Il Vajolo Confluente Maligno

di Franco Vasta

Terrore, morte e pregiudizio a Campofelice

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Nel precedente racconto, abbiamo visto come l’epidemia di colera asiatico ebbe un forte impatto emotivo sulla popolazione di Campofelice. Per fortuna, oltre allo spavento e alla delusione per la sospensione della Festa di Santa Rosalia, non si registrarono decessi. L’anno successivo agli accadimenti sopra riassunti, e precisamente nel luglio del 1885, il Paese fu letteralmente terrorizzato dalla possibilità che si potesse sviluppare un’epidemia di “Vajolo Confluente maligno”. Il vajolo venne genericamente definito “discreto” – considerata una forma benigna -, n alcuni testi, invece, si riscontra un’ulteriore suddivisione della malattia nelle forme di “infiammatorio” e “maligno”. A Campofelice le autorità sanitarie definirono l’epidemia come “Vaiolo Arabo confluente”. La paura del contagio provocò gravi situazioni di allarmismo e di discriminazione, dovute essenzialmente al pregiudizio ed alla non conoscenza del male. 

Tutto ebbe inizio il 7 luglio del 1885, quando un telegramma giunto da Palermo annunciava che un soldato Campofelicese, tale Francesco Scolaro, di anni 24, aveva contratto il “Vajolo Confluente maligno”.

In men che non si dica, la notizia si sparse di casa in casa: in un baleno fu il terrore. 

La gente si barricó nelle proprie abitazioni; “gli uomini” preferirono sottrarsi al quotidiano lavoro e le “pie donne” non risposero al quotidiano rintocco delle campane dell’Ave Maria; la Chiesa era deserta, deserte erano le vie e la piazza principale, era un paesaggio surreale.

Solo “la Comune” rimaneva aperta per coordinare un minimo di attività volta a fronteggiare l’emergenza. Il 9 di luglio 1885 in Paese furono affissi dei manifesti che annunciavano: <<…il soldato Scolaro è stato attaccato dallaffligente male, nell’ospidale di Palermo, dove si trova in esperimento, per cui è d’uopo il biancheggiamento di tutte le case con calce vergine e l’innaffiamento di tutte le strade con acqua potabile>>. Erano rimedi semplici, che non avrebbero potuto  arrestare il male, tuttavia riuscivano a far percepire la vicinanza e il sostegno del Municipio alla popolazione

Purtroppo, mentre i “pannicelli caldi”, dell’anno precedente, riuscirono in qualche modo ad infondere sicurezza, dovuta al fatto che il colera si fermò alle porte del paese, questa volta la situazione era diversa; il male entrò prepotentemente nelle case e nelle vite dei Campofelicesi e il 16 luglio del 1885 furono “attaccati dal morbo” 7 cittadini: tutti morti. La malattia stava assumendo proporzioni terribili, il paese soccombeva. Povera Campofelice! 

