Il Miele Meli di Claudio Meli. Intervista sulla nobile arte dell’apicoltura.

di Rossella Vasta

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Claudio Meli è un predestinato, nel senso che – dato il suo cognome – non poteva che produrre miele e quindi fare l’apicultore! Ok, battuta pessima, ricominciamo. Claudio Meli è… è… in realtà è  difficile da spiegare Meli. Per non utilizzare il termine pazzo (che potrebbe offendere nonostante per me sia un complimento) mi verrebbe da dire che è un “flash”: termine che lui stesso adora e utilizza spesso. Tuttavia, ad uno sguardo più intellettuale e attento, Claudio appare come una specie di creatura kafkiana, una sorta di Gregor Samsa dei nostri giorni, con tutte le precauzioni del caso ovviamente. Claudio, riappropriandosi della sua vera identità e della sua felicità (che è vera e tangibile), ha subito una metamorfosi più mentale o spirituale che fisica. Dal Metal al lavoro d’ufficio e da questo alla campagna, Claudio ha deciso di seguire il suo sogno e la sua passione, sopra tutti e sopra ogni cosa. Parla del suo mestiere come se stesse parlando di una magia, le api gli hanno fatto un incantesimo, descrive questi insetti come delle divinità: questo è ciò che più di tutto mi ha colpito parlandogli, Claudio è una fonte inesauribile di adrenalina, ottimismo e profonda conoscenza di tutto ciò che fa.

 Si definisce “palermitanissimo”, produce un miele molto raffinato e ha il suo laboratorio a Trabia (PA). << Quindi faccio spola Palermo – Trabia, anche più volte al dì. Le api le tengo ovunque, da Campofelice di Roccella a Corleone, a Prizzi, a Piana degli Albanesi, Bagheria, Partinico, Casteldaccia, Altavilla, Trabia, a Palermo >>. Ora ditemi se anche a voi non dà la sensazione di essere realmente un’ape operaia anche lui, che gironzola da un posto all’altro, alla ricerca di nuove fioriture.

– Claudio, quando ti sei accorto della tua passione e come? so che avevi un altro lavoro, è stata una scelta difficile quella di mollare tutto per seguire la tua intuizione?

<< Ho lavorato da subito dopo il diploma, perché ho sempre desiderato avere la mia indipendenza economica. L’ultima esperienza lavorativa, tra le tante – prima di mollare tutto per intraprendere il mio bel cammino – l’ho fatta presso un centro di assistenza tecnica per le telecomunicazioni. Avendo sempre lavorato alle dipendenze di qualcuno, a un certo punto ho avvertito che la cosa iniziava a starmi stretta. Economicamente ero appagato, si! Spiritualmente e psicologicamente mi sentivo rinchiuso in gabbia. Cresceva, in me, l’insoddisfazione e la voglia di cambiamento. Ecco che, andando a scavare in fondo all’animo, sentii chiaro e netto il richiamo della campagna che mi appassiona da sempre. Dovevo assecondare il mio spirito libero, fare qualcosa di mio, di bello, di nobile. Ho riflettuto tanto e ad un tratto EUREKA! Le api. Questo insetto magico che mi ha sempre affascinato: la moria delle api, la loro estinzione, lo stretto legame fra la loro esistenza e la nostra. Quella foto sfocata diventava sempre più nitida, iniziai a fare milioni di ricerche, contattai mezza Italia. Non tutti risposero alle mie richieste d’aiuto, specialmente nel Meridione. Infine mi decisi a cercare qualche associazione di categoria già esistente sul territorio. Contattai la ex (non più esistente) A.P.A. (Associazione Palermitana Apicoltori). Da lì inizia il mio percorso come apicoltore. È stata indubbiamente vista male la mia scelta. Nel contesto storico sociale di una Sicilia di questi tempi, il posto fisso è tutto! Non importa se sei felice, se ti senti realizzato… importa solo il tanto agognato contratto a tempo indeterminato e l’accredito dello stipendio a fine mese. Onestamente, l’unica persona a supportarmi nella scelta è stata Laura, mia moglie. Seppur insettofobica, ha visto in me la serenità, una nuova luce accendersi nei miei occhi >>.

–  Tu hai avuto il coraggio di investire e fare impresa in Sicilia, è stato difficile? Dai un consiglio ai giovani siciliani.

