Il Cònsolo Parte prima

di Carmelo modica

una morte misteriosa in un piccolo e immaginario paese siciliano; un’epoca che non è la nostra ma potrebbe esserlo. Quanta attenta compostezza durante il cònsolo, la veglia funebre che  ancora sopravvive in alcuni posti della Sicilia. Cosa nascondono le due sorelle Incardone?

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L’orologio a pendolo faceva sgocciolare il tempo in un immoto silenzio. Solo i lenti respiri della stanza riuscivano a scuoterlo. Ogni tanto rompeva l’aria una vibrante soffiata come il tocco di un marranzano ma era solo un  sospiro che si perdeva lontano lungo un pensiero fantasma. Solenne e maestosa la morte aveva sequestrato anche la memoria.

Girolama Incardone si era spenta una mattina di ottobre. Le visite si avvicendavano una dietro l’altra e ognuna annunciata dal sibilo della porta che solo in queste occasioni rimane socchiusa. Trisina, più giovane di un anno rispetto alla sorella defunta, si chiedeva che senso avesse ancora il cònsolo: questo andare e venire di gente che  lasciava una busta con il cibo originariamente destinato a quanti presenziassero alla veglia che sarebbe dovuta durare tre giorni secondo la tradizione. In città non lo faceva più nessuno; possibile che a Palmisano dovesse sopravvivere proprio tutto? Non si poteva certo negare che ne aveva fatti passi da gigante quella briciola di paese: per quanto si portasse da mangiare al consolo, la gente non si tratteneva più a lungo come una volta.

Su un tavolo coperto di un drappo di seta nera di fronte al catafalco si assiepavano pasta, pane, frutta, zucchero. Lidduzza Incardone, la minore di tutte, preferiva pensare che tutto quel ben di Dio componesse una specie di presepe che celebrava un’altra vita.

Le persiane erano chiuse, invisibili dietro le gramaglie del lutto fissate sulla cornice della finestra, e tuttavia l’abbaiare di un cane oltrepassò i muri e ferì come una scossa. Le sorelle Incardone si guardarono entrambe  come a cercarsi negli occhi un senso o una ragione, qualcosa comunque che lo potesse giustificare. Era stato un verso che non avrebbe dovuto destare nessuna preoccupazione e non lo si poteva certo dire colpevole di impertinenza nei confronti del dolore. Era stato, anzi, un abbaio giocoso che avrebbe dovuto generare tenerezza. Qualcuno ne approfittò per riprendere padronanza del proprio sguardo e stirare le labbra in un moto di rassegnazione.

Le sorelle Incardone si erano di nuovo cercate con gli occhi, la bocca serrata in una smorfia che impediva loro di  parlare, come incollata da un segreto piuttosto che dal liquido senso di smarrimento imposto dalla perdita. Con  occhi di gufo si misero a osservare gli altri, come a indagare chi  fosse stato disturbato dal verso dell’animale. Durò qualche minuto quello spiare, poi finalmente ne furono distratte.

“Come fu? Come fu?” Era arrivata prima la voce in una eco lontana poi Santina Prestigiacomo era fiondata dentro, tutta trafelata, come mossa da una folata di vento. Abbandonò sul tavolo un cellofan che conteneva dei biscotti. L’equilibrio precario rischiava di far cadere anche gli altri pacchi. Si aggiustò lo scialle fatto a uncinetto e ripeté a Trisina più soffusamente: “Come fu?”

Trisina la guardò di storto, alla stregua di una madre che lancia uno sguardo severo al figlio che ha appena compiuto una marachella in casa altrui. Fu un lungo istante che si riempì delle improvvise lacrime di Lidduzza Incardone.

“Una caduta fu”  – il verbo alla fine della frase suonò come un avvertimento piuttosto che il risultato di un tipico uso del dialetto; un candore sorprendente l’accompagnò.

“E come cadde?” –  insisté  ancora Donna Santina tutta avvolta allo scialle e continuava a stringerselo addosso per trovarne un conforto.

Lidduzza sciorinò un’altra sequela di lamentele agitandosi tutta, il sangue le era montato in testa, gli occhi due fessure dalle quali scorreva una nutrita scia di lacrime.

“Basta , Lidduzza. Calmati!” – Donna Santina fece per abbracciarla ma Lidduzza si sciolse sul suo petto prima ancora che l’amica allargasse le braccia per accoglierla. E così anche Donna Santina si abbandonò al pianto, singhiozzando insieme alla più giovane delle Incardone e dandosi bracciate intorno alle spalle dell’una e dell’altra.

Trisina sbirciò entrambe e fece una smorfia. Spiò la marescialla, come tutti chiamavano Rosalia Cicero, col timore che in lei si accendesse anche stavolta il fuoco della curiosità. Trisina sapeva che prima o poi si sarebbe data da fare. La marescialla ricambiò lo sguardo della padrona di casa  che per un attimo sembrò leggere il suo pensiero:

Troppo contegnosa è

Trisina cercò, quindi, di ammorbidirsi un po’ anche se era più che agitata. La notte non aveva dormito per inventarsi qualcosa e riuscire a  nascondere la ragione della morte di Mimma.

Morire in quel modo…; Gesù, che vergogna!

Donna Santina continuava a fare no con la testa e stringeva al petto Lidduzza , tremolante come un biancomangiare appena servito e, abbarbicata  com’era al collo dell’amica, per riflesso anche questa finì per seguire il ritmo dei singhiozzi di Lidduzza. Rosalia sfidò l’occhiata di Trisina perché Santina Prestigiacomo non aveva ancora avuto risposta.

