Dicono di Noi

di Rossella Vasta

Viaggio tra i racconti di personaggi illustri passati da qui: frasi e opere che arricchiscono il nostro patrimonio documentario e storico. Riflessioni di una giovane donna a cui piace, forse troppo ingennuamente, immaginare il futuro, ricordando e lasciandosi ispirare dal passato.

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La Sicilia è un metro di paragone. Fare un giro in Sicilia, anche per gli autoctoni, è come fare una summa di tutti gli altri posti che hai visto o in cui hai vissuto. Senza troppe velleità, la Trinacria è un posto che riesce a lasciare un’ immagine nella mente e nel cuore di chi da qui passa. Abilmente riesce a sostituirsi all’immaginario comune e, nella maggior parte dei casi, si riappropria di una sua dignità. Un’immagine, o forse potremmo dire anche un racconto, perché la Sicilia non è mai qualcosa di concluso, né tantomento si può riuscire a trattenerla, relegata dentro i confini di un’immagine. Quest’ isola è un testo, da corredare con infinite note a margine, appendici, glossari, altri contenuti e riflessioni personali; un testo che, come tutti i testi che si rispettino, non potrà mai  essere ostracizzato dal suo contesto di riferimento.

Viaggiatori, pensatori e molti personaggi illustri hanno visitato la Sicilia almeno una volta nella vita. E di questo “racconto” hanno cercato di dare una propria interpretazione. Alcuni di loro, in un tempo lontanissimo, venivano in Sicilia per il cosiddetto Grand Tour: un viaggio a tappe, diffusosi dal 1400 in poi in tutta Europa. Il Tour era una sorta di rito di passaggio, necessario ai giovani rampolli di famiglie aristocratiche che, una volta concluso il percorso universitario, si recavano nelle principali corti europee, tra cui anche in Italia – culla del Rinascimento – al fine di completare ed arricchire la propria formazione. L’Italia è stata al centro della vita culturale e artistica europea, ospitava nelle sue corti un gran numero di studenti stranieri, con grande beneficio per la vita artistica ed intellettuale dell’epoca. Tuttavia, la Sicilia iniziò a diventare meta del Grand Tour solo a partire dal XVIII secolo. Prima, infatti, si riteneva fosse un posto non troppo rilevante nell’itinerario del viaggio, difficile da raggiungere e rischioso.

Tra i “rampolli”, mi piace citarne alcuni.

 Jean-Pierre Louis Laurent Houël, pittore e incisore francese, che fu uno dei più famosi viaggiatori del Grand Tour. Lui fu forse uno dei primi a spingersi, con coraggio, sino in Sicilia e come molti altri qui è ritornato perché letteralmente innamorato. Al ritorno dal suo primo viaggio, celebra la Sicilia con l’esposizione di numerose vedute siciliane al Salon di Parigi. Il pubblico francese ne fu molto colpito e incuriosito, così Houël lavorò con entusiasmo per ottenere altri finanziamenti per tornare sull’isola. Partì nuovamente per la Sicilia nel 1776, tornando dopo quattro anni, nel 1779. Al suo ritorno progettò l’edizione del Voyage pittoresque des iles de Sicile, de Malte et de Lipari. La collezione rappresenta, oltre che un capolavoro artistico, un un’importante documentazione storica della Sicilia.

Johann Wolfgang (von) Goethe, uno dei più grandi letterati tedeschi, nel 1787 intraprese il suo primo viaggio in Italia. Assieme a Houël fu uno dei primi visitatori dell’isola; qui, senza remore alcuna, scrisse nel suo Viaggio in Italia: <<… L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui è la chiave di ogni cosa>>.

Probabilmente è vero che per capire l’Italia devi venire in Sicilia, questo posto è come una sorta di lente di ingrandimento su tutto ciò che succede nel resto della Nazione. Altrove, forse, sono più furbi nel cercare di mostrare una realtà apparentemente equilibrata, retta, giusta. Il popolo siciliano, invece, nella sua genuinità, amplifica le magagne rendendole evidenti, probabilmente perché vorrebbe liberarsene ma non riesce. Allora tenta, ogni volta, di rimettere assieme i cocci di un vaso rotto, finendo per enfatizzare le crepe, le magagne appunto.

