Un luogo che ti lascia senza fiato

di Claudia Rizzo

Producer e fixer per produzioni cinematografiche, televisive e fotografiche straniere, Claudia oggi ci racconta uno dei sopralluoghi effettuati per lavoro qualche settimana fa in un luogo quasi dimenticato, ma che mostra ancora oggi le ferite provocate dal violento terremoto del 1968.

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Un silenzio assordante che dura 50 anni. Una distesa muta che “racconta il dolore a chi non c’era”. Un sudario che copre le forme di un corpo ferito a morte.

Sono le 18:00 circa, il sole è calante, la luce diffusa dona un colore cangiante al paesaggio circostante.

Nessuno è per strada: siamo soltanto io, la mia pandina, il mio amico Simone e “Blackness of the night” di sottofondo, una canzone sul vuoto e sulle macerie (di altro tipo) che nella mia playlist arriva per caso ma che calza a pennello.

Poche indicazioni, le curve che si susseguono in mezzo ai colori di un paesaggio che si mostra in tutta la sua bellezza, l’attesa per una memoria storica cementificata. E mentre le mani scorrono il volante,  inizio a immaginare Alberto Burri che, accompagnato da Ludovico Corrao, si commuove dinnanzi alla vecchia Gibellina e decide di lasciare il suo segno lì, compattando le macerie e realizzando un immenso Cretto bianco.

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All’arrivo ci attendono due cani, che ci seguiranno nel percorso fra le colate delle macerie diventate arte, due cani che sembrano stare a guardia di un ricordo che non deve sbiadire nel tempo, che non deve essere dimenticato.

Il silenzio intorno a quelle vie che ripercorrono il passato è assordante, non sta zitto.

Parla. Parla di un dolore che non è mai andato via. Parla della routine di una normale cittadina in una valle siciliana caduta a pezzi in una notte di gennaio del lontano ma recente 1968. Parla di morti, di sogni andati in frantumi, di sfollati, di paura, di pianti, di urla, di abbracci, di collegamenti saltati, di tende, di container, di persone, ricordi, desideri e oggetti persi per sempre.

A 20 km da quel racconto si svolge una nuova storia, che non ha ancora fatto del tutto i conti con i macigni lasciati dalla natura e nuovamente umanizzati. Un nuovo racconto che deve trovare un equilibrio fra le crepe che cinquant’anni fa hanno tolto il terreno sotto i piedi.

Non c’ero ancora nel 1968, non ero ancora neanche in programma. Ho solo e sempre ascoltato le parole dei miei genitori su quel violento terremoto che ha diffuso paura e tremore anche a Palermo. Fino a qualche giorno fa, quando quel “lenzuolo” ha raccontato il dolore anche a me che non c’ero.

Risaliamo in auto e torniamo a casa, ma con qualcosa in più: io e Simone non siamo più soli, con noi adesso viaggiano un’emozione, una sensazione e una percezione difficili da dimenticare.

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