove già vivevano i miei zii paterni. Lo hanno fatto per il mio bene, per garantirmi un futuro migliore, che ho trovato e che nella mia piccola cittadina siciliana, per come ero fatto io, non avrei mai potuto avere. Non finirò mai di ringraziarli per questo.

Quando sei arrivato lì come è stato, come ti sei mosso?

Beh, diciamo intanto che lasciare la tua terra non è mai facile. Io sono stato abbastanza  fortunato perché a New York vivevano già molti miei parenti: avevo un tetto sulla testa, è stato relativamente facile ottenere il visto (cosa oggi alquanto problematica), sapevo che avrei avuto un lavoro già prima di partire. Ho sempre lavorato nel campo della ristorazione. Ho iniziato come “tuttofare”, poi mi sono specializzato in cucina, anche perché gli italiani, lì, sono molto apprezzati in questo settore. Ho fatto molta gavetta prima di aprire il mio ristorante, la gavetta è necessaria sia per imparare la lingua ma anche per capire bene la cultura del luogo e il meccanismo del mondo lavorativo e dell’imprenditoria, che viaggiano su binari paralleli rispetto all’Italia.

Com’è abitare negli Stati Uniti? Che cosa gli italiani dovrebbero guardare per imparare?

Come in Italia, anche negli Usa, ci sono cose da cui si dovrebbe imparare e altre che invece sono meno buone. Di certo quello che manca è la dimensione cittadina, quella sorta di pellicola protettiva che ti dà conforto. L’America mi ha fatto diventare un uomo, lì è tutto troppo grande, senza confini ed è questa la prima sensazione che avverti quando arrivi. Ti manca una cornice contro cui andare a sbattere ad un certo punto: una vera vertigine insomma. La cosa che veramente mi ha colpito, invece, e da cui ho preso spunto, è l’etica del lavoro degli americani, la loro mentalità imprenditoriale, il loro modo di pensare così aperto. La verità è che è tutto diverso, ma è una diversità culturale soprattutto. In Italia si è convinti che debbano essere le istituzioni a cambiare le cose, di certo la politica deve fare la sua parte, ma quello che ho imparato in America è che l’iniziativa deve partire dal singolo, per far ciò, ovviamente, ci vuole tanta energia, quella che in Italia, e in modo particolare in Sicilia, in questo momento manca. Ogni uomo è un self made man, è assolutamente padrone del proprio destino, parte dal basso per raggiungere gli obiettivi da solo, e lo fa sia perché è necessario che sia così, ma anche per cultura. Dal canto suo la politica italiana dovrebbe abbandonare le vecchie logiche del conservatorismo che incatenano il Paese non garantendo l’accelerazione del progresso e non proiettandolo verso il futuro.

Perché parli degli italiani e dei siciliani soprattutto, come persone che non hanno energie? Cosa vuoi dire?

Mancano le energie nel senso che la gente, oltre ad aver perso gran parte delle proprie risorse economiche, è stanca e spesso preferisce scegliere l’opzione della resilienza. La gente in Italia è come sconfitta, perché pensa che le cose non possano cambiare, non ha più la speranza e aspetta che arrivi qualcuno che risolva le cose. Nello stesso tempo sanno anche che questo qualcuno, probabilmente, non arriverà mai. Questa è la cosa più brutta che possa succedere ad un popolo e ad una nazione. Bisogna recuperare tutte le energie possibili per fare da sé, lo Stato certo deve dare una mano, ma bisogna avere l’iniziativa. Lo so che è difficile, negli USA la politica cerca di agevolare il singolo in tutti i modi, per far si che chiunque possa evolvere, possa guadagnare e che possa dunque anche spendere e soprattutto pagare le tasse. Il cittadino è ben contento di farlo, perché riceve in cambio dei servizi. Qui il cosiddetto “sogno americano” lo realizzi, sei messo nelle condizioni di farlo, perché le persone vengono viste come una risorsa: il singolo contribuirà alla ricchezza di tutti. Capisci tu stessa che in Italia, prima di ripristinare una situazione simile, passerà ancora molto tempo, e non sono sicuro che i poteri vogliano davvero il cambiamento.

Un giorno tornerai? E se le tue figlie ti dicessero che vogliono venire a vivere in Italia?

Si, tornerò, ma non in pianta stabile. Tornerò sempre nella mia terra per vacanza, per sentirne il profumo, per passare un po’ di tempo con le mie sorelle, per riacquisire per un attimo quella dimensione familiare che, come ho detto all’inizio, in America manca. Alle mie figlie consiglierei di fare lo stesso, perché penso che in Italia non riusciranno ad esprimersi al meglio; nelle loro qualità, attitudini e idee intendo. Ritorneranno in Sicilia quando ne avranno voglia, ma solo per un breve periodo. Se poi saranno brave potranno avviare un business che coinvolga anche la Sicilia, magari…

Cosa hai portato della tua Sicilia in America?