<<Investire in Sicilia è la mia vocazione. Credo davvero tantissimo nella nostra terra, ne sono innamorato, è un territorio magico, ricco di storia. La Sicilia, in passato, è stata meta di dominazioni importanti e fulcro del commercio nel Mediterraneo. Sarò pazzo ma sono convinto che ci riapproprieremo di quella luce di allora. Abbiamo troppe condizioni favorevoli: un microclima strepitoso, quasi tropicale, una flora ed una fauna invidiabile, abbiamo la regione più biodiversa d’Italia, l’Italia è la Nazione più biodiversa d’Europa, in automatico siamo la regione con più biodiversità di tutta Europa. Come non investire qui? Ma fra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare. La verità è che a nessuno o a pochi importa agevolare l’impresa qui. Quasi a nessuno interessa aiutare o finanziare chi ha idee e voglia di fare. La classe politica, quella corrotta, ti aiuta soltanto se ha un suo tornaconto, in caso contrario sei tagliato fuori. Misure e finanziamenti sono cuciti addosso a chi già possiede o ha. Nulla per chi comincia da zero. “Zone svantaggiate” sto cazzo! Non esiste sostegno. Io ho avuto coraggio, pazzia e determinazione, non tutti hanno queste caratteristiche, quindi non critico quei ragazzi che per realizzarsi sono costretti ad andare via. La Sicilia è una terra meravigliosa, ma con delle regole da “arena dei leoni”. Chi è forte si salva, chi tentenna cade e si fa male. Penso e consiglio di entrare nello spirito giusto, bisogna avere le idee, la tenacia e la voglia di arrivare, prefiggersi un obiettivo e lottare per questo. Unico modo per divincolarsi in questa selva oscura. Triste ma realista, lo so.

Se fai bene, se lavori bene, se fai qualcosa per il bene tuo e degli altri, se credi davvero in ciò che fai e lo fai col cuore… questo viene percepito dalla gente! Lo dico perché mi capita, mi è capitato. È questa la chiave del successo>>.

– Quali sono le caratteristiche del tuo miele? I tuoi prodotti sono premiatissimi e utilizzati da chef rinomati, alcuni anche stellati…

<<Ho cominciato sin da subito ad allevare ed utilizzare l’ “Apis Mellifera Sicula” (Ape Nera). Sia per un fatto di etica e di appartenenza al territorio, sia per un fatto di scelta legata al tipo di attività che intendevo svolgere. Un’ape laboriosissima e resistente a parassiti e patologie, che si acclimata al meglio e resiste alle escursioni termiche più estreme (caldo o freddo che sia). Questa ultima caratteristica mi ha aiutato nella produzione di mieli pregiati, prettamente invernali, che solo lei potrebbe produrre. Un esempio eclatante è il rarissimo e buonissimo miele di nespolo! Pratico il nomadismo e non l’apicoltura stanziale, quindi sono sempre in movimento con le mie api alla ricerca di nuove fioriture. Ho scelto, sin da subito, la qualità del prodotto. Avrei potuto allevare altre api e fare i numeri, lavorare in modo differente e realizzare altro. Ho preferito garantire al mio consumatore finale un miele eccellente. Un miele che, nel tempo, ha vinto premi e riconoscimenti anche nazionali. Aborro la grossa distribuzione che guarda al prezzo ed alle quantità. Ho scelto per il mio miele una distribuzione di nicchia: supermercati di qualità, boutique del gusto e di prodotti tipici, negozi che valorizzano il prodotto. Oltre che con queste realtà, ho l’onore di lavorare con pasticcerie di alto livello e ristoranti d’elite. Adoro lavorare con gli chef, sono loro che esaltano al meglio i miei prodotti, giocandoci, sperimentando, inventando ricette ed utilizzando miele ed idromele all’interno dei loro piatti. Chef stellati e non, ma pur sempre alla guida di cucine davvero importanti. Per citarti qualcuno: Ludovico De Vivo e Gabriele Camiolo del “Capofaro Resort” a Salina, Carmelo Trentacosti di “Villa Igiea”, Gioacchino Gaglio del “Gagini Restaurant” alla Cala, Diego Battaglia al “Sikelia” di Pantelleria, Angelo Franzò dell’ “Hotel San Pietro” di Taormina, Pietro D’Agostino “La Capinera” di Taormina (Stella Michelin), Francesco Costanzo dell'”Hotel Cincotta” a Panarea, Alessandro Giannilivigni dell'”Hotel Hicesia” a Panarea, Gioacchino Sensale (ambasciatore del gusto) chef dell’Hotel Dolce Estate di Campofelice di Roccella, Nicola Bandi dell’Osteria Il Moro di Trapani e tanti altri. Uno dei piatti più intriganti di quest’estate è “L’ottava Nota” dello chef Diego Battaglia. Un assoluto di miele e prodotti dell’alveare. Credo sia stato l’unico al mondo a creare questo tipo di assoluto. Ha deciso di chiamare così questo buonissimo dessert perché, al suo interno, troviamo 5 varietà differenti di miele di ape nera sicula, il polline, la propoli e l’idromele Nachè (il mio idromele). Un omaggio al lavoro di impollinazione di questi magici insetti che ci danno la vita. Con Nachè, invece, stanno nascendo nuove intriganti collaborazioni con bartender e mixologist di tutto rispetto. Qualche nome? Fabrizio Candino, Matteo Bonandrini, Gianluca di Giorgio, Gianfranco Sciacca, Mattia Cilia e molti altri.

Nonostante tutto, i miei clienti più importanti rimangono sempre le famiglie. Le mamme che danno a mangiare i miei mieli ai propri figli, fidandosi, i papà che lo usano per fare sport, le massaie che lo adoperano in cucina per fare torte e dolciumi. Sono loro il mio sostentamento più grande, da sempre!!!>>

– Ho sempre avuto tanta curiosità per questa bevanda, ho immaginato mitici sovrani e antiche divinità, lì nelle loro sfarzose abitazioni, a banchettare, bevendo idromele e suonando la cetra. Ma da dove hai tirato fuori questa idea di produrlo?

