Angelo, ritratto di un puparo rivoluzionario

di Mari Albanese

0 5.617

Lo vidi scendere per la prima volta dalle scale di casa di Peppino Impastato a Cinisi, dove nel maggio del 2002 viveva con Felicia Bartolotta, la mamma di tutti i siciliani onesti. Mi incuriosì da subito la sua gentilezza da cavaliere medievale, sospeso tra l’essere nel mondo e il trovarsi in un altrove a passeggiare tra le pagine della storia. In quegli anni i giovani come lui sognavano ancora un mondo migliore, una Sicilia diversa. E ci credevano così tanto che vivere accanto agli esempi viventi era un onore o quasi uno straordinario dovere. Erano le settimane preparatorie al primo Forum Sociale Antimafia. Lo persi di vista per qualche giorno, la manifestazione del 9 maggio era stata fragorosa, allegra, totalizzante. Pochi giorni dopo lo ritrovai accanto al Procuratore di Palermo Pietro Grasso, sempre a Cinisi, a parlare di impegno antimafia e cambiamento. Era un ragazzo di cultura e di talento e nonostante la sua giovane età, era appena trentenne, mi apparve come un gigante.

La sera dello stesso giorno avevo un appuntamento che non intendevo perdermi. In piazza a Cinisi ci sarebbe stato uno spettacolo di pupi siciliani dal titolo: “Peppino di Cinisi contro la mafia”. Me ne aveva parlato la mamma di Peppino, Felicia, che non vedeva l’ora di andarci.

Con mia enorme sorpresa scoprii che l’inventore dei pupi antimafia era proprio Angelo Sicilia. La sera dopo lo spettacolo parlammo a lungo, mi spiegò la sua visione politica e sociale del teatro di figura. Di come era necessario spogliare i pupi dalle loro armature per narrare le gesta dei nostri eroi siciliani. Era un atto d’amore per la nostra terra e veniva da un giovane laureato in Economia e Commercio, un insegnante, ma allo stesso tempo un ricercatore delle storie sconosciute dei tanti pupari di una Palermo che non esiste più. Un mondo affascinante e malinconico e allo stesso tempo, una nicchia di sapienza popolare che ha prodotto ciò che l’Unesco ha dichiarato Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Angelo oltre a collezionare pupi, teatri, scene e cartelli raccoglie le storie più belle e le incastona entro la cornice della bellezza che solo l’arte sa creare. Da quel maggio 2002 sono trascorse molte lune. Chi lo conosce bene sa della sua umiltà e della sua discrezione. Ma oggi possiamo ben dire che ha rivoluzionato l’Opera dei pupi, inventandosi un genere unico al mondo, coniugando il teatro delle marionette all’impegno sociale antimafia. E dopo la storia di Peppino è arrivata quella di Falcone e Borsellino, Padre Pino Puglisi, Lia Pipitone, Petrosino, Livatino, etc.. Ed è riuscito nel suo sogno più grande, ovvero quello di creare un nuovo pubblico affinché i pupi non morissero. E sono arrivate le scuole, i bambini, i ragazzi, i Festival. E i tanti premi e riconoscimenti in giro per l’Italia.

I suoi pupi vivono a Carini, a Caltavuturo e a Cefalù dove ha creato tre musei che interagiscono con i visitatori. Gli spettacoli di Angelo commuovono e disarmano. Ci portano gentili a riflettere sulle contraddizioni della nostra Sicilia. Possiedono il tratto pedagogico dell’empatia, quel movimento interiore che ci permette di comprendere infinitamente l’altro. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino diventano patrimonio comune, i loro dialoghi ci trattengono tra le maglie strette della nostra umanità che spesso smarriamo nella routine quotidiana. Padre Pino ritorna a vivere tra i ragazzi di strada come se i Graviano non l’avessero mai ucciso. Angelo ama inoltre le storie che nessuno ricorda, perse nel magma caldo e stantio della Palermo delle lapidi, perché a dire il vero, se la si passeggia con lo sguardo attento questa città sa narrarci la morte e la violenza mafiosa tra gli angoli più sperduti e assieme più evidenti. Non a caso uno dei suoi teatri è dedicato a Calogero Zucchetto e la sala dei pupi antimafia di Caltavuturo a Natale Mondo. Quanti di noi li ricordano ancora? La vita di Angelo è mossa dalla passione di chi ha deciso di rimanere e resistere, di chi sente il dovere quotidiano di fare la propria parte. Di chi crede che la memoria possa ancora smuovere le coscienze intorpidite dal sonno che in Sicilia, da sempre, genera mostri. E probabilmente lo ha promesso a Claudio Domino, il suo amico di giochi, ammazzato a soli 11 anni dalla mafia. Lo avrà fatto in silenzio, come una preghiera, con le sue mani bambine e gli occhi sgranati che cercano di capire l’incomprensibile. Ed oggi ha declinato il suo impegno nel teatro, a fianco degli ultimi. La rivoluzione segue sempre una lunga marcia e l’orizzonte volge all’infinito. Tante sono ancora le storie da narrare, i pupi da costruire, le piazze da raggiungere e Angelo è una fucina di energia e creatività. È figlio di quel teatro che è assieme serietà e gioia, esercizio di stile e rigore. Il suo è un teatro che rifugge ogni forma di orpelli per aprirsi alla chiarezza e all’essenzialità tipico del teatro popolare: un teatro inclusivo e non esclusivo. In fondo che cosa c’è di più bello che cullare le proprie passioni? Lo immaginiamo Angelo immerso nel suo mondo magico, circondato da tanti amici di legno che si interrogano con Pasolini su che cosa sono le nuvole. Domande queste che celano l’antica meraviglia che smuove tutte le cose del mondo, lo stesso stupore che si prova dinanzi al talento del puparo rivoluzionario.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.