Sakura (un’eterna brevità)

di Carmelo Modica

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Yo no naka ya chō no kurashi mo isogashiki (1) Le parole, folate di vento. Stormivano tra le fronde dei ciliegi.
Era d’aprile, tempo di hanami: trovavo romantico che i giapponesi dedicassero un evento non tanto ai fiori
quanto alla loro contemplazione. Kumiko-san declamava haiku. Ero rapito dalla sua voce. Imparai da lei a scriverli ma non saprei spiegare come, visto che io non parlavo giapponese e lei non parlava italiano se non quando pronunciava il mio nome: dalle sue labbra nasceva storpiato come un fiore al quale fosse caduto un
petalo facendo spazio a quello del fiore legato allo stesso stelo. Nonostante non riuscissimo a comunicare in modo convenzionale io mi sentivo come se avessi perso i miei confini umani e stessi esplorando un mondo diverso nel quale io stesso mi sentivo trasfondere.

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Non ho mai capito se ne fossi innamorato. Lei di tanto in tanto abbassava lo sguardo ma presto mi accorsi che lo facevano molte donne. Non avevo orecchie che per lei . Aveva voluto che andassi con lei al Parco Ueno, ospite del suo telo blu. Eravamo solo io e lei. Attorno il mondo. Il tappetino ne segnava il confine, il limitare tra la magia di parole incomprensibili e lo hanami a furor di popolo. L’aria si tingeva di rosa e il prato qua e là era ancora umido. Profumava d’attesa. A gesti mi aveva detto: Piccolopiccolo (avvicinando a un occhio due dita che si sfioravano)
Respiroprofondo (abbracciando con le mani aperte lanatura e il cielo) Sofferenzanostalgia indicandomi che ogni cosa ha un suo sentimento. La panchina. Mi indicava la panchina. Una panchina di legno. Io guardavo la panchina. E mi aveva spiegato che lì un tempo c’erano stati due amanti che si erano baciati. E forse quegli amanti non si vedevano da giorni o era loro proibito vedersi. Quella panchina aveva conosciuto l’amore dal quale adesso era separato. Io dissi nel nostro solito modo che era triste. Kumiko-san mi guardò stupita; uno sguardo sul quale lessi la distanza planetaria fra me e lei. La coppia avrebbe potuto sedersi altrove ma ha scelto la panchina. E’ questo che conta. Sorridevo tra le mura invisibili del nostro tappeto blu. E quella panchina ai miei occhi era fatta di tre versi e 17 sillabe.
Brevebreve – diceva a modo suo e io a modo mio capivo. La vita è come un haiku. Per questo la celebravano
quei suoni così strutturati, spezzati da una cesura che tuttavia riempiva di senso. Una brevità profonda, utile
sempre a qualcuno se non a noi stessi. La poesia è questa eterna brevità. Mi lasciò all’aeroporto. La lasciai con un biglietto tra le mani. Avevo impiegato tutta la settimana per riuscirei a contrarre in poche sillabe il senso di quell’incontro. Almeno il mio. Mi piace pensare che Kumiko-san lo legga abitualmente sentendo le stesse carezze che sentivo io quando era lei a declamare. Mi auguro che non sia mai riuscita a tradurle:

Dipingerai

sul mio cuore basso –
garruli voli. (2)

(1)
di Kobayashi Issa
In questo mondo/anche la vita della farfalla/ è frenetica.

(2)
Originale nel testo
Da: Haiku, di Carmelo Modica

6 Commenti
  1. Mario dice

    Bella e profonda, come te 🙂 xxx

  2. Carmelo dice

    Grazie! 🙂

  3. Silvana dice

    Bellissimo racconto di una rarefatta levità.
    Bravo!

    1. carmelo dice

      Grazie, Silvana. Bellissimo complimento. Mi auguro che continui a leggere le mie storie.

  4. Rocco dice

    Delicato come un petalo di Sakura!
    Bella scrittura. Complimenti

    1. Carmelo dice

      Grazie! 🙂

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