Si dice che probabilmente nessuno come Alexandre Dumas (padre), scrittore francese, sia riuscito a dar voce ai vizi e alle virtù di questa terra in cui soggiornò nel 1860 fino al 1864, partecipando anche alle imprese garibaldine. Lo ha fatto con delicatezza e schiettezza al contempo, scrivendo di grandi verità, pur essendo uno straniero. << Il siciliano è spasmodicamente alla ricerca di libertà senza però sapere cosa significhi davvero essere liberi >>.

Frase oggettivamente incontestabile e sempre attuale; il siciliano ha un po’ l’iperattività e la voglia di libertà di un pesciolino che, una volta afferrato dal pesce più grosso, tenta di divincolarsi con tutte le sue forze, ma poi si arrende perché, muovendosi, teme che le mascelle del suo predatore possano provocargli ancora più male. Non ha capito che, non subito, ma quando il pesce più grosso ne avrà voglia, lo ighiottirà per interno e tutto in una volta. Magari non si sarà provocato delle gravi ferite, non avrà sofferto l’agonia di una masticazione lenta e compiaciuta, ma sarà morto ugualmente e non da eroe purtroppo.

<< O divina Sicilia! Quanti Italiani, che hanno corso il mondo per diletto, morirono o moriranno senza averti veduta! >>

Edmondo De Amicis, grande giornalista e scrittore italiano, soggiornò in Sicilia per un anno dal 1865, a Messina, dove fece la sua prima guarnigione militare. De Amicis è uno che, anche lui, in Sicilia c’è ritornato nel 1906, e da lì diede vita al suo magnifico trattato che ha la capacità di descrivere la Sicilia come se fosse vista dall’alto ma, allo stesso tempo, riesce a restituirne un’immagine molto intima, come se avesse percepito tutte le sfumature dell’animo dei siciliani.

Guy de Maupassant, scrittore, drammaturgo e poeta francese, giunge in Sicilia nel 1883. De Maupassant, utilizzando la sessualità come metafora, ci ragala un’immagine molto sensuale del “divino museo di architetture” che è la Sicilia, così come si legge in una delle pagine più belle del suo diario. << La Sicilia ha avuto la fortuna d’essere stata posseduta, di volta in volta, da popoli fecondi, venuti ora dal nord ora dal sud, i quali hanno costellato il suo territorio d’opere infinitamente varie, in cui convergono, in modo seducente e inatteso, gl’influssi più distanti. Ne è nata un’arte speciale, sconosciuta altrove, in cui domina certo l’influenza araba, incalzata da ricordi greci e perfino egizi; in cui le severità dello stile gotico, introdotto dai Normanni, vengono mitigate dalla scienza mirabile della decorazione bizantina. >>

Nel 1910 Sigmud Freud, in compagnia di un amico, decide di andare a visitare i luoghi della mitologia e della storia antica. Giungendo a Palermo, l’impressione del filosofo e psicoanalista austriaco è alquanto incoraggiante: << Città  elegante, pulita, estremamente ricca di edifici e dotata di tutto quanto si possa pretendere, quasi come Firenze >>. L’ultima parte della sua frase (“quasi come firenze”) lascia presagire un certo scetticismo, nutrito dalla sensazione freudiana che << in Sicilia si sia per cosi dire fra selvaggi ed esposti a straordinari pericoli >>. Una frase di certo offensiva, per l’appellativo utilizzato, ma Freud conclude poi con parole che ci risollevano, anche se non del tutto, da ogni risentimento: << Si hanno le stesse sensazioni e le stesse condizioni di vita che ci sono a Firenze o a Roma. Per lo meno a Palermo è così >>.

Già, ci risolleva perché infondo i siciliani sono capaci di accettare anche il più fervido degli insulti, a patto che, però, assieme a noi venga denigrata l’intera Nazione, perché solo per i siciliani non vale. Questo popolo ha la consapevolezza di essere “quello che è” e di vivere in un territorio cui riconosce tutte le pecche che altri gli attribuiscono. Tuttavia, si sente risollevato – quasi giustificato –  qualora si dica che ovunque, nel resto d’Italia, e non solo in Sicilia, la situazione è così.

 Ma se davvero la Sicilia – come il buon Gothe afferma – è la chiave di tutto, forse, per caso, qualcuno sta cercando di dirci che il cambiamento deve partire proprio da qui? Io sono fiduciosa.

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