Il Comune non aveva i mezzi necessari per fronteggiare l’emergenza e per dare assistenza alle famiglie povere in cui il morbo maligno aveva fatto visita e che non potevano soddisfare la propria convalescenza, spesso morendo dalla fame. In quell’anno, con fondi comunali, si era costruito un tratto di “doccionato per l’acqua potabile” con una spesa di lire 2000; con altre 1300 lire si era sistemata la strada interna, il “corso”, oggi via Cesare Civello, 400 lire erano servite per l’orologio comunale. Non restava altro che <<…volgere preghiera all’onorevole Deputazione provinciale, per avere un sufficiente sussidio, onde provvedere agli urgenti bisogni di assistenza, di alimentazione, disinfezione e aumento del servizio straordinario per il seppellimento dei cadaveri, pulizia delle case dei vaiolosi ed altro. Occorre poi avere maggiori norme igieniche, che possono fare arrestare il corso del male, molto più che Campofelice essendo un paese di transito continuo, ora specialmente che il raccolto del sommacco si avvicina e quindi l’affluenza dei forestieri, per ragioni di commercio, aumenta, possa essere causa di importarein altri vicini comuni, la terribile malattia ed in tal caso il danno e la sciagura sarebbero senza misura>>. La Prefettura di Palermo in quel periodo era retta dal Conte Cesare Barderoso di Rigras, che mostrò subito di prendere a cuore la grave situazione di Campofelice. Viste le condizioni sanitarie del Paese, egli inviò un valente medico, rinomato in tutta la provincia, il cavaliere Alfonso Fili’, il quale – su indicazione del Conte – portò con sé medicinali in abbondanza, per somministrarli ai vaiolosi poveri. Il Conte Barderoso, in prosieguo, fece pervenire del cloruro di calce ed altri disinfettanti, per cercare di fermare l’epidemia. Credo si possa affermare che il Conte Barderoso, Prefetto di Palermo, ebbe un ruolo importante nel contrasto al male. A Lui, anche se tardivamente, va il nostro sentito riconoscimento, credo si possa tranquillamente annoverare tra i benefattori di Campofelice. Seguendo il suo esempio, filantropi cittadini possidenti Campofelicesi, donarono ai poveri <<carne, pasta e vino, affinché questi non morissero d’inedia>>. Grazie all’aiuto di questi ultimi si fronteggiò, in qualche modo, la grave situazione, anche perché la poco onorevole Deputazione provinciale negò gli aiuti richiesti in quanto <<…si temeva che ciò potesse stabilirsi a sistema in altre simili circostanze che potevano avvenire…>>. Nel linguaggio moderno si direbbe “per non creare un precedente”.  Il 22 luglio si iniziò ad imbiancare le case di abitazione e iniziarono le operazioni di disinfezione, due maestri d’arte si misero all’opera, dietro il pagamento di 2 lire per ogni abitazione sanata. Si nominò una commissione comunale fra i “cittadini patrioti”, per far si che venissero scrupolosamente eseguite tutte le disposizioni ordinate dai medici sanitari. La commissione sanitaria ebbe un gran da fare anche per persuadere <<la gente incolta al fine di togliere qualsiasi pregiudizio>>. Il Sindaco Ruggieri, scrisse nuovamente alla Deputazione provinciale per richiedere un sussidio di lire 1000, per far fronte <<all’avanzare del male e alla fine dichiarò la sua impotenza e la convinzione che l’orribile morbo sarebbe restato stazionario sino alla nuova stagione invernale, mietendo altre vittime, ciò in quanto lasciare tutto a metà dell’opera, oltre ad essere un danno all’umanità sofferente, era una responsabilità morale>>. La Giunta Comunale ed il Consiglio Comunale si riunirono ben 13 volte nei mesi di Agosto e Settembre, cercando di prendere le misure adeguate per l’emergenza sanitaria che colpì Campofelice, anche per quell’anno i Campofelicesi non parteciparono alla Solenne Processione del simulacro della Santuzza, fu deciso infatti di rinviare “sine die” la festa patronale. Proprio nel giorno della festa, il 4 settembre, si riuniva la Giunta comunalenemmeno un giorno poteva essere perso nella lotta contro il male. Intanto il 3 di agosto, <<…nell’imbrunire della sera vennero denunciati al Comune due casi di vajolo sviluppatosi in paese nel quartiere alla parte superiore di via Santa Maria e precisamente nella casa di certo Barranti Salvatore, in persona di due bambini di 5 e 6 anni, figli dello stesso Barranti Salvatore. D’un subito fu mandato sul posto il medico condotto per accertarsi del fatto e, fortunatamente, rapportò che i due fanciulli erano stati colpiti da varicella. L’intiera notte la casa di Salvatore Barranti fu custodita da un impiegato comunale, ad impedire ogni comunicazione onde evitarsi il contagio>>. Il medico condotto, Dott. Tornabene, stilando il rapporto medico scrisse <<…i casi di varicella erano molto lievi e nonostante gli stessi potevano considerarsi casi di vajolo benigno, era necessario evitare che nello stato di supporazione potessero ad altri comunicarsi ed in tale caso svilupparsi l’epidemia vajolosa>>. I bambini di Salvatore Barranti erano salvi, in mezzo alla miseria e alla crudeltà dei tempi, una notizia positiva era accolta con sollievo dal popolo di Campofelice che era stato messo a dura prova dal morbo. L’anno successivo la Giunta Sanitaria riunitasi il 4 luglio 1886 così si esprimeva <<…ritenuto che lo scorso anno, causa dei pregiudizi sociali, essendosi occultati taluni casi di vajolo, questa Comune fu invasa dall’epidemia che durò circa otto mesi, mietendo diverse vittime, si decide all’unanimità:

 Segregarsi gli attaccati di vajolo dall’abitato, destinandosi un sito apposito a poca distanza dalla Comune (una casa in c.da calzata);

 Destinarsi un custode vigile ad impedire qualsiasi comunicazione.

3 – A spese di questo Municipio sovvenirsi la famiglia che assisterà gli attaccati e gli ammalati, apprestarsi medicinali e vitto sino alla perfetta guarigione, stante persone povere.>>

L’anno precedente erano successi casi gravi in paese, una famiglia aveva occultato un caso di contagio, in quanto la sfortunata contagiata era in età da marito, la paura che restasse zitella fu fatale per lei e per il di lei fratello, entrambi persero la vita.

<<Mi considererei il più fortunato degli uomini, se riuscissi a guarire gli uomini dai loro pregiudizi>>. La citazione è di Charles Louis de Secondat, meglio conosciuto come il Barone di Montesquieu…..alla prossima!

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