La personalità dei siciliani, che qui è molto apprezzata e forse è anche quello che mi ha consentito di fare il salto di qualità. Le persone vengono nel mio ristorante non solo perché si mangia bene, ma perché apprezzano il mio modo di fare, gli sto simpatico! Non riesco del tutto ad introdurre la cucina siciliana invece… gli americani hanno dei falsi miti sulla cucina italiana e ancora di più su quella regionale. Per esempio il “pollo alla parmigiana”, ne vanno pazzi e credono sia un piatto all’italiana, io lo preparo perché me lo chiedono… ma quando mai gli italiani hanno mangiato del pollo al sugo con formaggio fuso? Boh, è una credenza. La cucina italiana è stata importata dagli immigrati e col tempo è stata modificata in base ai gusti e per effetto delle contaminazioni della cucina locale.

Cosa pensi, dell’attuale ondata migratoria in Italia?

Sono anch’io un immigrato e quindi non posso che pensare al fatto che tutti nella vita debbano avere una chance per migliorarsi. Tuttavia ritengo che la cosa sia gestita veramente male in tutta Europa e non solo in Italia. Temo che questa tipologia di migrazione odierna, nasconda in realtà ben altro. Affari e sotterfugi che prima o poi verranno fuori. Purtroppo chi viene in Italia per cercare un futuro migliore, non ha capito che i primi ad essere in difficoltà e a venire sfruttati sono proprio gli italiani, figuriamoci se mai potrà esserci un futuro per loro. Alcuni lo hanno già capito, l’Italia viene ormai vista soltanto come un porto sicuro in attesa di poter andare altrove, In Francia o in Germania ad esempio. Per quello che ho detto, tutta l’Europa deve comprendere la necessità di prendersi le proprie responsabilità, perché si tratta di un problema che più che l’italia riguarda il resto dell’Europa. Non dimentichiamoci poi che abbiamo a che fare con esseri umani e non con bestie. Non capisco la cattiveria di alcuni italiani nei loro confronti. L’Italia, a oggi, è uno dei Paesi da cui si emigra di più e non perché ci siano guerre o povertà ai livelli di altri luoghi, noi italiani cerchiamo un “futuro migliore” altrove, quella gente, invece, è in cerca di un “futuro” e basta. L’Italia dovrebbe essere più comprensiva.

Un’ultima domanda prima di lasciarti. Hai qualche rimpianto?

Dopo aver perso entrambi i miei genitori, che vivevano in Sicilia nel mio paese di origine, ho avuto il rimpianto di non averli vissuti al 100%. È una cosa terribile rispondere a una chiamata che arriva dall’altra parte del mondo e che ti annuncia la scomparsa di un genitore. Questo è l’unico rimpianto, ma soprattutto rimorso che ho. Quanto ho vissuto realmente con loro? A cosa è servito il mio successo? Per chi ho fatto tutto questo? Ho privato le mie figlie dell’affetto dei nonni che è unico e indispensabile nella vita. Questi sono stati i miei pensieri. Per questo dico di non puntare mai il dito contro qualcuno che decide di abbandonare la propria terra e quindi anche i propri affetti. Non è tutto rose e fiori, non è facile, è contro natura.

Grazie Sal, è stato un piacere.

Il piacere è mio.

English Version

Salvatore Imburgia, 51 years old, for his American friends is Sal. He was born in a small village in the province of Palermo and at the age of 18 left Italy to move to the big apple. Here, after a lot of hard work, he started his business in the catering sector in Mahopac, in the suburbs of New York. This is the current story of many emigrants in America: history repeats itself in different times but with the same dynamics.

The “American dream”, in fact,  can apply to all ages and to all the goals to be reached, whether they are real or linked to a more ideal of life where everyone can have a chance realization according to one’s own abilities, and where these can be democratically recognized by others, against any preconceptions linked to the social status of the person. This is why Sal’s story is a passepartout story, because it is like that of many people, in many years of travels, migrations and “landings”.

Hi Sal, thank you for your availability. Well, I would say that the first question must necessarily be: “why did you leave Italy?”

Hello and thank you. My parents decided to “send me” to America, where my paternal uncles already lived. They did it for my own good, to guarantee me a better future, that I found and that in my little Sicilian town, for how I was, I could never have. I will never cease to thank them for this.

When did you arrive there, how did you move?

Well, let’s say that leaving your land is never easy. I was lucky enough because many relatives of mine lived in New York: I had a roof over my head, it was relatively easy to get a visa (which is somewhat problematic today), I knew I would have a job before I left. I have always worked in the catering sector. I started as a “handyman”, then I specialized in cooking, also because the Italians there are very appreciated in this sector. I did a lot of hard work before opening my restaurant, the mess tin is necessary both to learn the language but also to understand the culture of the place and the mechanism of the working world and entrepreneurship.

