Viaggio attraverso il processo creativo. Intervista al pittore palermitano Sergio Pitteranera

di Rossella Vasta

Abbiamo intervistato il pittore Sergio Pitteranera; una vita dedicata alla pittura e alla didattica indipendente e olistica della creatività. Una conversazione pacata, com’è lo stesso Sergio, che ci fa comprendere in profondità non tanto l’essenza dell’arte pittorica, ma cosa stia alla base del processo creativo di un artista. Niente di più bello.

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Mentre Sergio parla, la sensazione è quella di essere un pennello, cerchi di capire cosa vuole, trai ispirazione dalla realtà o irrealtà circostante, cerchi nel maestro una certa complicità, ti tuffi nel colore e danzi sulla tela. Questo è quello che le parole di Sergio, sicuramente dettate dalla sua grande passione e dalla sua maestria, sono in grado di suscitare. Conosco sergio da pochi mesi e anche una normale conversazione quotidiana si trasforma in arte. Sergio Pittanera è un talento naturale con il colore nelle vene.

R: Ciao Sergio, è un piacere dare voce alla tua creatività nel nostro magazine. Nei tuoi meravigliosi quadri, ciò che salta subito all’occhio è la colorazione, le tonalità sono molto forti e vivide. Secondo te è questo che ha suscitato l’interesse delle gallerie siciliane, ma anche nazionali e non, che hanno deciso di ospitare le tue collezioni?

P: Penso che collaborare con delle persone, con dei galleristi, o dei mercanti d’arte, in grado di apprezzare il “particolare” della tua ricerca pittorica, sia una delle cose più belle che possa accaderti, se sei un pittore o una pittrice. Da un certo momento in poi ho puntato sulla qualità umana e lavorativa delle collaborazioni; più di ogni altra cosa. La trasparenza e la passione sono, per me, i fattori principali di un lavoro in comune, di una sinergia lavorativa.

R: Hai detto che essere apprezzati per il particolare della propria ricerca sia tra le cose più belle e importanti, se si intraprende questa strada. Quali sono, per te, le altre cose altrettanto importanti?

P: Essere soddisfatto del proprio lavoro. Sapere che hai dato il massimo. Prima di tutto per me c’è questo.

R: Cosa credi che gli altri cerchino in questo tipo di esperienza? Cosa colpisce? Perché pensi che le persone dipingano ancora oggi nell’era del digitale e del web?

P: Se mi chiedi cosa colpisce di un dipinto, se cerchiamo una risposta concreta, io credo sia necessario dover uscire dalle spiegazioni razionali, perché la realtà stessa della nostra mente è complessa. Da molto tempo osservo il fenomeno da vicino e anche come la società lo interpreta. La mia convinzione è che sia la pittura a scegliere te, che sia quel quadro a scegliere te, il tuo sguardo, la tua sensibilità: non sei tu a scegliere la cosa da fare. Quando scegli non hai libertà. Il problema è, semmai, se veramente noi, come società, come individui, lasciamo che la pittura si avvicini con naturalezza, ci scelga liberamente. Se siamo in grado di osservare e osservarci con estrema serenità e libertà.

R: I colori che scegli, si legano direttamente ai soggetti che dipingi? O si tratta di una tua scelta ‘a priori’?

P: Credo ci sia sempre un legame tra il modo di intendere, in un quadro, i colori, e i soggetti che si vogliono dipingere. Ci sono dei soggetti a cui tengo molto e che ho scoperto nel tempo. Ci sono cose di cui ti rendi conto solo facendo, solo sperimentando direttamente il rapporto che può nascere tra i colori, la materia pittorica e un soggetto, un immagine.

R: A quali soggetti ti sei più legato nel tempo?

P: Il paesaggio di mare, per il don Chisciotte, la lotta di San Giorgio contro il drago sono stati temi incontrati con estrema naturalezza. Accendono qualcosa in me. Sto facendo diverse versioni di questi temi. Li sento molto vicini. Specie quest’ultimo. Vedo la lotta permanente del bene e del male, insieme, come fossero non tanto valori contrastanti ma complementari. A volte osservare il male ci fa comprendere il bene. A volte osservare il bene ci fa capire il male, che si agita dentro di noi. Meno fuggiamo il male più capiremo qualcosa di noi stessi e degli altri. Penso che quest’arte si nutri specialmente di osservare e accogliere tutte le forze che si agitano nel mondo, dentro e fuori di noi.

R: Tu pensi che i soggetti siano un semplice input per i colori che nascono da un quadro? O che ci possa essere una tensione al colore e alle forme, in sé, indipendenti da un preciso soggetto?

P: Forse è semplicemente così. O forse la semplicità sta solo nel nostro linguaggio verbale, che stiamo usando adesso per intenderci, in questo preciso momento.

R: In che senso?

