Senza titolo -dallo psicanalista –

di Carmelo Modica

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(a S. che non solo è riuscito a risalire ma sta anche volando)

Tu lo vedi questo dolore. Soprattutto oggi che piove. Per te, forse, non è neanche nuovo. Me lo vedi scritto sulla faccia, sulle linee degli occhi, sulle mani che non hanno presa e che accolgono tutto. È la fronte che si imperla di gocce, ogni goccia un pensiero, una storia, una raffica di vento in picchiata. Tu, questo dolore, lo vedi. Io preferirei ascoltare la pioggia. La pioggia d’estate è come la mano di una madre che si posa sulla testa del figlio quando lui ha la febbre. È il salvacondotto del silenzio. Perché, facci caso, quando  piove il silenzio lo avverti di più, lui stesso si celebra goccia a goccia.

Io che lo genero avrei più diritto a vederlo, questo dolore, forse pure a riconoscerlo ma tu non me lo vuoi mostrare. E’ come un figlio: ce l’hai sempre dentro sotto mille forme. Prima, decide di fissarsi dentro come una conchiglia sullo scoglio e la gestazione è lunga, lenta, a tratti dolorosa. Poi, diventa ancora più tuo quando nasce. E’ l’unica cosa di cui mi sento padrone, il dolore. L’unica che, possedendomi a sua volta, mi fa capire quanto io sia ancora vivo:

Un giorno lo vedrà da sé.

E sarò tentato di buttarlo giù come un oggetto vecchio dal balcone.  Appena lo vedrò lo odierò che vorrò ucciderlo. Io che avevo scelto una scorciatoia e mi ero buttato insieme a lui.

Un taccuino, una matita e un bicchiere mezzo pieno. Sì, sarà pure mezzo pieno, diciamocelo con un sorriso di conciliazione, ma una metà presuppone un’altra metà e quella metà che suggerisci di non vedere ha comunque un segno di distinzione.  Il vuoto. E ti pare niente?

Quando hai sete, quella che ti asciuga la bocca a tal punto che provi dolore ad aprirla, quella per cui la lingua ti sembra la suola di una scarpa, non puoi bere mezzo bicchiere d’acqua. È proprio crudele!  Quando uno ha sete vuole bere fino a sazietà. Altrimenti è meglio non farlo: in fondo se non bevi, ti ci abitui alla sete. Ma tu cosa ne puoi sapere? Tu risolvi i tuoi problemi risolvendo quelli degli altri: è la metà vuota del tuo bicchiere. Gli altri fanno affidamento solo alla vita che tentano in tutti i modi di riempire. Cin cin. Ah già, con l’acqua non si brinda.

Mi hai detto di scrivere. Di scrivere come se mi guardassi allo specchio. Così mi sono messo davanti allo specchio. Quella è la mia mano, posata sulla gamba , il palmo all’insù, per metà aperta a una mendicanza. Una camicia avvoltolata fino al gomito. Non sento più la stoffa che ricade sulla piega del gomito. Quel gomito è mio? Ha un che di comico: piegato quasi ad angolo retto, una leggera abrasione sull’osso sporgente. Una cicatrice sul polso. Questa insieme alle altre. Sì, Avete tutti ragione. È uno stupido quello lì. Quel gomito è stato per anni massacrato dalle unghie di quell’altra mano che stenta a chiudersi mentre l’altra preferisce rimanere in quella posa un po’ chiusa un po’ aperta, pronta a ghermire ma non può. Ora le mani non possono nemmeno unirsi contemporaneamente, una va sull’altra condotta da una volontà spietata o l’altra la rincorre. In mezzo solo un busto rigido, dentro quel petto che sale e scende di un respiro che non sento, non è il mio: rimbomba, è diventata ormai un’eco distratta; quei piedi che toccano terra non sentono nulla, macinati da quattro piani di vuoto. Quel bastone ormai un’appendice. Anche quello avrebbe tante cose da dire. Forse più di quanto ne abbia lui dentro quella testolina che guarda da uno specchio qualcuno che quella testa pensava di conoscere.

