La Collera Divina

di Franco Vasta

Il “Cholera Asiatico” a Campofelice

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Nel 1871 a Campofelice mancava il medico condotto, i cittadini erano costretti a ricorrere alle cure e all’assistenza di medici dei paesi vicini. Fino alla fine del 1872, nessun medico in pianta stabile era presente nel territorio comunale, finalmente nel marzo del 1873 viene nominato medico condotto il Dottor Salvatore Tornabene, proveniente dalla vicina Lascari, allo stesso viene concesso uno stipendio annuo di lire 1.275, per anni tre. Al medico, il Comune impose dei precisi obblighi: “…di servire gratis tutti i comunisti nelle ore ordinarie, cioè dallo spuntare del sole, sino a due ore dopo il tramonto. Da quell’ora in poi e sino alle ore quattro della notte potrà pretendere 85 centesimi per caduna visita, dalle ore quattro sin al far del giorno, potrà richiedere lire 2,55 per ogni visita. Resta di prevenzione, però, che la chiamata del medico nelle ore straordinarie s’intende per le persone agiate, mentre i poveri non dovranno corrispondere compenso alcuno, perché garantiti dalla legge e dovranno essere serviti gratis, tanto nelle ore ordinarie che straordinarie, il medico dovrà pure eseguire gratis tutte le vaccinazioni per i dimoranti in questo territorio”. L’igiene pubblica era messa a dura prova per la mancanza di acqua potabile nel paese, l’unica acqua di cui si servivano i cittadini, era quella del Fiume Vecchio o Roccella. Da quando era stato costruito il paese, nell’attuale sito, (Don Gaspare La Grutta, Guccio di Rivarola – 1699) i Campofelicesi avevano sempre attinto l’acqua, per gli usi potabili e domestici, dal fiume.

Nel 1884, tale Cavaliere Giuseppe Demaria si accingeva a costruire un “Opificio-Macchina idraulica” per estrarre l’olio dal nocciolo d’oliva, il Demaria doveva necessariamente deviare l’acqua del Fiume Vecchio e ciò avrebbe di fatto “assetato” la popolazione. Il Cavaliere Demaria aveva fatto i conti senza l’oste: nel mese di Agosto di quell’anno il Sindaco riceveva il mandato per proporre ricorso, in modo da fermare i propositi del Cavaliere. Mesi prima aveva fatto il suo ingresso in Consiglio Comunale l’Avvocato Pasqualino Cipolla, trasferitosi a Campofelice e proveniente da Caltavuturo. Il Cavaliere Demaria non avrebbe avuto scampo, i Campofelicesi avevano trovato il difensore dei loro diritti, di lì a poco Pasquale Cipolla sarebbe diventato il Capo dei Lavoratori di Campofelice. La preoccupazione dell’Amministrazione Comunale dell’epoca era più che fondata, l’acqua del fiume era elemento essenziale in un periodo nel quale erano assenti le più basilari norme igieniche. Il 28 agosto del 1884 il Sindaco Benedetto Re fu costretto a prendere una decisione grave e inaspettata dalla popolazione: per la prima volta nella storia del paese si sospendeva “sine die” la Festa di Santa Rosalia”, amata Patrona di Campofelice. Fin dagli inizi del 1700, da che il fondatore di Campofelice, Don Gaspare La Grutta, decise di costruire la Chiesa dedicata alla Santuzza Palermitana, i Campofelicesi avevano sempre onorato e festeggiato la loro Patrona. Il 4 di settembre di ogni anno migliaia di fedeli, provenienti anche dai paesi delle Madonie, avevano sempre partecipato alla solenne Processione del Simulacro e delle Reliquie (tuttora custodite nella Chiesa Madre). Immaginate quali reazioni provocò nella comunità quella grave decisione, vi furono delle vibranti proteste davanti al Municipio, il Sacerdote Iannè, nella doppia veste di Prete e Amministratore, ebbe il suo gran da fare. Il povero Sindaco Re, il 2 di settembre di quell’anno, subì quasi un’aggressione fermata dai valenti Regi Carabinieri sempre pronti a mantenere l’ordine pubblico. Il Sacerdote Iannè nelle omelie dava ragione ai fedeli e in privato dava forza al Sindaco che, suo malgrado, era il bersaglio di invettive pesanti. “ La Collera Divina si abbatterà sul Paese, e piangeremo tutti le conseguenze, fate uscire a Santuzza…” questo era il grido continuo nella Piazza del Paese. Già, ma perché il Sindaco aveva sospeso la Festa? Preso di coraggio Benedetto Re affrontò la Piazza. “…Amati concittadini, io più di voi amo la Santuzza Nostra, ma ragioni di salute pubblica hanno obbligato me e la Commissione comunale di Sanità (Vaccaro Antonino e Cosimo, il medico Tornabene, Calcedonio Imburgia e lo stesso Re) a prendere la triste decisione. Il Colera Asiatico si sta espandendo per tutte le provincie italiane e quasi bussa alle porte della nostra isola di Sicilia. Motivo per cui è stato deciso in alto di estendere il cordone sanitario, unico mezzo in grado di preservare le popolazioni dal micidiale morbo. Giova quindi molto la pulitezza del Comune e l’abbondanza di acqua potabile, per questo abbiamo deciso di evitare gli aggromeramenti e di trasferire a tempo indeterminato la festa. Dobbiamo farlo, almeno fino a quando non ci sarà più da temere la visita spiacevole dello Zingaro (corsi e ricorsi della storia). Voi lo sapete, carissimi figliuoli, che il 4 di settembre il nostro Paese viene invaso da vagabondi, girovaghi e saltimbanchi, provenienti dai paesi stranieri, il pericolo incombe, il micidiale morbo può diffondersi nel Paese. Abbiamo deciso il biancheggiamento di tutte le abitazioni, molto più di quelle che sono mantenute succide, il tal caso per le persone bisognose e non agiate, si provvederà a spese della Comune, mettendo a disposizione della calce vergine e dei maestri d’arte”. Il discorso riuscì a placare un  po’ gli animi ma non convinse i più che temevano “la collera Divina” più del colera. Intanto gli spazzini comunali si misero subito all’opera aiutati dagli abitanti “abili e volenterosi”, iniziò così una pulizia straordinaria del Paese. L’ordine fu “…di innaffiare abbondantemente le strade, se fosse stata mancante la pioggia, e di disperdere le pagliacce putride e i letami…”. Furono costruite cinque “fogne portatili in tavole”, collocate fuori dal centro abitato, in modo da contenere “le materie ficali”, il contenuto delle fogne portatili poi veniva trasportato in luoghi lontani “pria di far giorno”. Il Colera ebbe un impatto terribile sulle popolazioni colpite e non solo per l’alto tasso di mortalità, “…la malattia non fu soltanto un fenomeno biologico, ma anche un fenomeno sociale”.  La reazione a Campofelice fu esagerata, probabilmente, anzi sicuramente, per la sospensione della Festa del 4 settembre. Molti Campofelicesi infatti credettero che la Processione della Santuzza avrebbe preservato il Paese e che il vero Colera sarebbe stato in realtà la Collera Divina che si sarebbe abbattuta sulla popolazione.

