Giufà non è un cretino.

di Rossella Vasta

Gli aneddoti che hanno come protagonista Giufà – personaggio legato alla cultura giudaico-spagnola ed emblema della semplicità, dell’irriverenza e della goffaggine della tradizione favolistica siciliana – esistono da oltre un millennio.

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Quella di Giufà è una figura affascinante, una maschera della cultura popolare esistente da sempre e mi piacerebbe dire “per sempre”, ma purtroppo così non è. Mentre quelli della mia generazione sono cresciuti con le sue storielle, raccontate dai nonni soprattutto, i bambini di oggi sono troppo impegnati con Peppa Pig. Non sono sicura che farebbe ancora ridere, ancor meno che riuscirebbe a suscitare una riflessione. Tuttavia sarebbe bello dargli un’altra chance, e concedere a noi stessi un ritorno alla candida e spensierata saggezza. Di certo c’è che le sue storie ci aiuterebbero a superare quel pensiero ostinato fondato sui pregiudizi, niente di più necessario in un mondo come quello odierno.

“Un giorno un povero affamato passava vicino a una bottega da dove fuoriusciva un forte odore di carne arrosto. L’uomo non aveva i denari per comprarla, era riuscito a racimolare soltanto un tozzo di pane raffermo, pensò dunque di sedersì lì vicino e di usare l’odore come companatico. Quando il pover’uomo terminò il suo misero pasto, il proprietario della bottega, il cosiddetto “vucceri” (il carnezziere), che aveva assistito alla scena, gli chiese di pagare il profumo della sua carne arrosto.

Fortuna volle che in quel momento passò lì vicino Giufà, che il meschinello conosceva bene e al quale chiese di difenderlo. Giufà riflettè un attimo, allorchè chiese al vucceri:

–   quantu denari ci addumannasti pi lu profumu da to carni?

–   Cincu denari – rispose il macellaio –

A questo punto Giufà prese dalla sua tasca una moneta da 5 denari e la fece “scrusciri” (le fece emettere un suono, un rumore) sul tavolo.

– U sintisti lu scrusciu di la munita? – chiese Giufà –

Il macellaio annuì.

–   Allura cunsidera lu scrusciu di chista munita comu pacamentu di lu profumu da to carni – concluse Giufà -.  

Chiamatelo scemo!

Ho avuto il piacere di conoscere Giufà grazie alla mia nonna materna. Utilizzava questo appellativo per rimproverarmi. “Giufà”, infatti, in Sicilia è il termine che per antonomasia definisce una persona pasticciona, chi agisce d’impulso, senza pensare e anche un po’ ingenua… o così pare. Quando chiesi a mia nonna chi fosse costui, prese a raccontarmi di mille storielle che avevano Giufà come protagonista. Lei lo considerava “un foddi ca ni cummina di tutti i culura”… mamma mia quanto ridevo!

Nonostante la concezione (non proprio positiva) che mia nonna aveva di lui, non so per quale strano motivo, era riuscita a farmene innamorare. Era bravissima a descrivere le sue imprese e i suoi pasticci e lo faceva in un modo tanto familiare da portarmi a considerarlo uno di noi, un compagno di giochi e spesso anche un eroe. E non poteva essere altrimenti dato che – come abbiamo visto – riusciva a tirarsi fuori dai guai con un’attitudine disarmante. Certo, il fatto di stimare qualcuno da tutti considerato uno stolto un po’ mi turbava, ma più di tutto mi incuriosiva. Col tempo, ho scoperto che Giufà non è stato soltanto tradizione orale popolare. Nel 1845 compare come protagonista di un adattamento in lingua italiana di un’opera, in dialetto, dello scrittore e studioso siciliano Venerando Gangi. Nel 1875, invece, Giuseppe Pitrè ha raccolto tutte le storie che lo riguardavano in “Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani”, un volume di un’opera più imponente.

Ma il fascino di Giufà non si esaurisce qui. Questo personaggio immaginario (?) infatti, lungi dall’essere una singolarità tutta siciliana, è in realtà noto in tutti i Paesi del Mediterraneo. Mi piace immaginare Giufà come anello di congiunzione di così tante culture diverse e contrastanti. Lo è perchè nel tempo non ha assunto peculiarità nazionali, si è adattato, con molta naturalezza, alle tradizioni storiche legate alla cultura di luoghi diversi e anche lontani, mantenendo comunque tratti tipici universali. D’altronde, lo “scemo del villaggio” – quel personaggio affascinante e misterioso che in paese tutti conoscono: eccentrico, sopra le righe e, talvolta, propriamente pazzo – è presente in ogni dove.

Il nostro Giufà ha assunto in ciascun luogo un nome diverso: Goha in Egitto, Juan el Tonto in Spagna, Nasreddin Khoja in Turchia. Proprio quest’ultimo merita una certa attenzione, senonchè esisterebbe una qualche teoria o leggenda che vede Giufà, e tutte le versioni a lui correlate, come ispirate proprio a Nasreddin, un filosofo turco vissuto nella prima metà del 1200. Se ne parla come di un uomo saggio e con un particolare senso dell’umorismo, delicatamente sarcastico e a volte anche cinico. Sarà anche una diceria priva di fondatezza, eppure le analogie ci sono davvero! Giufà è uno che prende la vita con estrema leggerezza, uno che dà le sue spiegazioni alle cose, che sovverte le regole del mondo, un ribelle alle convenzioni sociali. E chi può dire che la descrizione che ne ho appena fatto non si addica anche ad un filosofo? Giufà è un “filosofolle”, così mi piace definirlo e da qui mi piacerebbe partire per un revival di questo personaggio, affinchè divenga l’antonomasia non più di stoltezza, ma di saggezza atipica e pensiero laterale. Da quel momento alla frase: “Si u’ Giufà”, risponderemo: “Oh. Grazie!”

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