Certo che deve essere triste fare il bastone. Ci hai pensato mai? Ti rapiscono dal tuo mondo profumato e speziato, quando ancora una dura corazza ti protegge e la linfa ti attraversa come sangue. E poi ti spellano, ti lisciano, magari mettono in luce qualche bella striatura che poteva essere una tua venuzza; ti lucidano, ti montano in testa qualcosa di metallo o di plastica e, azzizzato a festa, diventi l’Atlante che deve sorreggere il mondo di un altro.

Se mi avessero piallato durante l’adolescenza, secondo te oggi sarei più bello?

Dal di fuori sembra un estraneo: probabilmente non avrebbe voluto arrivarci a quel punto. No. Cosa è che l’ha spinto? Ha tutta l’apparenza di un essere amorfo, uno che di umano ha solo una testa che esce da un tutore di gesso, una mano offesa che conosce solo il giaciglio offertogli da un bastone di legno. Una riga sulla testa, il segno di una cicatrice, non ci crescono più i capelli;  giusto per sconvolgere le regole di estetica tricologica: una riga che sembra lasciata da uno che avrebbe voluto aprire quella testa da orecchio a orecchio. Per metterci cosa, mi chiedi. Piuttosto per toglierne di roba!

La spalla ancora traversa, come una camicia appesa ad asciugare e fissata al filo per un polsino e l’ascella. Quello lì, che poi sarei io. Forse adesso sono più di quanto fossi stato prima. E pensare che, invece, gli altri non mi riconoscono più. Mia moglie che piange mentre io tento un sorriso che si piega in una smorfia perché sorrida lei stessa, mio figlio che tenta di darmi la mano e poi si ferma e magari pensa che sia come quella di Freddy Krueger o di chi si sia sostituito oggi negli incubi dei nostri ragazzi. E’ pure venuto qualche alunno a farmi visita.

Avranno di che sfottere ora. Ce n’è uno, poi, che fa delle imitazioni strepitose. Gli ho detto che deve fare teatro, l’importante che non faccia la mia. O che se decidesse di farla, che la facesse per come sono adesso.

Mentre sto seduto contemplo una finestra bianca. Non posso distendermi. Avessi anche potuto il tetto è bianco pure lui. Non mi perdo niente. E tu, dietro di me. Ho bisogno che tu mi guardi e che mi dica cosa vedi. Devo riempire questo vuoto come quando tu riempi il tuo bicchiere d’acqua. Ok, ti dirò, ho iniziato a scrivere. Mi avevi detto di dare un titolo a quello che scrivo. Sì, certo.

Io, però, non vedo manco l’acqua. Io non sono nemmeno un bicchiere. Non posso più contenere niente. Perché tutto se n’è andato. Io sono come un colabrodo. Io sono solo una similitudine.

La rinascita è lenta, dici. Ma chi ti dice che quello-che-scrive vuole rinascere. Riabilitazione. Ma tornare ad essere abili di cosa?

Lei se ne sta bello comodo su una poltrona comoda dietro un divano comodo che non posso neanche usare perché io non ci starei comodo. Anzi, avrei solo dolore. A ripensarci, quello sarebbe familiare.

Ci vuole tempo.

Ma io non voglio perderlo questo tempo. Perché dovrei?

Anche i tipi come quello-che-scrive hanno i loro diritti, no? Non c’è niente da capire o da recriminare. Succede. E basta.

Trovi anche un titolo a quello che scrive.

Si, ora mi metto a fare pure lo scrittore. È già pieno di pazzi il mondo!

2 Commenti
  1. adele dice

    Mi stupisce sempre la versatilità di scrittura di Carmelo Modica. Questa storia mi è entrata dentro e ha smosso un po’ di cose. Ho imparato una cosa: darò un titolo a ogni mia giornata. Grazie!

    1. carmelo dice

      Grazie Adele!
      La scrittura deve necessariamente dare voce a tutti. Anche a coloro che, nonostante urlino, non vogliono farsi sentire. Per fortuna. oggi, S. non ha più necessità di urlare.
      Grazie sempre. Carmelo Modica.

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