Peppino e l’arte di fotografare le donne

di Mari Albanese

Il ritratto di uno dei più talentuosi fotografi palermitani, che usa la macchina fotografica come un pennello. All’interno una piccola galleria fotografica di alcuni suoi ritratti.

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Per l’essere umano è stata scelta una sorte bislacca, il non vedersi. Il nostro volto è sconosciuto a noi che pure ci comprendiamo nel silenzio del pensiero. All’altro è dato il piacere di conoscere i nostri occhi, le espressioni del nostro viso, i sorrisi, i crucci.

Non ci sappiamo ed è forse per questa ragione che ci cerchiamo infinitamente negli sguardi del mondo. Ma non tutti sanno catturarci e rimandarci la nostra immagine con la dovuta gentilezza, magari dopo aver scavato dietro le apparenze per trovare l’anima. Che poi altro non è che quella luce che ci permette di brillare.

Ed i ritratti di Peppino Romano, fotografo palermitano di ineguagliabile talento, brillano mentre si muovono sinuosi nell’asse della nostra fantasia, ci interrogano, ci struggono. Stanno sospesi come poesie ermetiche da ricostruire nell’alveo delle nostre emozioni più profonde. Mentre i volti scorrono leggeri, goccia dopo goccia come nettare versato nella coppa dell’arte. E ci raccontano dialoghi silenti e sguardi che scalpitano per narrarsi, a loro stessi prima che agli altri. Sono tutte straordinarie le sue donne. Sembrano dipinte da un demiurgo che plasma la sua dimensione eterea dove far vivere la bellezza eterna dell’attimo, quello che una volta catturata non va più via.

E la vita di Peppino Romano sembra punteggiata da sequenze meravigliose, come pellicole d’altri tempi. Sembra di vederlo dietro l’obiettivo mentre si nasconde per svelare, un atto di generosità che attraversa una conoscenza vera del cuore umano. Accarezza le emozioni, scivola leggero tra le pieghe dei sentimenti più nascosti, sa guardare nel modo giusto.

Mi ha sempre incuriosito la sua visione dialogica della fotografia, quel trascorrere il tempo a nutrirsi di parole per estrapolare maieuticamente ciò che alberga nell’animo umano. Un esercizio socratico che sottende un amore smisurato per la narrazione fuori dagli schemi rigidi della ragione. Ecco perché alcuni ritratti ci commuovono, altri ci fanno sorridere, altri ancora ci affascinano. Peppino c’è in ogni suo scatto e pare di sentirlo mentre anima il suo studio per accogliere quel gioco mistico che appartiene a tutte le donne e che è intriso di sensualità e afflato.

Perché diciamoci la verità, la seduzione è un’arte tutta al femminile e l’idea di scoprirsi belle ci rende felici. Lo ha compreso bene l’artista e il genio che alberga in Peppino e che muove i suoi occhi e le sue mani per cogliere la luce giusta che serve a pennellare i contorni, le ciglia, la schiena, i fianchi.

I suoi ritratti sono opere d’arte. Alcune delle donne che ha fotografato le conoscevo, altre ho imparato a conoscerle. In tutte loro c’è il desiderio di raccontare un pezzo di sé. Hanno età diverse, ma sono tutte bellissime e forse il merito di tanta brillantezza è dovuta a quella magia che Peppino sa creare.

Quel ponte invisibile che eppure esiste tra l’immortalità e la caducità mondana. Un po’ come la grande fotografa Tina Modotti, col desiderio viscerale di esserci tra gli esseri. Di essere Tina, anzi Tinissima sull’azotea. La fotografia che si accosta nella sua purezza  tra gli anfratti dell’esistente.

E l’arte di Peppino racconta la nostra Palermo tutta al femminile, quell’intreccio millenario di culture che si palesa nei colori. Occhi splendidamente azzurri o profondamente scuri, capelli delicati come trame di seta o corposi come cotone bruno. Forme generose nascoste da vestiti larghi o nudità normanne appena accennate. Lo sfondo non distrae mai, anzi accomuna le sue opere come a voler dire “siete a casa mia” e questo è il leit motiv che le accomuna, il passaggio necessario e la sosta che scosta dall’abitudine. Chissà cosa avrà raccontato di sé alle sue modelle.

Chissà quante storie avrà ascoltato il nostro fotografo mentre con discrezione osservava il gesticolare ora lento ora cadenzato delle sue donne. L’arte della pazienza che richiede la caduta drammatica e assieme bellissima delle maschere che indossiamo ogni giorno per proteggerci dallo sguardo altrui che ci cattura mentre noi  continuiamo a non conoscerci.

Peppino Romano restituisce la verità alle sue donne,  possiede una sua precisa weltanschauung che è intrisa di passione per la psiche umana. Il suo più gran talento è la capacità di lacerare, far cadere quel velo di Maya che ammanta ciascuno di noi. In questa caduta rovinosa sta il passaggio necessario e struggente tra ciò che siamo e ciò che appariamo. E le sue donne sono, e sono proprio grazie alla pittura magica della sua luce. A quello scatto che scalza l’effimero. Che non è un semplice gesto delle dita è movimento interiore, balletto empatico che cattura e svela.

Peppino Romano narra Palermo attraverso le sue donne, nulla di più affascinante.

1 Commento
  1. NonPuòEssereVero dice

    Bellissime foto!

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