Confondere la Collera con il Colera non fu un’operazione molto complicata: la superstizione, il pregiudizio, l’ignoranza del tempo, presero il sopravvento in vari strati della popolazione che, proprio per l’origine della malattia (carenze igienico-sanitarie, mancanza di farmaci etc.) furono quelli più colpiti dal morbo. Erano tempi difficili per l’intero Paese ed il Sud, chiaramente e come sempre, pagava a caro prezzo le condizioni di un Italia post unitaria che faticava a diventare Nazione. Campofelice, paese di transito, scontava più di altri queste difficoltà, oltre alla mancanza di un medico in pianta stabile, come abbiamo visto, mancavano i farmaci e con questi anche una farmacia condotta da un “farmacista laureato”. Non ci crederete, ma in Paese erano presenti “farmacie abusive”, proprio così, si vendevano farmaci in modo clandestino per mano di soggetti non abilitati alla vendita, i cosiddetti “speziali abusivi” . Un fatto grave, che durò per molti decenni, solo nel 1887 si metteva fine a questo indecente esercizio abusivo, illegale e molto pericoloso. Il fenomeno non era una prerogativa campofelicese, gli speziali abusivi erano presenti in altre comunità, ma a Campofelice, forse, si era esagerato un po’. Il Comune quindi pensò di mettere fine a questo pericoloso arbitrio, era il 27 novembre del 1887, quando venne nominato finalmente un “farmacista laureato”, tale dottor Rosario Borzelleri, proveniente da Polizzi Generosa  “….il quale si accontenta aver fatta la nomina, per anni tre, e per soli anni due avere a titolo di sussidio la somma di lire 200 all’anno e gratuitamente, per detti due anni la pigione delle case ad uso di farmacia ed abitazione, corrispondere altresì le spese che sosterrà per il trasporto della mobilia, da Polizzi in questo Comune”. Si metteva fine così all’indecente pratica delle farmacie abusive e si istituiva “la prima farmacia comunale, legalmente esercita” nella piazza principale del paese, là dove oggi c’è il Bar Roccella.

Fortunatamente il Cholera Asiatico  (così fu appellato dalle autorità locali del tempo) non provocò alcuna vittima, cosa che invece avvenne alcuni anni dopo, durante un’ulteriore epidemia che colpì Campofelice: il “vajolo confluente”. Ma questo, se vi va, lo leggerete nel prossimo racconto.

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