<<L’idromele è un sogno che porto dentro da sempre, ancor prima di sapere di fare l’apicoltore. Sai Rossella, sono “di origine metallara”. Si, “un metallaro”. Nella cultura Metal, un po’ c’è questa sorta di studio ed evocazione che sta fra sacro e profano. Culture norrene, vichinghi, elfi, maghi, magia, rituali. I Black Sabbath inneggiavano al Valhalla! Il Valhalla è uno dei palazzi di Asgard. In questo palazzo andavano i valorosi che erano morti in battaglia. L’idromele è il nettare degli dei, lo stesso Odino, padre di Thor, lo beveva. Quindi immaginati che fascino ha sempre suscitato in me. Ho atteso di affermarmi come apicoltore e produttore di miele per dar sfogo a questo pallino. La bevanda alcolica più antica della storia, esistente ancor prima della birra e del vino. Un fermentato, non un distillato>>

– Esporti anche all’estero?

<<Si, vendo anche all’estero. Anzi spero, in futuro, di destinare almeno il 70% della mia futura produzione di miele a mercati esteri. All’estero hanno chiaro il concetto di miele come elemento nobile della dieta dell’uomo. Lo onorano, lo valorizzano e lo pagano per come di giusto. Qui, purtroppo, è sempre la solita solfa. Molti non ne capiscono nulla o quasi, chi ne capisce vuole il top ma lo vuole regalato, devi lottare con i rivenditori che ti dettano prezzi e quantità, la gente preferisce pagare meno, anche se per acquistare prodotti scadenti, nella totale assenza di rispetto della filiera corta e della tracciabilità>>.

– Il tuo potrebbe essere considerato anche un lavoro di salvaguardia della specie di ape che allevi?

<<Il mio è, prettamente, un lavoro di salvaguardia di questa sottospecie di ape. Le api – vuoi per i cambi di coltura, che da fruttiferi sono divenuti cerealicoli, vuoi per i cambiamenti climatici, per l’utilizzo incontrollato di pesticidi in agricoltura, per l’ibridazione delle specie autoctone, per i campi elettromagnetici creati dalle antenne telefoniche, dai wi-fi, ecc…, o anche per l’allevamento intensivo – rischiano costantemente l’estinzione. Ancor di più (e per svariati motivi) razze come la “Nera Sicula”, che allevo. Quindi, mi sento un vero custode delle api! Le tutelo, le promuovo, le faccio conoscere alla gente, le presento nel modo migliore per farne capire l’importanza>>.

– Cosa ti hanno insegnato le api in tutti questi anni? Sei stato addomesticato da loro o viceversa? Ma si possono addestrare le api?

<<Io sono stato addomesticato dalle api! (ride) Mi hanno insegnato l’importanza del glomere. Mi hanno insegnato che soli si è limitati. L’unione fa la forza. Assieme si è unici! Se solo emulassimo un decimo delle dinamiche di gestione dell’alveare, delle mansioni esistenti al suo interno, della regolatezza del suo essere, della programmazione, efficienza e dell’ordine con cui va avanti, saremmo una civiltà migliore. Loro si aiutano, si proteggono, si agevolano, lavorano assieme, fianco a fianco per il bene comune. Ognuna ha la sua mansione e le proprie competenze. Noi ci scavalchiamo, non ci aiutiamo, ce ne freghiamo del prossimo, passiamo avanti senza curarci dei bisogni della collettività. Pensiamo egoisticamente, pensiamo solo al bene di noi stessi. Siamo una razza destinata ad estinguersi. Loro curano e puliscono la loro casa, il loro habitat. Noi lo distruggiamo.

Il fatto di poterle addestrare è una leggenda metropolitana. Le api non si addestrano, si allevano! Non si possono addestrare anche perché vivono troppo poco per avere memoria soggettiva. Un’ape, in piena stagione produttiva, vive dai 30 ai 45 gg (un mese emezzo). In un mese e mezzo non potrebbe mai abituarsi ed affezionarsi all’apicoltore. Solo la regina vive fino ai 5 anni, ma quella è tutt’altra cosa. È considerato un animale addomesticabile, ma solo per il rapporto di scambio che si instaura con l’uomo. È un insetto nobile che comunica attraverso scie chimiche e feromoni. Percepisce nervosismo, paura, stanchezza, sono queste le cose che le fanno stressare ed imbestialire. L’ape non punge per piacere, difende l’alveare e la prole e punge solo se attaccata o minacciata. Punge e muore, quindi il sacrificio deve valerne davvero la pena. Se rispettate rispettano. Dovremmo un po’ tutti imparare dalle api.

–  Grazie Claudio

<<Grazie a te Rossella!>>

1 Commento
  1. Claudio Meli dice

    Grazie davvero di cuore, Rossella ❤

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