“Caduta? E come?”

Fuori il cane abbaiò di nuovo.

* * *

La marescialla, ovvero Rosalia Cicero, moglie del dottor Passalacqua, noto in tutto il paese per le sue reticenze a prescrivere medicine preferendo le alternative di antichi rimedi che si perdevano nella storia, trasalì all’abbaiare del cane. Le urla divertite di un bambino la tranquillizzarono. Attraversò la stanza e sbirciò fuori scostando appena il drappo a mo’ di tenda: in cortile il figlio della ’ngrasciata si era messo di nuovo a giocare col randagio che bazzicava nel cortile .

Anche  lei, la marescialla, era venuta come tutti gli altri ad esprimere solidarietà alle sorelle Incardone, a fare loro le condoglianze e a presenziare al consolo. Chi la conosceva –anche solo per sentito dire – sapeva che in realtà era la sua petulanza che la portava a farsi coinvolgere negli eventi più importanti del paese. Una volta in chiesa durante la funzione del matrimonio di sua cugina Letizia si era alzata quando il sacerdote era arrivato alla formula “parli adesso o taccia per sempre”. Tutti l’avevano guardata. Lei aveva fatto ‘nz’, e accompagnò il risucchio della lingua dai denti con un cenno del capo e gli occhi chiusi. Non aveva detto niente ma aveva rovinato un matrimonio perché da allora tutti cominciarono a chiedersi  cosa sapeva la marescialla; era forse  qualcosa di troppo grave per arrivare al punto di non averlo detto? E se la marescialla non rivelava niente voleva dire che cosa grossa era… Gli sposi, in seguito, avevano contribuito per la maggiore alla rovina del proprio matrimonio perché un qualche sospetto aveva preso a roderli entrambi in una lenta epidemia della testa.

La marescialla non intratteneva nessuna relazione con le Incardone, né tanto meno con la morta. Ma sapeva che meritavano attenzione, non fosse altro perché tutte e tre erano ancora zitelle e Rosalia si chiedeva  come mai considerando che non erano brutte. Forse un po’ sbiadite, ma non brutte.

Tornò a sedersi proprio di fronte alla finestra. Al centro la bara faceva bella mostra dei suoi decori barocchi, delle volute vertiginose che ne delimitavano gli angoli, lucidi come se trasudassero una condensa misteriosa  e tristi come un inverno grigio in cui ululasse un vento proveniente  dall’altra parte del mondo. Mimma Incardone giaceva ieratica con un rosario di onice ravvoltolato tra le mani giunte, marmoree. Il suo vestito era di fattura semplice ma non povero, nero e opaco. La faccia tumefatta, chiazzata dalle ecchimosi. Un’acconciatura apparentemente fatta senza cura, quasi approntata di fretta. Solo Trisina  sapeva quanto c’era voluto a farla a bella posta per nascondere le zone senza capelli dove la pelle si era tutta stracciata.

Rosalia guardò Trisina.

Trisina guardò Rosalia. L’una con la faccia livida, da film western ; l’altra perfettamente a suo agio in trono sul proprio fiero piedistallo.

Il cane abbaiò di nuovo; stavolta si era allontanato. Lidduzza raddoppiò i singhiozzi e Donna Santina si fece ancora più piccola attorno alle spalle della Incardone.

* * *

Ora, tutto stava a salvare le apparenze.

Rosalia era troppo curiosa, lo sapevano tutti e la sua guardata non piaceva a Trisina. Lidduzza non era in grado di reggere e se Rosalia solo le rivolgeva la parola probabilmente Lidduzza avrebbe ceduto sebbene fosse stata istruita. Ora che Mimma è morta Trisina doveva prendere le redini della situazione. Si alzò, le spalle come un mobile antico, la testa in mille pezzi sparsi tra il rimpianto e l’ansia, la faccia di gesso. Cercò di staccare Lidduzza dal petto di Santina che era tutto bagnato di lacrime, anche lo scialle ne era intriso.

“Gio’ , tu stai male. Vai in camera tua.”

“Era sua sorella, è normale che faccia così” osservò Rosalia.

“Ha capito, ha capito!” urlò Lidduzza agitandosi e sbracciandosi in direzione di Rosalia.

“Non c’è niente da capire. Stai calma, sei fuori di te.”

C’è da dire che qualunque cosa dicesse Rosalia era caricata di sfumature che possibilmente non  era sua  intenzione dare ; gli altri, però, vi sottintendevano un fine più subdolo. Spesso in verità era così. Non sempre. Non questa volta.

Rosalia se lo sentì addosso il ghigno di sfida lanciatole da Trisina. Ora bisognava essere cauti, e non dire nulla; lo sguardo della Incardone le dava conferma che c’era qualcosa da sapere. Era certa che sarebbe arrivato il momento in cui avrebbe saputo.

“Santina, io accompagno Lidduzza in camera sua. Tu gentilmente fai gli onori di casa fino a quando non arrivo”.

Scomparvero lungo il corridoio, come due ombre della notte, nell’oscurità che non apparteneva solo al lutto, nel silenzio di echi già sepolti nella casa.

* * *

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Il racconto è stato pubblicato a Milano nel 2003 nel corso della manifestazione Subway e inserito nella raccolta di racconti “il pelo bianco e altre storie” disponibile online

 

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