P: Dipingere, per me, fa parte sopratutto della sfera “non verbale” del linguaggio umano, cioè dell’agire, di ciò che non può essere espresso a parole. Parlando di pittura prima o poi le parole rivelano tutto il loro limite. Certo, adesso tu e io stiamo usando delle parole. Nella vita di tutti giorni usiamo tante parole, perché abbiamo un grande bisogno di comunicare in modo convenzionale. L’errore, io credo, è stato sempre quello di voler codificare quello che non può essere codificato, condizionato. Si codificano le cose e le esperienze per poterne parlare, per poterne scrivere. Ma la pittura è un linguaggio non verbale. Dipingere è molto più di quanto si pensi, un arte del corpo. La sua natura profonda è molto più che puramente visiva. Non può essere compresa entro i limiti della razionalità. La pittura è uno sguardo contaminato di sensi; è una visione semplice, ma non razionale. Sono due cose diverse. La semplicità, la naturalezza sono un modo di accadere, un immediatezza della vita. Ma nascondono forti complessità, alchimìe sensoriali e gestuali, simultaneità di sensi e di senso.

R: Non c’è quindi un rapporto gerarchico tra un tema e la sua materia? Un soggetto e i suoi colori?

P: Potrebbe esserci. Io sono per non codificare questo legame. Un dipinto, in fondo, si spiega da solo. Basta solo osservarlo per capire cosa è successo durante il suo nascere, il suo svilupparsi. E anche per capire cosa non è successo. Personalizzando ancora di più la risposta alla tua domanda (e, se mi consenti, di uscir fuori anche dalla diplomazia delle risposte): io non posso dire con certezza cosa viene prima. Se cioè scatti prima un legame empatico con il soggetto o, ancor prima di questo, se nasca una empatia verso il colore, la forma, verso la materia che si ritiene importante usare. Ma penso che entrambe le cose siano comunque vitali per l’espressione. Nella pittura cerchiamo delle armonie tra i due aspetti che dici tu prima: il colore, o la materia; e il tema, o la rappresentazione che dir si voglia. Sono consapevole che esiste un legame profondo tra questi due aspetti: un legame intimo, organico. Il pittore lo deve scoprire e riscoprire sempre nel suo lavoro e, ogni volta, deve scoprirlo come fosse la prima volta. Sono consapevole che tutti i dubbi si sciolgono facendo, lavorando a contatto diretto con questi due aspetti, simultaneamente. Perché è questo contatto diretto che spiega, al di là di ogni teorizzazione e ogni astrazione intellettuale, la vera sostanza di quest’arte e la sua profonda bellezza.

Questo contatto diretto penso sia l’incognita che fa di ogni dipinto in esperienza unica.

R: Quindi, tu dici, ogni soggetto porta con se la sua pittura?

P: Sì. Dipende molto da noi. Dipende dalle nostre mani, che fanno e modellano. Scambiano energia con materia e soggetto. Questa possibilità va vissuta pienamente. Ogni dipinto può parlare silenziosamente dei nostri incontri con le cose e le persone. Questo legame è  come l’incognita da scoprire ad ogni dipinto. Esplorando quel soggetto, quel qualcosa,  affiora il mio (il tuo) modo di vedere e di vivere il colore e la forma. Quale energia visualizzerà l’incontro? O dipingere è un avventura umana profonda, totale, o non ha senso di essere.

R:  Stando a quello che dici, mi viene in mente un certo teatro sperimentale, lì uno si lascia completare e vive l’azione teatrale non tanto per effetto del testo scritto, ma per la presenza scenica dell’attore, no?

 P:  E’ come se il buio stesso della scena, del palcoscenico (che pure è illuminato in parte) fosse fondamentale per completare la sostanza stessa dell’azione pittorica. Non c’è un testo scritto, predefinito, in pittura. Se c’è, la pittura stessa ne perde, ne esce appiattita, stanca, insipida. Ma all’origine della pittura questo vincolo, in realtà, non c’è.

Io penso che usiamo molta energia mentale per identificare e razionalizzare gli aspetti della realtà. E anche dell’arte. Ma il silenzio apparente della pittura riunisce ciò che la mente divide. E i fattori in gioco diventano in pittura un unico ‘motivo’, un unico movimento.

Il contatto diretto tra la mia mano e il soggetto che osservo genera la mia pittura,  genera  il suo legame particolare specifico, espressivo: una densa unità. Il vero soggetto della pittura si scopre solo facendo. La domanda iniziale (cosa viene prima e cosa viene dopo), allora può anche sfumare, estinguersi per vie naturali, proprio nel momento in cui l’avventura della pittura comincia. Sarà abbandonandomi totalmente al contatto diretto, col soggetto (o col colore),  al suo momento presente, che scopro cosa può affiorare sulla tela. Non prima. La pittura racconta questo movimento di convergenza tra il vedere e le cose. Dipingendo, tutte le variabili che la nostra mente considera separate, convergono. Ciò che la mente, sottoforma di calcolo, di ragione, divide, separa, organizza, la pittura unisce nel giro di pochi respiri.

R: Grazie Sergio, questo incontro è stato illuminante.

P: Un abbraccio amichevole, come sempre, alla danzatrice che è in te.

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