Andrea Pedalino: la mia interpretazione del Cretto

Di Andrea Pedaliano

Adrea Pedalino, giovane architetto originario di Raffadali, dopo aver letto un recente articolo sul Cretto di Burri e piacevolmente colpito dalle parole dell’autrice, decide di scrivere alla nostra redazione, esprimendo la sua interpretazione dell’ Opera di Landscape Art più grande al mondo.

0 1.173

Ho letto con molto piacere e interesse il contributo che la giovane Claudia Rizzo, qualche giorno fa, ha rilasciato al magazine Palermo Prime in merito al Cretto di Burri, l’opera di Landscape Art più grande al mondo, nata con l’intento di conservare nel tempo il ricordo della Tragedia. Ho constatato, quasi con stupore, come le emozioni di fronte a quel gigantesco monumento commemorativo del Terremoto del ’68, siano per tutti quasi identiche. Il Cretto faceva parte di un più vasto progetto, voluto dall’allora Sindaco Ludovico Corrao, che nel 1985 convocò una serie di artisti, architetti e urbanisti di fama internazionale, con l’intento di realizzare una serie di opere volte al rilancio del paese e del territorio. Tra questi vi era anche Burri, il quale scrive: <<Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese (…). Una stradina tortuosa, bruciata dal sole, si snoda verso l’interno del trapanese fino a condurci dopo chilometri di desolante assenza umana ad un cumulo di ruderi. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere, subito mi venne l’idea (…). Lo farei così: Compattiamo le macerie, che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne il ricordo di questo avvenimento. Ecco fatto! >> (Alberto Burri, 1995).

L’opera, realizzata in più fasi e portata a compimento nel 2015, reca in sé l’idea di monumento “perenne”, per volontà dello stesso Burri. Ma da candido monumento evocativo/commemorativo di quella tragedia, credo che l’opera trovi, forse, un nuovo senso nello stato di degrado e abbandono in cui versa la parte realizzata negli anni ’80. Un senso che probabilmente si allontana dalle intenzioni originarie del Maestro ma che, al contempo, permette una nuova interpretazione dell’Opera. Qui le mura ormai grigie, spoglie del candido intonaco bianco, il cemento sgretolato e le erbacce che crescono rigogliose, le conferiscono un nuovo significato, rintracciabile nella sua deperibilità: la reiterazione della Storia. Sottoposta alle intemperie del tempo, l’opera si corrompe, si corrode lentamente, mentre la natura prende il sopravvento, lasciando presagire un ineluttabile futuro, in cui resteranno solo le rovine di una città fantasma.

Così il Cretto, come la sua antenata Gibellina, è destinato a “sgretolarsi”?

Un’Opera spettacolare che proprio in questo probabilmente trova le sue ragioni e cioè non nel ricoradre una tragedia nella sua incorruttibilità ma nel ripeterla col suo divenire rovina.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.