Antonio, il bambino della camera delle meraviglie

di Mari Albanese

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Ci sono luoghi che sanno narrare, al chiuso delle loro stanze, tutto il fascino della Palermo di ieri e di oggi. E lo fanno con la discrezione che si addice a chi ha saputo mescere nella coppa sacra dell’arte quel connubio straordinario che solo l’inco342ntro tra culture diverse sa donare.

Così accade che una mattina avvolta dal caldo palermitano, quello che ti si attacca alla pelle assieme a tutti gli odori di questa città (che diciamola tutta non sempre sono gradevoli), incontri lo stupore dietro l’angolo.

Decido di andare a trovare Giuseppe e Valeria in via Porta di Castro, a due passi dal mercato storico di Ballarò. Ad accogliermi una meravigliosa immagine, Antonio Tancredi il loro bambino di 7 anni, incorniciato in un sorriso e sospeso tra il portone e la strada. Coi suoi occhi scuri e le braccia spalancate pronte a gettarmele al collo.

Saliamo frettolosamente le scale di questo palazzo che nasconde innumerevoli arcani da scoprire mentre il piccolo, da perfetto padrone di casa, mi guida gioioso nel cuore dell’appartamento: la sua camera dei giochi stagliata tra la cucina ed uno dei tanti saloni maiolicati. È un rettangolo di colori che abbaglia e che narra un mondo lontano fatto di dame e cavalieri, di battaglie, di amori, di fede. La stanza accoglie la sua personale collezione di pupi siciliani, la corte di Carlo Magno quasi al completo e su misura per lui. Perché Antonio non fa combattere mostri e mostriciattoli usciti fuori dalla televisione, ma Orlando e Rinaldo, Astolfo e Brandimarte seguendo perfettamente il canovaccio dei pupari e il ritmo cadenzato della battaglia battuto dai piedi. E fa il cunto in metrica con la sua spada, mentre le pareti e il soffitto diventano scene e sipari. E attorno le foto dei suoi ospiti dal Presidente Grasso, a Sgarbi al pianista Bosso. Ed è proprio dall’incontro con quest’ultimo che Antonio ha iniziato a suonare il pianoforte. Giuseppe e Valeria mi conducono tra i meandri di un luogo tutto da scoprire, dai pavimenti sapientemente dipinti ai soffitti liberty dei saloni che si susseguono uno dietro l’altro lasciandoti col naso all’insù a godere di tanta bellezza. Fiori finemente stilizzati che narrano una Palermo elegante e degna d’essere annoverata tra le principali capitali europee. E mi raccontano del fascino della scoperta di come scrostando gli strati di ducotone affioravano via via questi deliziosi affreschi. Ed io in quella mattina afosa ho visto le donne danzare con i loro abiti leggeri, i capelli raccolti come in un’opera di Mucha, sinuose e bellissime. E c’era pure la “pupa del Capo”, la Demetra di pietre preziose che danzava, sibilla tra le sibille. E nessuno si curava di decifrare i messaggi insiti nei soffitti, i numeri sottesi e le radici che accompagnano la nascita di foglie e fiori ora dalla terra ora dal cielo. Un gioco mistico che fa girare la testa prima di giungere, mano nella mano con Antonio, nella camera delle meraviglie. La stanza più discussa  dal punto di vista storico e artistico degli ultimi anni. Ci si giunge con la sindrome di Stendhal in atto, accompagnati dal fragore delle notti della Palermo del ‘900. Cullati dalle parole di un bambino che ogni giorno passeggia felice tra gli anfratti di una storia non molto lontana da lui. E fluttua e corre da una camera all’altra mentre le sue melodie lo accompagnano tra le cose da fare. Tante. La camera blu si apre inaspettata, un po’ come alzare il coperchio di un cofanetto e scoprire un gioiello unico al mondo. Una pietra che brilla e che sfugge alla tua comprensione. Insomma la “Camera delle meraviglie” è inafferrabile e struggente, non necessita di intuito e ragione, ma del silenzio dell’anima, che fa l’anima quando galleggia nell’infinitamente altro. Le pareti sono costellate da un mantra che si sussegue con la perfezione dei numeri e delle note, da destra verso sinistra e da sinistra verso destra. Si inizia a vorticare come solo i dervisci sanno fare. Tutto è simbolo e pace. Tolleranza e comprensione dell’uomo prima che di Dio. Connubio di storie fascinose. Non sono spariti gli ospiti dei saloni, ma adesso stanno in silenzio, avvolti da una musica, fatta da note semplici. E li senti sussurrare “sia lodato Dio, niente è simile a lui”. Chi ha voluto questo spazio delizioso che ricorda il mondo islamico? Di sicuro proprietari molto colti e raffinati, palermitani dell’800. Segno di come l’apertura di questa città è il dono più bello, capace di far dimenticare per un attimo le sue storture.

“Ora andiamo Mari, voglio suonare per te le melodie che ho composto per il Generale Dalla Chiesa”

“Come le hai pensate Antonio?”

“Ho tutto nella mia mente, ascolta…”

I ritmi della battaglia hanno lasciato il posto alla dolcezza di musiche bambine, perché Antonio è la vera meraviglia del Palazzo. Arabo nei tratti e nel genio, puparo e musicista, istrione e carismatico bambino palermitano.

 

 

 

 

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