How is it to live in the United States? What should Italians look to learn?

As in Italy, even in the US, there are things you should learn from and others that are less good. Surely what is missing is the city dimension, that sort of protective film that gives you comfort. America made me a man, everything is too big, without borders and this is the first feeling you feel when you arrive. You lack a frame against which to crash. A real vertigo in short. The thing that really struck me, however, and from which I took inspiration, is the work ethic of the Americans, their entrepreneurial mentality, their way of thinking so open. The truth is that everything is different, but it is a cultural diversity above all. In Italy we are convinced that institutions must change things, certainly politics must do its part, but what I learned in America is that the initiative must start from the individual, to do this, obviously, it takes so much energy, the one that in Italy, and particularly in Sicily, at this moment is missing. Every man is a self-made man, he is absolutely master of his own destiny, he starts from the bottom to reach the goals alone, and he does it both because it is necessary that it be so, but also for culture. For its part, Italian politics should abandon the old logic of conservatism that chains the country by not guaranteeing the acceleration of progress and not projecting it towards the future.

Why do you tell me Italians and Sicilians are people who have no energy? What do you mean?

There is a lack of energy in the sense that people, besides having lost much of their financial resources, are tired and often prefer to choose the option of resilience. People in Italy are defeats, because they think that things can’t change, they no longer have hope and wait for someone to solve things. At the same time they also know that this one will probably never come. This is the worst thing that can happen to a people and a nation. We must recover all the possible energies to do for ourselves, the State certainly must help, but we must have the initiative. I know it is difficult, in the US the policy tries to facilitate the individual in all ways, to ensure that anyone can evolve, can earn and can therefore also spend and above all pay taxes. The citizen is happy to do so, because he receives in exchange for services. Here the so-called “American dream” you realize it, you are in a position to do it, because people are seen as a resource: the individual will contribute to the wealth of everyone. You understand that in Italy, before restoring a similar situation, it will still be a long time, and I’m not sure that the powers really want change.

Will you come back in Italy one day? And if your daughters told you that they want to come and live in Italy?

Yes, I will return, but not on a permanent basis. I will always return to my land for vacation, to smell its scent, to spend some time with my sisters, to reacquire for a moment that family dimension which, as I said at the beginning, is lacking in America. I would advise my daughters to do the same, because I think that in Italy they will not be able to express themselves at their best; in their qualities, attitudes and ideas I mean. They will return to Sicily when they feel like it, but only for a short time. If they are good they can start a business that also involves Sicily, maybe …

What did you bring of your Sicily to America?

The personality of the Sicilians, who is very appreciated here and perhaps that is also what has allowed me to make the leap in quality. People come to my restaurant not only because they eat well, but because they appreciate my way of doing things. I can’t quite introduce the Sicilian cuisine instead … the Americans have some myths about Italian cuisine and even more about the regional one. For example the “chicken alla parmigiana”, they go crazy and believe it is an Italian dish, I prepare it because they ask me … but when did the Italians eat some chicken in the sauce with melted cheese? Boh, it’s a belief. Italian cuisine has been imported by immigrants and over time has been modified according to taste and due to the contamination of local cuisine.

What do you think, of the current migration wave in Italy?

I’m an immigrant too, I think that everyone in life should have a chance to improve. However, I believe that it is really badly managed throughout Europe and not just in Italy. I fear that this type of migration today, hides in reality something else. Business and subterfuge that sooner or later will come out. Unfortunately those who come to Italy to look for a better future, did not understand that the first to be in trouble and to be exploited are just the Italians, let alone if there can ever be a future for them. Some have already understood, Italy is now seen only as a safe haven waiting to go elsewhere, in France or Germany for example. As far as I have said, all of Europe must understand the need to take responsibility, because it is a problem that concerns the rest of Europe more than Italy. Let’s not forget then that we are dealing with human beings and not with beasts. I don’t understand the malice of some Italians towards them. Italy, to date, is one of the countries from which emigrates in other states more and not because there are wars or poverty at the levels of other places, we Italians seek a “better future” elsewhere, those people, however, is looking for a “future” and that’s it. Italy should be more comprehensive.

One last question before leaving you. Do you have any regrets?

After losing both my parents, who lived in Sicily in my country of origin, I had the regret of not having lived them 100%. It’s a terrible thing to answer a call that comes from the other side of the world and announces you the disappearance of a parent. This is the only regret, but above all remorse that I have. How much did I really live with them? What was my success for? For whom did I do all this? I deprived my daughters of grandparent affection that is unique and indispensable in life. These were my thoughts. For this reason I say never to point the finger at someone who decides to abandon their land and therefore their own affections. It’s not all roses and flowers, it’s not easy, it’s against nature.

Thanks Sal, it was a pleasure.

The pleasure is mine.

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