Leonida, il guerriero di Capo Gallo

di Mari Albanese

L’ho conosciuto per la prima volta nel 2006. Occhi azzurri, spade della pace ai fianchi, creatività e voglia di vivere. Generoso come pochi, mecenate, gentile, folle. Ecco chi è il guardiano di Capo Gallo, il suo generoso proprietario.

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Capo gallo è il cielo che fa l’amore con il mare. Quel pezzo di terra che brinda con la bellezza della storia. E lo fa ogni giorno in maniera silente, con l’eleganza che si addice ad un re. È un fazzoletto di seta che si muove col vento che arriva dalle onde e che leggero accarezza gli scogli. Le mani leggere di una donna che coccolano le ferite del proprio uomo. Si, questa è una delle riserve naturali più belle al mondo. Come lenzuola ricamate dalle nonne, come le tende dello scirocco o come le stanze degli amanti.

L’ho conosciuto per la prima volta nel 2006. Occhi azzurri, spade della pace ai fianchi, creatività e voglia di vivere. Generoso come pochi, mecenate, gentile, folle. Ecco chi è il guardiano di Capo Gallo, il suo generoso proprietario. Che a raccontarlo non gli si renderebbe giustizia. È un personaggio kierkegaardiano. La mezzanotte afferra il dubitante, ma non lui che è tutto e il contrario di tutto. Amante della vita, degli ultimi, dei pesci, delle barche semplici. Di quelle di legno che vanno sul mare con umiltà, che coccolano la schiuma salata. Leo, mio caro Leonida, che la sedia a dondolo la sera era una scusa per parlare di politica e di sogni. Che è sempre stato bello bere vino e fumare all’ombra del possibile, mentre il sole primaverile tramontava e i sogni di una Sicilia migliore ci ballavano attorno. E arrivava gente, tanta. Mentre il suo orto cresceva ai piedi delle grotte. Il sorriso del guerriero che ancora protegge la sua terra, quegli spazi che raccontano tanto di Anna e delle sue oche. Il suo sugo di seppie nero, caldo come lava. Buono come le mani di una donna che ama suo figlio.

E la riserva è un ristoro gentile in questa Palermo di fango e munnizza. Una sosta che racconta quella biosfera che tanto ama Leonida. Dove tutta la vita trova cittadinanza, dove si nasce e si cresce. Dove si sorride al passo con la luna, dove di passeggia accanto alle nuvole. Anzi ti pare proprio di poterci vivere su, accovacciata. Intanto strisciano le lucertole e i conigli selvatici saltellano tra il finocchio selvatico e il cappero. Una vita semplice cantata dallo stridere di ali delle cicale, mentre i gheppi volano sopra la riserva e l’abbracciano con la loro apertura alare.

E se ne sta lì, dalla grotta regina, ad osservare un pezzo di mondo rimasto incontaminato. Che non sai mai dove finisce la natura e dove inizia Leonida. Un re spartano arrivato fino a noi per qualche strana congiuntura temporale. Direttamente catapultato dalla battaglia di Termopoli, un re che oggi ama la pace e l’afflato dell’universo. La foresta amazzonica, i bambini che non sono nati digitali, le fronde degli alberi da salvare, i semi che producono vita sempre nuova. E li porta addosso, intrecciati e li dona ai suoi ospiti, sono i semi della speranza, quelli che la terra accoglie generosa. Con Rifkin tra le dita, sogna la terza rivoluzione industriale, l’energia alternativa. Sogna un mondo pulito senza caporali e mafie. Un’agricoltura solidale e sostenibile. Un passo indietro, un piede sulla terra e l’altro nel cielo, quasi a volerlo bucare per starci dentro e comprenderlo.

Se volete capire Capo Gallo dovete assolutamente conoscere Leonida e i suoi occhi. E non riuscirete ad afferrarlo, se non nell’attimo in cui vi aprirà ai segreti e alla storia di questo pezzo di terra che chiude Mondello e si apre al mondo.

Amare l’umano, tutto. Costruire case per gli uccelli, accogliere gente arrivata da ogni dove. Fratelli, come lui li chiama, con i quali è bello condividere sogni. Tanti, tutti diversi. Pensare dalla riserva è un esercizio che mi ha donato spesso. L’ombra che arriva dalle alture e la salsedine della tempesta che ti fa sentire vivo.

Da Leonida e da Capo Gallo passa il mondo che ha ancora la voglia, quella voglia, di guadare oltre l’orizzonte perché sa che l’infinito è l’unica condizione che ci permette di vivere una vita piena. Oltre gli amori di sempre che si susseguono secondo il ritmo delle generazioni, quel faro che osserva tutti da lontano sembra ricordare la decadenza leggera del vivere sospesi tra il cogliere gli attimi e il lasciarli fuggire. Mentre i gamberetti selvatici, trasparenti e delicati come cristallo passeggiano tra le piccole pozze d’acqua e vorresti abbracciarli e ringraziare qualche Dio per averceli donati. Assieme alla nostra vita così trasparente e delicata. Piena di aghi beccanti, come un riccio di mare che però contiene la vita al suo interno. Questo ci insegna Capo Gallo, a gioire delle piccole cose. Questo ci insegna Leonida, a combattere con coraggio e a non farci distrarre dinanzi alla bellezza.

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