In morte di Ofelia, pensieri di una donna caduta a Genova

di Mari Albanese

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Che strana luce che c’è stamattina. Ma perché quando vado in ferie piove sempre come se fosse inverno? Esco solo per andare a comprare due cose che mi servono e torno a casa a preparare le valigie. Che stanotte potevo dormire ed invece non ho chiuso occhio. Mannaggia ai miei pensieri delle quattro del mattino. Che ti aggrovigli, maledetto Marco, tra le scale del mio cervello e non mi molli. Che proprio non riesco a buttarti giù, ma come si fa? Forse ho sbagliato a non tornare a vivere a casa da mamma, queste stanze sono così tristi da quando mi hai lasciata. Ma adesso basta, mentre io mi dispero per un lavoro di merda, la bolletta della luce, il frigorifero andato in tilt, tu sei felice lontano dalla mia infelicità. E lo sei con una ragazza più giovane di me. E vabbè per qualche giorno smetterò di pensarti. Che in fondo va bene così, certo non faccio il lavoro dei miei sogni, ma ho uno stipendio a fine mese, le mie amiche di sempre e la lavatrice funziona, almeno quella. Devo chiamare papà e tranquillizzarlo che a settembre lo porto a controllare le sue placche alle gambe, ma lo faccio dopo. Sono già le 11, 15.

Ecco ho dimenticato di fare benzina, testa in aria. Adesso metto su Daniele Silvestri, l’aria condizionata e mi isolo in mezzo al traffico di questa città. Che bella la mia Genova, sa di mare e libertà. “Ma tu dormi ancora un po’, non svegliarti ancora no. Ho paura di sfiorarti e rovinare tutto, ancora non so guardarti anch’io nel modo giusto”. Era proprio bello andare a mare da bambina, tutto aveva un sapore diverso, perfino i tramonti e le barche all’orizzonte. Me lo ricordo ancora come lo vedevo diverso il mondo. Da grandi invece lasciamo che il tempo ci smarrisca nel quotidiano e smettiamo di avere memoria degli attimi più belli.

Che strana luce che c’è stamattina, attento tu con quella Smart! Che traffico intenso… ma guarda un po’ la signora col Suv, la padrona della strada. Certe volte mi ritorna in mente la zia dalla finestra dell’ospedale, la vedo che mi saluta. No no, non adesso, non ci voglio pensare. Invece mi viene da ridere se penso a quando sono tornata a casa ubriaca e mi sono distesa accanto al letto dei miei genitori credendo di essere nella mia camera. Ahahah! E il giorno della mia laurea con il microfono che si rompe al momento della proclamazione? Che strano non sapere cosa pensa tutta questa gente attorno a me, infilata nel silenzio della propria auto. È quasi mezzogiorno. Sicuramente parla e ricorda. Si, non siamo altro che parola e nostalgia. Sarà la pioggia che batte sul vetro oppure la vertigine che da sempre mi procura questo ponte, ma sento la malinconia delle cose non dette, delle cose non fatte. Di quelle rimandate che non torneranno più. Come fare un figlio ad esempio, come innamorarmi di nuovo senza avere paura di farlo, come tornare a dipingere. Ed ora che ci penso nessuno mi ha mai regalato un ditale pieno di zenzero, di tanto amore dato quanto ne ho ricevuto in cambio?

Ma cos’è questo boato? La terra trema. Non vedo che pioggia. Stiamo volando accanto alle macerie. Non ho il tempo di chiamare mamma e chiederle perdono per quella volta che mi ha portato le fragole ed io non l’ho lasciata salire. Per tutte le volte che avrei dovuto ascoltare mio padre che invecchiava leggero. Dove andrò a schiantarmi adesso? Sto per morire a 35 anni, senza averne nessuna voglia. Dove finirà il mio pensiero adesso, tra quale lamiera rimarrà sospeso. Non voglio, non voglio fermarmi qui. Nel letto di un fiume assieme a tutti questi sconosciuti. Ecco la malinconia che viene a prendersi i miei sorrisi, le mie lacrime. La solitudine mi gela gli occhi. Li chiudo adesso, mi addormento. So che verrete a prendermi per questo non piango, so che cingerete i miei capelli di margherite e farete in modo che chi mi ama possa riabbracciare questo corpo che li ha accompagnati fino ad oggi. Io mi perdo adesso, in questo volo che sembra essere una beffa, un epilogo che non avevo previsto. Adesso corro leggera tra i giardini, è verde attorno. Indosso il vestito all’uncinetto fatto dalla nonna, sto mangiando le viole. Saluto tutti da lontano con la manina. Mi troverete con gli occhi già chiusi non voglio che mamma e papà vedano la tristezza e il dolore che si prova un secondo prima di morire. Scorrerò come Ofelia, mi troverete accanto ad un salice e il mio vestito mi sorreggerà. Si mi troverete e mi riporterete a casa.

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