5 curiosità sulla Sicilia che (forse) era meglio non sapere.

di Rossella Vasta

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C’era una persona che spesso mi ripeteva: “a tia ti mancanu sempri centu liri pi fari milli liri” (ti mancano sempre 100 lire per raggiungere le mille lire), come a voler dire che mi è sempre mancato quel quid in più che mi avrebbe consentito di fare, finalmente, una cosa interamente buona. Non ho mai interpretrato questa frase in senso negativo o dispreggiativo, ho cercato di dare a queste parole un senso per certi aspetti incoraggiante; un incentivo che mi ha sempre fatto pensare, o forse illuso, di avere delle potenzialità che, con qualche accorgimento, mi avrebbero permesso di raggiungere il risultato sperato. Cara Sicilia mia, chiunque potrebbe affermare che anche tu sei una di quelle che “ti mancanu sempri centu liri pi fari milli liri” e adesso te ne darò almeno 5 motivi. Per tutto ciò che ho appena detto questa cosa non mi demoralizza, sono sicura che un giorno, entrambe, arriveremo alle nostre agognate mille lire, senza illusioni.

1-    Qual è la prima cosa che ci viene in mente quando pensiamo alla Sicilia? Ovviamente l’Opuntia ficus-indica, in italiano il “Fico d’India”, in siciliano “’a ficurinia”. Questa pianta, prontamente raffigurata in ogni immagine che riguarda la Sicilia, tutt’altro che endemica, in realtà è originaria del Messico. Da qui si diffuse successivamente nel Mesoamerica, a Cuba, e alle altre isole dei Caraibi. Fu proprio in questa ultima tappa che i primi esploratori europei della spedizione di Cristoforo Colombo, ebbero modo di venirne in contatto, importandola in Europa, dove inizialmente fu soltanto una curiosa specie da conservare ed esporre negli orti botanici. Nel Mediterraneo  – soprattutto in Sardegna, Sicilia e Malta –  si è naturalizzata al punto da divenire un elemento rappresentativo del paesaggio. Come? Grazie agli uccelli che, mangiandone i frutti, garantivano lo spargimento dei semi e grazie all’uomo, che portava con sé il fico d’india sulle navi, durante i viaggi, come “medicina” per debellare lo scorbuto.

2-    Non ho dubbi sul fatto che l’altra cosa che subito viene associata alla Sicilia, è il tipico dolce che, per l’appunto, prende il nome di “Cassata Siciliana”. Adesso, non vorrei rovinare la festa a qualcuno, dicendo che il simbolo della nostra tradizione gastronomica è in realtà una “cazzata siciliana”, anche perché la storia dell’origine della cassata è terreno assai rischioso e controverso, me ne guarderei bene dal farlo. Certamente, però, i suoi ingredienti di base (a parte la ricotta di pecora, che veniva prodotta nell’isola già in epoca preistorica) sono un retaggio delle varie dominazioni che si sono succedute in Sicilia, a partire da quella araba. Si narra che i cuochi della corte dell’Emiro, riempirono la pasta frolla con ricotta dolce e altri aromi e spezie, dando vita al dolce in questione o, perlomeno, a una sua versione, oggi conosciuta come “cassata al forno” (il termine cassata, tra l’altro, deriva effettivamente dall’arabo quas’at, “bacinella”). Dopo gli arabi il destino della cassata fu segnato dagli spagnoli, i quali sostituirono la pasta frolla con il Pan di Spagna (inventato, si, in Spagna, ma da un cuoco italianissimo) e aggiunsero il cioccolato alla ricotta. Tutto il resto – l’involucro, per lo più ornamentale, che riveste il dolce giunto a questa sua evoluzione, è opera invece dei Siciliani che, con l’abilità che li contraddistingue, ebbero il compito di “ammugghiarne” (coprire) le brutture, costruendone una bella facciata. In particolare, si racconta che durante l’Ottocento un pasticciere palermitano, tale cavaliere Salvatore Gulì, proprietario di un laboratorio di frutta candita nella centralissima via Toledo di Palermo (l’attuale corso Vittorio Emanuele), nonché inventore della “zuccata”si rese conto che il mercato non era molto interessato al suo articolo. Decise, allora, di impiegare in un dolce quei frutti canditi invenduti, compresa la zuccata, rimasti in magazzino e anche sul groppone. Di fatto, Gulì consacrò la caratteristica, e a tutti nota, Cassata Siciliana. Nel 1873, l’ormai noto pasticcere portò i suoi dolci all’ Esposizione di Vienna, mentre i Florio, mecenati del tempo, impegnati nella promozione dell’isola oltre i confini nazionali, si adoperarono per la diffusione del dolce in tutta Europa decretandone il successo.

3-    Volete sapere il vero motivo per cui  Palermo è una città “bella e maledetta”? Perché quello che noi chiamiamo “attasso” (la sfiga) è una cosa che ci portiamo dietro fin dal primo momento in cui la civiltà occidentale ha cominciato a mettere ordine nel suo millenario turbinio di conoscenze. Precisamente la maledizione è da imputare a due illustri illuminati, Diderot e D’alembert che, nella prima edizione della loro Encycopedie (Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri), alla voce “Palermo” scrissero: “Antica città distrutta da un terremoto”. Palermo quindi, per definizione, e per uno strano scherzo del destino, viene estromessa dallo scibile, viene tagliata fuori dalle scienze, dalle arti e soprattutto dai mestieri. Cari amici disoccupati, adesso sappiamo a chi dare la colpa di questa disgraziatissima condizione. L’imperdonabile errore venne corretto fin dall’edizione successiva ma “l’attasso”, purtroppo, quello è rimasto e si perpretra nel tempo.

4-    Sapevate che fino ai primi del ‘900 la Sicilia deteneva il monopolio mondiale dello zolfo, con ben il 91% della sua produzione? Ovviamente, questa tanta grazia non durò a lungo (non che la cosa mi dispiaccia poi così tanto, date le orribili condizioni in cui erano costretti a lavorare i cosiddetti carusi nelle miniere!). Nel 1906 gli statunitensi vennero a conoscenza di alcuni giacimenti in Texas e in Louisiana. Da questo momento, le attività delle zolfatare siciliane precipitarono in una crisi irreversibile, dovuta anche all’adozione di un nuovo metodo di estrazione americano, che avrebbe velocizzato i tempi e garantito un prodotto più puro.

5-    La prima raccolta di racconti e fiabe siciliane è stata scritta in lingua tedesca ad opera di Laura Gonzenbach, una donna svizzera nata a Messina. Venne pubblicata nel 1870, ebbe un discreto successo, ma poi scivolò nell’oblio, poiché letteralmente ignorata dai letterati e dagli antropologi italiani. Laura Gonzebach, alla stregua di Giuseppe Pitrè, sarebbe stata una fonte inesauribile di notizie storiche sulla nostra terra, se solo qualcuno se ne fosse occupato o non l’avesse sottovalutata. Se solo qualcuno non l’avesse considerata inferiore o troppo superiore al punto da depennarla, forse per stizza, dall’elenco della gente che conta.

L’elenco delle “cose che era meglio non sapere” sulla Sicilia, tende pressochè all’infinito. Penso sia il caso di fermarmi qui, per adesso, continuerò a raccontarvele, sperando di trovare qualche notizia più felice “cento lire alla volta, per arrivare a mille”, perchè ci arriveremo.

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