La moda passa ….a’ zoccula di lignu resta

di Rossella Vasta

Si narra che dagli anni ’70 in poi, lo zoccolo di legno sia stato l’incubo indiscusso di tutti i bambini del mondo, quelli più vivaci si intende.

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Si. “Resta” nel senso che ti sono rimasti i segni sulla pelle se mai, malauguratamente, hai avuto modo di provare il brivido di essere colpito da questa storica ciabatta.

20 funambolici kili di legno di faggio pregiatissimo, un vero e proprio oggetto contundente brevettato dal legendario Dottor William Scholl (pace all’anima sua). Leggendo la sua biografia apprendo, quasi con commozione, che la domanda che si poneva fin da bambino era: “Come migliorare, attraverso i piedi, la salute, il comfort e il benessere della gente?” Caro Dottor Scholl, mi dispiace dirtelo ma hai toppato. Tu non puoi saperlo, ma sei stato l’artefice della costruzione di una vera e propria arma di distruzione di massa.

Altro che benessere!

Si narra che dagli anni ’70 in poi, lo zoccolo di legno sia stato l’incubo indiscusso di tutti i bambini del mondo, quelli più vivaci si intende.

Fino a poco tempo fa le botte di mamma e papà non scandalizzavano l’opinione pubblica come adesso, si sentiva parlare al massimo di “Telefono Azzurro”, che tra l’altro veniva utilizzato più come minaccia quando le prendevi e non sapevi come vendicarti. Sia chiaro, non sono cresciuta in una famiglia di mostri e la mia infanzia è stata felice, ma io ero una di quelle bambine vivaci e ogni tanto, quando proprio la combinavo grossa, le botte le prendevo, soprattutto da mamma, e non finirò mai di ringraziarla per avermele date.

Ho tanto rimpianto le botte di mamma e papà con la tipica “cucchiara di lignu” (il mestolo di legno): la “cucchiara” non era portatile o tascabile, quindi la mamma non poteva mettersela in borsa, almeno la mia non lo faceva. Pertanto le legnate erano posticipate, take away, le prendevo al rientro a casa e ciò mi permetteva di:

  1. Fingermi morente prima che fossimo rincasati
  2. Portare un mazzo di fiori alla mamma facendomi perdonare
  3. Rientrare in casa prima dei miei e distruggere tutto ciò che potesse avere le sembianze di un cucchiaio di legno
  4. Minacciare i miei di scappare di casa
  5. Chiedere asilo ai nonni o alla mamma di un amica
  6. Minacciare di rivolgermi al “Telefono Azzurro” o fingere di parlarci, appunto.

Insomma, con la “cucchiara” le botte erano “’a scurdata” (quando te le dimenticavi, dopo un bel po’ di tempo), anche se io non le scordavo e per tutto il tragitto verso casa cercavo un modo per scamparla. Ma quando i tuoi indossavano gli zoccoli Scholl cambiava tutto. Gli zoccoli Scholl hanno inaugurato la stagione delle “legnate last minute”, istantanee, al momento. Le botte erano a portata di mano, anzi di piedi, mamma e papà avrebbero semplicemente dovuto sfilarsi la ciabatta dal piede e avere una buona mira.

Ma diamo a Scholl quel che è di Scholl e diciamo anche che il dottore ha lasciato un segno indelebile, non soltanto nelle nostre tenere carni ma anche nella moda anni ‘60/’70 e non solo. Quegli zoccoli sono stati un must have imperituro, invero qualcuno ha il coraggio di indossarli anche oggi. In Sicilia se non avevi quella calzatura eri un “diverso”. La mia famiglia ne comprava a tonnellate, credo che se a un certo punto avessimo deciso di farne fuori almeno la metà, avremmo avuto legna da ardere per un intero inverno. Adatte ad ogni occasione, vari colori, almeno 3 modelli: flat, col tacco e poi una sorta di sabot bianco traspirante. Una cosa abominevole che ha affascinato un po’ tutti, anche me. Il tipico uomo siciliano di quegli anni lo riconoscevi dalla canotta bianca a costine, il bermuda con risvoltino sopra il ginocchio e la “zoccula di lignu”, talvolta indossata con calzino: un sogno!

Chissà che cosa ci attraeva… alcuni dicono la comodità, io non sono d’accordo. Di fatto era una scarpa ortopedica, o almeno questa è la leggenda. Io ho provato a correrci, una volta ho anche fatto un salto da sopra un muretto, toccando terra ho avuto la sensazione di essere atterrata su lame di ferro: un dolore partito dalla pianta del piede, che poi passava per la curva, attraversava il tallone, come una scossa, e poi i polpacci e la spina dorsale: un elettroshock.

Quelle scarpe avevano un rumore ipnotico, era bello camminarci strisciandole sull’asfalto, in questo modo si sarebbero usurate prima e quegli zoccoli più erano vecchi, più erano belli. Le mie non erano usurate, erano proprio grattuggiate! Adoravo il modello maschile, riuscivo a far diventare sottilissima la suola e quando scoprivo che erano state buttate, perché considerate ormai inutilizzabili, era come se mi avessero privato di una protesi.

Oggi c’è chi li trova un oggetto da riesumare secondo i canoni del vintage, c’è chi continua a portare quelle comprate nel 1986, con la suola ormai polverizzata, e infine chi li trova “rozzi e volgari”, le ragazze delle nuove generazioni soprattutto. “De gustibus non disputandum est”, si dice, ma io –  rivolgendomi proprio a quest’ultime – una cosa la voglio disputare eccome. Care ragazze chic, trendy, glam, cool, very nice, blogger, pretty, pin-up, influencer, fashioniste… come vi permettete di vituperare gli zoccoli Scholl quando ai vostri piedi, in piena estate, soggiornano le ciabatte pelose? Quelle cose non sono creative, sono inappellabilmente larie! Qual è l’arcano? Perché la pelliccia in spiaggia? Come vi viene in mente? Vi servono per spazzare le strade? È la vostra prima notte di nozze forse? Dovete partorire? Avete freddo ai piedi? State allevando acari? È una sorta di copertina di Linus? Ma quando rispondete alle domande di quei simpatici test, come “dimmi che scarpe indossi e ti dirò chi sei”, che profilo vi esce? Moira Orfei? Io non posso credere che vi piacciano quelle ciabatte col pelo, non posso accettarlo. Ridateci i zocculi di lignu e anche le botte, molte, moltissime botte!

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